Segni di vita dal sistema di checks and balances americano

Con la sentenza Learning Resources, Inc. v. Trump, la Corte Suprema ha inferto un colpo all’agenda economica della presidenza Trump, ponendo significativi limiti alla capacità della Casa Bianca di determinare dazi di ampia portata senza una specifica autorizzazione da parte del Congresso.

Tale pronunciamento, vista la composizione dell’attuale Corte (a trazione conservatrice), potrebbe essere risultato sorprendente agli occhi di diversi osservatori. Tuttavia, sin dal dibattimento orale, era emerso come fosse probabile che una maggioranza dei giudici non avrebbe assecondato la notevole espansione di potere “richiesta” dal Presidente.

La lettura delle opinioni che accompagnano questa sentenza — ben sette — permette di cogliere le varie ragioni per cui la Corte sia giunta a questa decisione e, al contempo, sollecita una riflessione di più ampio respiro sull’evoluzione della giustizia costituzionale statunitense.

Le ragioni della minoranza

La decisione della Corte è stata assunta con una maggioranza di sei giudici su nove; tre togati — Alito, Thomas e Kavanaugh — hanno pertanto espresso il proprio dissenso. Le ragioni per cui queste figure avrebbero dato il via libera all’azione trumpiana sono raccolte in due diverse opinioni: la prima, più breve, firmata da Thomas, la seconda, più corposa, redatta da Kavanaugh e supportata anche dagli altri due giudici.

Dall’opinione elaborata da Thomas emerge una tesi piuttosto radicale. Stando al suo punto di vista, infatti, con l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) — norma impiegata dall’amministrazione per implementare i dazi — il Congresso avrebbe assegnato al Presidente un’ampia delega che permetterebbe alla Casa Bianca di adottare molteplici provvedimenti (fra cui, l’imposizione di tariffe). Parimenti, nel replicare a timori relativi alla separazione dei poteri prevista dalla Costituzione, Thomas aggiunge come sia possibile per il ramo legislativo attribuire gran parte delle sue facoltà al ramo esecutivo, fatta eccezione solo per norme che stabiliscono le condizioni riguardanti le limitazioni della vita, della libertà o della proprietà. Una posizione che, se avallata, avrebbe a tutta evidenza portato a un significativo ampliamento dei poteri della Casa Bianca.

Nell’opinione di Kavanaugh, invece, le ragioni a sostegno della legittimità dei dazi imposti dall’amministrazione sono più articolate. Il giudice nominato nel 2018 da Trump basa la sua disamina su un quesito: i dazi sono strumenti con cui regolare le importazioni? La risposta fornita a tale domanda è affermativa e, da ciò, Kavanaugh deriva la fonte di legittimazione della politica commerciale trumpiana, posto che IEEPA autorizza il Presidente, in presenza di emergenze nazionali, a «investigate, block during the pendency of an investigation, regulate, direct and compel, nullify, void, prevent or prohibit […] importation or exportation»; d’altronde, aggiunge il giudice, sarebbe assurdo assumere che il Presidente possa bloccare totalmente le importazioni da un Paese ma non imporre verso di esso dei dazi.

Kavanaugh aggiunge poi anche altre valutazioni. Invero, il togato richiama dei casi in cui, seppur impiegando altre norme, i Presidenti hanno imposto in passato dei dazi: il riferimento principale è a quanto fatto da Nixon nel 1971, quando, in occasione del Nixon shock — la chiusura cioè della “gold window” —, l’amministrazione impose una tariffa generalizzata del 10%. Questo precedente, unito ad altri, dimostrerebbe quindi secondo Kavanaugh che l’imposizione di dazi su larga scala da parte della Casa Bianca non è una novità della presidenza Trump. Il giudice di nomina repubblicana sottolinea poi come questa vicenda non debba essere vista unicamente come una questione di politica commerciale/fiscale, bensì come un tema riconducibile anche alla politica estera. In quest’ottica, visti i poteri del Presidente su quest’ultima materia, sarebbe inappropriato pensare di agire in un ambito di totale competenza del Congresso e sarebbe sbagliato applicare la Major Questions Doctrine (MQD – di cui diremo a breve).

Le ragioni della maggioranza

Come spesso capita per i casi più delicati, l’opinione principale della Corte è stata redatta da parte del chief justice, John Roberts. Questa è stata integralmente supportata da Coney Barrett e Gorsuch mentre, invece, solo parzialmente avallata da Kagan, Sotomayor e Jackson (giudici di nomina democratica). Concurring opinion sono state elaborate da tutti i componenti di questa maggioranza, con la sola esclusione di Sotomayor.

Le ragioni per cui Roberts boccia i dazi di Trump sono varie. In primo luogo, il chief justice rileva come, sin dall’origine della Federazione, i dazi siano stati ampiamente usati come leva fiscale e, in tal senso, visto che il potere fiscale è nelle mani del Congresso, deve essere esso a determinarli. In secondo luogo, Roberts sottolinea come IEEPA non parli mai di dazi e che nessun Presidente prima di Trump abbia mai impiegato tale norma per imporli. In terzo luogo, il chief justice evidenzia come il Congresso abbia sì delegato con alcune norme al Presidente la possibilità di fissare dazi ma che, nel farlo, ha anche stabilito dei paletti stringenti di carattere quantitativo e temporale; paletti che, impiegando IEEPA, il Presidente ha eluso.

Infine — e qui emerge il dissenso delle giudici di nomina democratica — l’azione dell’amministrazione non rispetterebbe i principi fissati dalla Major Questions Doctrine. Secondo questa teoria interpretativa — “imbracciata” dai giudici conservatori negli ultimi anni — quando il ramo legislativo delega una questione di particolare rilevanza a quello esecutivo deve farlo in maniere esplicita; in questa circostanza, stando all’opinione di Roberts, ciò non sarebbe avvenuto.

L’opinione di Gorsuch

Delle quattro concurring opinion, merita particolare attenzione quella firmata da Neil Gorsuch (lunga ben 46 pagine). Gorsuch — nominato nel 2017 da Trump — critica le tesi sostenute dai giudici della minoranza, così come non risparmia frecciate alle giudici di nomina democratica che hanno votato come lui.

Le obiezioni mosse nei confronti di Kavanaugh, Thomas e Alito ricalcano ampiamente quanto elaborato da Roberts e puntano a sottolineare come, in caso di via libera ai dazi, la Corte avrebbe avallato il sostanziale smantellamento della separazione dei poteri prevista dalla Costituzione. Le battute rivolte a Kagan, Sotomayor e Jackson riguardano invece la Major Questions Doctrine. Gorsuch, infatti, coglie questa occasione per dimostrare la validità della MQD — da lui propugnata e dalle tre ampiamente criticata.

Nel far ciò, il giudice di nomina repubblicana richiama sentenze degli anni passati che avevano limitato il raggio di azione di amministrazioni democratiche; pronunciamenti, come West Virgina v. EPA o Biden v. Nebraska, che avevano portato diversi osservatori ad accusare la Corte di faziosità.

Oggi come allora — sembra voler dire Gorsuch con questa sentenza — l’intento era invece quello di tutelare la Costituzione e, nello specifico, il ruolo del potere legislativo. E a coronamento di tale asserzione, il giudice chiude la sua opinione con una riflessione sull’importanza della deliberazione parlamentare; una riflessione in cui vengono riassunte le ragioni per cui il sistema liberaldemocratico, per quanto imperfetto, continui ad essere il migliore a nostra disposizione.

Una riflessione di cui sollecitiamo la lettura e che pare segnalare chiaramente come l’attuale Corte Suprema, per quanto a orientamento conservatrice, non sia disposta ad assecondare l’allargamento del potere esecutivo perseguito da Trump.

L’articolo è stato elaborato nell’ambito di “Focus Geofinanza. Osservatorio IAI-Intesa Sanpaolo sulla geofinanza”

Ricercatore nel programma “Multilateralismo e governance globale” dell’Istituto Affari Internazionali. La sua attività di ricerca ha primariamente riguardato il quadro di governance economica dell’Unione Europea, il tema delle criptovalute e quello delle monete digitali delle banche centrali.

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