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Alberto Zanconato, Khomeini, il rivoluzionario di Dio

Khomeini, il rivoluzionario di Dio, di Alberto Zanconato, Castelvecchi, 2018, pag.288, euro 22.

Da orfano e studente in una madrasa a guida della Rivoluzione Islamica in Iran: questa la storia dell’Ayatollah Khomeini, raccontata da Alberto Zanconato nel suo ultimo libro, Khomeini, il rivoluzionario di Dio, edito da Castelvecchi. Zanconato, corrispondente ANSA da Teheran tra il 1994 e il 1997 e tra il 2001 e il 2011, dopo aver raccontato l’Iran nel suo libro precedente, questa volta tratteggia il ritratto dell’uomo che rovesciò lo Shah e diede al suo Paese un’impronta teocratica e integralista.

Iran - Khomeini - ZanconatoLa storia si apre nel villaggio di Khomein, nell’Iran occidentale, intorno al 1902. Qui nasce Rouhollah Khomeini, l’ultimo di una famiglia di seyed, i discendenti diretti di Maometto. Perso il padre, ucciso in un agguato tesogli da un signorotto locale, e la madre, in seguito a un’epidemia di tifo, sin da bambino si dedica allo studio dell’Islam nella madrasa di Arak, immergendosi nei testi sacri e disinteressandosi – almeno inizialmente – della politica.

Ma la storia politica dell’Iran si intreccia inestricabilmente con la vita di Khomeini: lo seguiamo così attraverso il processo di secolarizzazione del Paese, iniziato da Reza Khan, primo Shah della dinastia Pahlavi. Una secolarizzazione che Khomeini, studioso dell’Islam tradizionale, disapprova in tutte le sue forme, dall’istituzione di scuole laiche alla proposta di voto per le donne.

Intanto l’Iran vede due colpi di Stato, entrambi appoggiati da britannici e americani: il primo nel 1941, con l’invasione sovietica e britannica, che porta alla deposizione di Reza Khan, accusato di simpatie naziste e rimpiazzato da suo figlio Mohammad Reza. Il secondo nel 1953, quando il primo ministro Mohammed Mossadeq viene deposto per avere cercato di nazionalizzare l’industria petrolifera iraniana.

Mohammad Reza continua l’opera di laicizzazione dello Stato iniziata dal padre e intorno a Khomeini inizia a raccogliersi una serie di seguaci, contrari come lui alla modernizzazione della società e alla Rivoluzione bianca, il referendum proposto dallo Shah su nazionalizzazioni, alfabetizzazione e voto alle donne. Dopo un’invettiva particolarmente violenta contro lo Shah, Khomeini è arrestato e costretto a un esilio lungo quindici anni, prima in Turchia e poi in Iraq.

Gli Anni Settanta sono molto intensi per l’Iran, a causa di un boom petrolifero che il governo non riesce a gestire: la crescita economica è disordinata, va di pari passo con la corruzione e causa malcontenti e proteste in piazza. Da Parigi, dove si reca nel 1978, Khomeini incoraggia i manifestanti, diventando leader in esilio del movimento anti-Shah. Rientra in patria nel 1979 per assistere al collasso del regime, neutralizza l’opposizione ‘laica’ e fonda l’Iran teocratico che conosciamo anche oggi.

Per mostrare la potenza del nuovo Stato sfida apertamente gli Usa, con l’assalto all’ambasciata americana e il sequestro – durato più di un anno – di centinaia di funzionari e cittadini statunitensi. Negli Anni Ottanta Khomeini, ormai anziano, deve affrontare due tipi di guerre: quella tradizionale contro l’Iraq e quella ideologica contro chiunque sia, a suo dire, nemico dell’Islam; primo tra tutti lo scrittore inglese Salman Rushdie, autore di Versetti Satanici, che per Khomeini meritava di essere giustiziato.

Il padre della Rivoluzione islamica si spegne nel 1989, malato di cancro. Lascia agli iraniani la sua concezione politica dell’Islam come una terza via tra il “capitalismo rapace” e il “comunismo ateo”; scriveva “L’America è peggiore dell’Inghilterra. L’Inghilterra è peggiore dell’America. I sovietici sono peggiori di tutti e due”. Tuttavia, secondo Zanconato, la rivoluzione non si è compiuta appieno: gli iraniani, nonostante le forti pressioni politiche e sociali, non si sono mai islamizzati completamente, come voleva il loro leader.

Eleonora Febbe