Il settore del caffè sta attraversando uno dei periodi più complessi della sua storia: prezzi quasi triplicati rispetto a quelli del 2021 ma colpiti anche da violente fluttuazioni, tariffe e regolamenti che complicano il commercio e aumentano l’incertezza, l’impatto sempre più evidente della crisi climatica sulla produzione globale. Si tratta di una tempesta perfetta, che rende complesso capire quale sarà il futuro del caffè nei prossimi anni.
Certificazioni di sostenibilità sotto pressione
Il settore sta però cambiando profondamente già adesso, e le certificazioni di sostenibilità sono forse tra le componenti più toccate da questi stravolgimenti storici. Un tempo pioniere della transizione verso una produzione rispettosa dell’ambiente e dei produttori, le dinamiche attuali di mercato e problemi irrisolti interni alle certificazioni stesse ne rendono il futuro sempre più incerto. La sopravvivenza di sistemi come Rainforest Alliance o Fairtrade dipenderà dalla loro capacità di adattarsi a una situazione in cambiamento costante.
Per certificazioni si intendono quei sistemi volontari che appunto certificano come la produzione (in questo caso di caffè, ma esistono anche per altre commodity) rispetti standard legati alla protezione ambientale, dei diritti umani e dei lavoratori. Sono solitamente gestite dalla società civile e da entità no-profit, ma negli ultimi anni molte aziende produttrici di caffè hanno iniziato a sviluppare i propri programmi interni, come nel caso di Starbucks. In quasi tutti i casi le certificazioni impongono la creazione di un sistema di tracciamento della produzione lungo tutta la catena del valore, che garantisca anche il rispetto degli standard. Le più note sono appunto Rainforest Alliance (focalizzata sul tema della deforestazione), Fairtrade (con attenzione specifica alla remunerazione dei produttori), e 4C. Ne esiste però una grande varietà, con alcune sempre meno rilevanti (come la Smithsonian Bird Friendly) e alcune in rapida ascesa (in particolare Organic, ormai una delle più importanti). Rispetto al boom avvenuto tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila infatti il panorama delle certificazioni è andato evolvendosi, in particolare con un consolidamento dei diversi modelli e una riduzione nella varietà – il passo più importante in questo senso è stata probabilmente la fusione tra Rainforest Alliance e UTZ Certified nel 2018.
Supporto ai produttori e crisi dei prezzi
Nonostante l’eterogeneità, centrale alle attività delle certificazioni di tutti i tipi è il supporto ai produttori, tramite benefici diretti e indiretti. I primi consistono principalmente nel cosiddetto price premium, una retribuzione extra che le certificazioni conferiscono agli agricoltori oltre al prezzo normale, e che nel caso di Fairtrade si aggiunge a un prezzo minimo che la certificazione garantisce. Le certificazioni però aiutano i produttori anche tramite attività di consulenza, fornitura di materie prime (in particolare piante e fertilizzanti) e con supporto generale alla produzione.
Tutto questo si scontra però con un mercato sempre più incerto e in trasformazione, che impatta sull’efficacia delle certificazioni in vari modi. La prima questione è quella del prezzo del caffè, che ha raggiunto adesso livelli mai visti prima; di fronte a valori così alti il margine che questi meccanismi di certificazione hanno per dare una retribuzione aggiuntiva ai produttori è basso, e strumenti come il prezzo minimo di Fairtrade diventano irrilevanti – al momento il prezzo minimo garantito da Fairtrade è circa un terzo del prezzo di mercato del caffè.
Cambiamenti nei consumi e “label fatigue”
Il margine di azione delle certificazioni si è poi ulteriormente ridotto negli anni a causa di cambiamenti nelle preferenze dei consumatori, che nell’ultimo decennio hanno dimostrato un interesse calante verso il caffè certificato: paradossalmente, da un lato la produzione potenzialmente vendibile come certificata è aumentata, grazie a pratiche sostenibili sempre più facili da applicare e sempre più economiche. D’altra parte, la quantità di caffè venduto come certificato è invece andata diminuendo negli ultimi anni, perché i consumatori sono meno disposti a pagare un prezzo maggiore. Questo è a sua volta dovuto a una serie di variabili, come la maggiore attenzione verso altre questioni ambientali e sociali che hanno ricevuto più visibilità negli ultimi anni (come la deforestazione causata dall’olio di palma) e una “label fatigue”, ossia la “stanchezza” e il disinteresse dei consumatori verso le certificazioni causati dal moltiplicarsi di sistemi spesso eterogenei. Di fronte a consumatori sempre meno disposti a pagare un “green premium” per il caffè certificato, diminuisce così la capacità delle certificazioni di espandersi e raggiungere la soglia critica di produzione e vendite per il proprio successo – o anche per la propria sopravvivenza.
Problemi interni e crisi climatica come opportunità
Queste difficoltà sono dovute anche ad alcuni problemi interni alle certificazioni stesse, che si sono trasformate, nei primi Duemila, da piccole iniziative legate alla vendita diretta del caffè da parte di piccoli produttori, in attività mainstream e di grande scala, che coinvolgono anche la grande distribuzione e sono legate alle più importanti aziende del settore. In questo processo, le certificazioni come Fairtrade o Rainforest Alliance hanno dovuto affrontare problemi cruciali come il mantenimento di un livello di qualità abbastanza alto da giustificare il prezzo superiore e soprattutto costante nel tempo, quello di garantire trasparenza nei propri sistemi di monitoraggio, e soprattutto quello di redistribuire in maniera equa ed efficace il price premium. Sfide che questi programmi hanno affrontato con successo alterno nell’ultima decade.
Altri profondi cambiamenti nel mercato del caffè stanno toccando le certificazioni, ma potrebbero avere un impatto positivo. La crisi climatica sta trasformando profondamente la produzione globale, e l’innalzamento attuale dei prezzi è infatti dovuto a eventi meteorologici estremi e siccità tra Brasile e Vietnam, i primi due paesi per produzione di caffè al mondo, che hanno ridotto l’output fino al 20 per cento (come nel caso di Vietnam e Indonesia) tra 2023 e 2024. Allo stesso tempo la situazione è complicata dall’incerto futuro del nuovo Regolamento Ue contro la deforestazione, lo EUDR, sospeso per la seconda volta di seguito nel 2025 ma che potrebbe influenzare radicalmente il settore, e dall’andamento turbolento delle tariffe dell’amministrazione Trump (che hanno colpito in maniera sensibile Brasile e Vietnam). Grazie al supporto storico dato dalle certificazioni ai produttori, e al loro contributo diretto nell’aumentare la resilienza della produzione, questi sistemi potrebbero giocare un ruolo sempre più importante in futuro nel proteggere gli agricoltori da possibili problemi futuri come un crollo improvviso dei prezzi o dall’impatto crescente della crisi climatica.
Prospettive future per le certificazioni
Per avere successo in questo settore in grande cambiamento, le certificazioni dovranno così puntare sulle attività in cui hanno dimostrato maggiore efficacia, come aiutare i produttori più fragili nell’affrontare regolamenti e impedimenti al commercio, cogliendo però anche la novità del momento. L’interesse crescente verso il caffè di qualità, il cosiddetto “specialty coffee”, potrebbe colmare il vuoto lasciato dal disinteresse di alcuni consumatori verso il caffè certificato – la produzione sostenibile si associa solitamente a una qualità superiore, e i sistemi di certificazione potrebbero così puntare di più sull’aspetto qualitativo per riprendere quote di mercato. Allo stesso modo, l’adattamento alla crisi climatica potrebbe essere un’altra delle attività centrali di queste certificazioni, di fronte a un impatto già evidente, ma che lo sarà ancora di più negli anni a venire.
Di fronte a un settore del caffè sempre più problematico, la sopravvivenza ancora in bilico delle certificazioni potrebbe così trovarsi nella loro capacità di aiutare i produttori a navigare un futuro sempre più incerto.
Responsabile di ricerca dell’Istituto Affari Internazionali. Specializzato in energia ed ambiente, con un focus sulle politiche europee, collabora con l’Istituto all’Energy Union Watch. Scrive, tra gli altri, per l’Espresso Online, lo European Energy Review e l’Energy Post. Ha lavorato precedentemente per il CEPS di Bruxelles, in ambito energetico, e per la Commissione Europea (DG DEVCO), su risorse naturali e food security.




