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La verità degli altri in dieci storie, di Giancarlo Bosetti

La verità degli altri. La riscoperta del pluralismo in dieci storie. Giancarlo Bosetti, Bollati Boringhieri, 2019, pp. 200, 19 €.

I brani seguenti sono tratti dall’introduzione dell’ultimo libro di Giancarlo Bosetti, pubblicato nel giugno 2019. Il volume è composto da dieci storie che invitano a riflettere sull’importanza del pluralismo all’interno della società e a respingere, ogni volta che si presenta, l’aggressiva ‘macchina’ chiamata etnocentrismo.

Scrive Bosetti: Fin dall’inizio dei tempi di homo sapiens ci figuriamo di stare al centro dell’universo. Dove nasciamo è il perno su cui tutto ruota, l’Axis Mundi, o l’’albero del cosmo’ (…) L’’albero del cosmo’ era il palo che reggeva la tenda dove si dormiva (…)

La verità degli altri - BosettiDisturbante, irritante è che quando la tribù allarga il raggio dei suoi movimenti verso altre radure, altri boschi, altre vallate, scopre improvvisamente un’altra tribù che celebra riti con un altro palo, altre danze, altri canti. Altri totem e altri tabù. Uno shock, che incrina certezze e provoca confronti e pensieri. Dunque, se è quello vero il suo, di palo, sarà vero anche il mio? O no?

I filosofi hanno inventato parole per queste situazioni come ‘monismo ingenuo’ fino al ‘dualismo critico’. È la scoperta che non siamo figli unici, ma parte di una fratellanza vasta e variegata (…) La scoperta della verità degli altri è una ferita, è come un tradimento, (…) ma poi arriva dalla convivenza anche altro sapere, altre risorse, invenzioni e combinazioni. Ma ci vuole del tempo. Un nome adatto per questa guarigione è ‘tolleranza’ (…)

Quella tendenza naturale a considerarsi il centro del cosmo ha un nome appropriato: ‘etnocentrismo‘.
Ci sono voluti millenni per inventare la parola, che è entrata nelle enciclopedie soltanto nel secolo scorso ad opera di William Graham Sumner, professore di Yale. Questa devozione – diceva Sumner – verso l’in-group (il ‘noi’ al centro, famiglia, tribù, popolo) comporta ‘un senso di superiorità verso ogni out-group’ (loro, gli altri) e spinge alla difesa degli interessi del primo contro i secondi.

Erano gli anni della prima fioritura dell’antropologia culturale, quella di Franz Boas e dei suoi seguaci. (…) Boas era uno che pensava (…) che bisogna riconoscere che il valore che attribuiamo alla nostra cultura dipende dal fatto che ne facciamo parte e che questa cultura ci ha nutrito al suo interno fin dalla nascita. (…) Quella scuola di pensiero stabilì un principio: che non ci sono razze o culture inferiori, o superiori (…)

Ma (…) il relativismo culturale non ci consegna all’impotenza di fronte, per esempio, alla pratica di lapidare le adultere negli stadi come (…) in Afghanistan o allo sterminio col gas di un villaggio curdo, come d’uso in Siria: un pluralista di mente aperta non reagisce dicendo “lì usa così, pazienza” (…)

Da esseri umani sappiamo compilare una lista di cose da escludere. Nelle società aperte, dunque, ma non in tutte le altre, una dose di relativismo culturale (diverso da quello morale) è diventata un ingrediente indispensabile della buona educazione. Ma attenzione: la devozione etnocentrica scatena spirali di aggressività ed è sempre in agguato.  Si attiva ogni volta che, in un comizio, in un editoriale, in un talk-show, si dà fiato al desiderio di mettere fine all’egemonia di una cultura ‘troppo tollerante’.

Il monismo è duro da risvegliare dal pluralismo della realtà, dal sonno della tribù in cui è cresciuto. Insieme all’etnocentrismo costituisce lo strato roccioso che il suo avversario di sempre, il pluralismo, cerca di corrodere e sciogliere. E noi qui raccontiamo le storie di chi ci ha provato, lasciando un segno.