La minaccia di Trump sulla Groenlandia presenta uno strano paradosso. Da un lato è una questione che dovrebbe essere più semplice da affrontare rispetto a molte altre. L’interesse comune occidentale è infatti evidente. Indipendentemente dal giudizio che si può dare sull’urgenza del pericolo di invasione russa o cinese con cui Trump giustifica la sua iniziativa, non vi è dubbio che l’Artico costituirà per tutti noi nei prossimi anni una delle sfide strategiche più importanti.
Un interesse strategico condiviso
È quindi interesse comune definire una strategia condivisa, compresi i mezzi necessari per renderla credibile. Basterebbe quindi che la NATO si attivasse con il sostegno dei suoi membri. Il consenso della Danimarca sarebbe assicurato. Inoltre, europei, americani, canadesi e forse altri alleati occidentali potrebbero definire una comune strategia di sfruttamento dell’immenso potenziale di materie prime che il territorio possiede. Ciò con due precauzioni. La prima è che, se il potenziale è immenso le difficoltà e i costi lo sono altrettanto. La seconda è che tutto deve essere fatto nel rispetto delle aspettative degli abitanti della Groenlandia, i quali hanno un ricordo non ideale della loro esperienza coloniale con la Danimarca. Infine, l’UE potrebbe fare alla Groenlandia un’offerta di associazione più stretta, che sarebbe benefica per entrambi; a condizione però che Bruxelles resista alla tentazione di inserire condizioni difficili da accettare per la Groenlandia, per esempio in materia di diritti di pesca. Ciò permetterebbe del resto anche di soddisfare le legittime aspirazioni degli abitanti della Groenlandia, i quali, se non vogliono rompere i legami con la Danimarca e l’Europa, hanno anche interesse a rafforzare quelli con gli USA e il Canada.
Trump pone invece la questione in termini di sovranità, o meglio da esperto immobiliarista, di “possesso”. Così facendo, attraversa per la Danimarca ma anche per gli alleati Europei una linea rossa priva di qualsiasi giustificazione strategica o economica. Il tutto diventa una pura pulsione imperiale, in quanto tale inaccettabile per gli alleati.
Le quattro vie teoriche di Trump
Se Trump volesse dare un seguito pratico alle sue intenzioni, potrebbe seguire quattro vie teoriche, peraltro non incompatibili fra loro. La prima è di “comprare” il consenso degli abitanti della Groenlandia; una prospettiva a cui la Danimarca e quindi gli altri Europei non potrebbero opporsi. Visto lo stato dell’opinione pubblica locale, questa strada sembra tuttavia avere poche prospettive. La seconda è tentare di negoziare la “vendita” direttamente con la Danimarca. Sembra essere la strada privilegiata al momento, ciò spiega la minaccia di dazi punitivi verso i paesi che sostengono più apertamente la Danimarca nel rifiuto. È anche un modo per tentare di dividere gli Europei. Se invece un aumento della pressione fosse necessario, la terza opzione sarebbe quella di esercitare un forte ed esplicito ricatto sulla continuazione del sostegno americano all’Ucraina. Infine, la quarta opzione consisterebbe in una pura e semplice occupazione militare del territorio.
La realtà ci dice che in entrambi questi casi gli Europei si troverebbero in una situazione di estrema debolezza. Sarebbe infatti impossibile contrastare con successo un intervento militare. Inoltre, almeno nell’immediato il sostegno all’Ucraina di fronte all’aggressione russa e le garanzie da fornire in caso di tregua, hanno bisogno di una partecipazione americana per essere credibili. Il dilemma che si pone per gli Europei è cosa fare.
Dissuasione
L’Europa deve essere capace di reagire alle mosse di Trump, ma deve essere credibile in vista di tutti gli scenari possibili. Nell’immediato, si tratta di reagire con fermezza alla minaccia dei dazi supplementari, anche nell’attesa dell’imminente giudizio della Corte Suprema. Ci vuole però una strategia complessiva il cui obiettivo prioritario è di alzare il prezzo politico interno per Trump e obbligarlo a seguire la strada dell’accordo consensuale. Si tratta di un percorso tutt’altro che impossibile.
La popolarità delle pulsioni imperiali contenute nel recente documento sulla sicurezza nazionale è infatti bassa presso gli americani, compreso l’elettorato MAGA. La chiave si trova al Congresso dove la priorità assoluta per gli i membri repubblicani sono ovviamente le elezioni mid term. Finora i potenziali dissensi verso le iniziative di Trump, all’interno come all’esterno sono stati neutralizzati dal grande potere che il presidente continua ad avere sui media repubblicani e i finanziatori del partito. Tuttavia, è una passività non priva di fermenti che danno qualche segno di crescita. Se ne sono visti segni a proposito dell’Ucraina. Più recentemente e in modo più visibile sull’attacco all’indipendenza della FED e sul Venezuela. Su quest’ultima questione, la mozione bipartisan che avrebbe posto vincoli alla libertà d’azione del Presidente, è stata bloccata al Senato per un voto 50/50 risolto dal voto dirimente del Vicepresidente. Due senatori repubblicani che sarebbero stati cruciali per ottenere un risultato diverso sono stati convinti da Rubio in extremis solo con l’argomento che l’intervento militare è stato eccezionale, di breve durata e che qualunque passo ulteriore rispetterebbe le “prerogative costituzionali del Congresso”. È ragionevole pensare che una simile giustificazione sarebbe irricevibile in caso di intervento in Groenlandia; prospettiva, del resto, molto impopolare presso l’opinione pubblica. C’è quindi un grande spazio per una pressione allo stesso tempo diplomatica e di comunicazione da parte degli Europei.
Per ottenere il risultato, bisogna tuttavia essere credibili. Si tratta in sostanza di intensificare senza deviazioni e mantenendo il massimo di unità la strada già intrapresa che è composta di vari elementi. In primo luogo, il rifiuto categorico di cedere sulla questione della sovranità; spiegando, come ha fatto la Prima Ministra danese, che un intervento militare contro la sovranità di un paese membro, avrebbe conseguenze devastanti per la NATO. In secondo luogo, reiterando la disponibilità a definire in sede NATO una efficace strategia per l’Artico. In terzo luogo, aumentare la presenza militare europea in Groenlandia. Non dovrà essere puramente simbolica, anche se sappiamo che non sarebbe sufficiente a contrastare un intervento americano. Tuttavia, il valore della potenziale perdita di vite umane degli alleati avrebbe un forte impatto sull’opinione pubblica americana. che si tratti di un’iniziativa utile è del resto dimostrato dal fatto che Trump minaccia con i dazi proprio i paesi che partecipano a questo sforzo militare. L’Italia è quindi per il momento esentata; un dilemma non da poco per Giorgia Meloni. Nulla è ovviamente assicurato, ma tutto lascia pensare che questa strategia, se perseguita con determinazione e il massimo di unità possibile ed eventualmente allargata al Canada, potrebbe essere efficace.
Riccardo Perissich, già direttore generale alla Commissione europea, è autore, fra l'altro, dei volumi 'L'Unione europea: una storia non ufficiale' e 'Stare in Europa: Sogno, incubo e realtà'





