IAI

Winning the Right War. The Path to Security for America and the World

Philip Gordon, analista alla Brookings Institution e oggi tra i consiglieri più stretti di Barak Obama, naviga tra le Scilla e Cariddi del recente dibattito sulla politica estera americana: superare lo schematismo manicheo dei Neoconservatori cercando di ricondurre la complessità del quadro internazionale ad un motivo unificante.

Winning the Right War si inserisce nella serie, ormai molto ampia, di analisi critiche delle scelte operate dalle due successive amministrazioni Bush. Andando oltre la dura polemica sugli errori dei repubblicani, e cercando di costruire un’alternativa in vista dell’auspicata presidenza democratica, Gordon si colloca in una nuova fase, potremmo dire più costruttiva, tra le reazioni di stampo moderato al “bushismo”.

L’argomentazione di Gordon parte dalla rinuncia a contestare il concetto di “guerra”, accettando la sfida di ridefinire un tipo di guerra che l’America possa vincere. La guerra sbagliata – la “war on terror” di Bush – ha compresso rischi e minacce disparati in un’unica categoria, perdendo di vista le ragioni di fondo dell’odio per l’America: il risentimento verso determinate scelte politiche americane e le gravi crisi diplomatiche lasciate irrisolte nel grande Medio Oriente.

Scontro ideologico di lunga durata
Nell’identificare la guerra che invece andrebbe combattuta, la chiave di volta è l’analogia con la guerra fredda, che fa da cornice al ragionamento di Gordon. Il conflitto “giusto” sarebbe oggi, come la guerra fredda, uno scontro ideologico di lunga durata che richiede un’alleanza globale e risorse ad ampio spettro. E la capacità di resistere alle provocazioni selezionando con cura le priorità.

L’attrattiva di questa metafora – come la definisce l’autore – è comprensibile se si pensa alla necessità di mobilitare l’opinione pubblica americana senza fare ricorso alla retorica emergenziale della paura che viene rimproverata a G.W. Bush. In particolare, Gordon riprende e aggiorna i dibattiti accalorati che ebbero luogo a più riprese tra i fautori del contenimento e quelli del ben più aggressivo “rollback” (fino a Ronald Reagan). Così, la dicotomia tra difesa e offesa serve ad evidenziare come l’abbandono della strategia di Clinton del “doppio contenimento” – verso Iraq e Iran – abbia prodotto gli esiti di enorme instabilità che conosciamo.

Ed ecco il messaggio centrale del libro: l’esigenza di integrare la retorica della fermezza e il possibile uso della forza con una serie di altri strumenti, usando questo mix in modo accorto e non occasionale.

Il primo tipo di raccomandazioni che ne derivano è di impostazione strategica, a cominciare dall’adattamento del giuramento di Ippocrate agli interventi militari: non arrecare danno, o fuori di metafora non procurare agli Stati Uniti più nemici di quelli che si riesce ad eliminare con un dato intervento. Medesimo concetto vale secondo Gordon per le limitazioni delle garanzie individuali nel contesto della Homeland Security.

Altra esigenza generale consiste nel rimarginare le ferite inferte alle tradizionali alleanze a seguito dell’invasione irachena, soprattutto con gli europei e la Turchia. Queste correzioni di rotta dovrebbero ristabilire anche il prestigio internazionale perduto dagli Stati Uniti.

Il secondo tipo di raccomandazioni è più puntuale, ma suggerisce in realtà una graduale convergenza tra Repubblicani e Democratici almeno dalla rielezione di Bush: un Piano Marshall per il Medio Oriente, e in generale forme di sostegno indiretto per i movimenti democratici; la drastica riduzione della dipendenza dal petrolio; un notevole aumento degli sforzi in Afghanistan, sia nel settore civile e finanziario che in quello militare.

Risposte incompiute
Sulle opzioni realisticamente disponibili in Iraq, l’autore parte dal presupposto che il nucleo del conflitto iracheno sia oggi una guerra civile, impossibile da fermare per gli Stati Uniti. Segue logicamente la prescrizione del ritiro, seppure graduale, con l’annuncio per una data certa – non subito, ma quando sarà definitivamente chiaro che la presenza americana non contribuisce ad un accordo tra le fazioni in lotta. Il problema di questa impostazione sta però proprio nell’avvio di tale sequenza, come sappiamo dagli innumerevoli dibattiti di questi mesi: in base a quale criterio il prossimo presidente prenderà la decisione di annunciare un ritiro massiccio? E, soprattutto, avrà il coraggio di farlo sostenendo che l’America ha fallito nei suoi obiettivi? È questo infatti il nodo irrisolto dell’affare iracheno per Washington, visto che tutti i casi storici mostrano i presidenti americani alla disperata ricerca di ritirate senza sconfitta, che salvino l’onore della superpotenza. Da tale prospettiva, l’analisi di Gordon resta incompleta come ricetta per un cambio di strategia.

Veniamo ad un’ulteriore omissione. Gordon non si pone alcune domande potenzialmente cruciali in relazione agli anni di Clinton: ci fu una sottovalutazione della minaccia terroristica, o semplicemente un approccio più paziente al problema mentre qualcuno preparava attentati per molti versi “inevitabili”? E ancora, mentre gli Stati Uniti perseguivano la politica del “doppio contenimento” in Medio Oriente, non è forse vero che dal loro stesso sistema di alleanze con i regimi sunniti “moderati” stavano emergendo i movimenti che avrebbero prodotto al Qaeda? In assenza di queste domande e delle relative risposte, il lettore rimane privo di un vero metro di valutazione rispetto al doppio mandato di G.W. Bush, poiché non è chiaro quanto del mondo post-2001 sia in effetti un’eredità, magari indiretta, degli anni clintoniani, o addirittura della stessa guerra fredda.

Inoltre, c’è da chiedersi se sia percorribile per il prossimo presidente la via di un ritorno nel solco della migliore tradizione (quella di Kennan ma anche Kennedy, secondo Gordon): si ha infatti la sensazione che il Bush dell’ultima ora stia già sottraendo le mosse migliori al suo successore, rilanciando un negoziato arabo-israeliano, chiedendo aiuto ai tradizionali alleati riguardo a Iran e Iraq, negoziando con la Nord Corea. Insomma, ci si può chiedere paradossalmente cosa resterà alla prossima amministrazione per distinguersi davvero dal duo Bush-Rice.

Il dilemma iraniano
La risposta potrebbe trovarsi nella questione iraniana, che sarà centrale nei prossimi mesi. Le ricette ispirate alla guerra fredda sembrano ben adattarsi a Teheran, candidato ad una politica di paziente contenimento. D’altro canto, il rifiuto di accettare un Iran con capacità nucleari militari è, ad oggi, uno dei pochi punti di consenso bipartisan a Washington, e la logica già intrapresa delle sanzioni progressive non promette risultati a breve termine.

Qui emergono molte della contraddizioni che, a onor del vero, penalizzano tutte le analisi sulla questione iraniana: non è affatto chiaro come possa definirsi “potenza in ascesa” un paese che – come ammette lo stesso Gordon – potrebbe rapidamente trasformarsi in un caotico stato fallimentare di tipo iracheno; in altri termini, la nostra comprensione delle dinamiche iraniane è assai approssimativa. Data questa realtà, la politica più prudente appare in effetti quella del contenimento accompagnato ad un engagement che parta dall’apertura di normali rapporti diplomatici. Tutto ciò, però, non in virtù di una strategia cristallina come sembra sostenere Gordon, bensì per carenza di alternative accettabili. La differenza non è da poco, visto che il prossimo inquilino della Casa Bianca si troverà, dal giorno dell’insediamento, carico del bagaglio di profonda sfiducia tra Washington e Teheran, oltre che di una escalation già ad alto rischio, e non potrà certo disporre di una tabula rasa diplomatica. È altamente probabile, dunque, che le sue opzioni saranno assai limitate dai fatti.

Nel complesso, le tesi di Gordon sono ben articolate e riflettono un sentimento assai diffuso di disagio verso l’eredità di G.W. Bush. Se ciò sia sufficiente per impostare una coerente politica di sicurezza alternativa, è però presto per dire. Intanto, scegliere l’analogia con la guerra fredda – intesa come lungo conflitto ideologico – significa ricercare una posizione che potremmo definire “neolib” piuttosto che classicamente realista. Forse è un segno che le nuove strategie andranno comunque inserite nel paradigma che di fatto è stato generato dalle reazioni all’11 settembre, dagli sviluppi in Iraq e dalla questione iraniana. È questo il panorama internazionale che avranno di fronte gli Stati Uniti nei prossimi anni; qualunque giudizio si dia della presidenza Bush.

Roberto Menotti è Senior Research Fellow, International Programs and Aspenia Editorial Consultant presso l’Aspen Institute Italia

Winning the Right War. The Path to Security for America and the World
Philip H. Gordon, Times Books, New York, 2007