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Un nazista piccolo piccolo

Un romanzo storico debordante, che racconta la seconda guerra mondiale attraverso le memorie dell’ufficiale delle SS Max Aue, un personaggio fittizio creato dall’autore, ma che vive di vita propria per tutta la narrazione. Con questo libro l’autore – uno scrittore praticamente esordiente (aveva pubblicato solo un breve romanzo di fantascienza nel 1989) e di nazionalità americana – ha non solo vinto a novembre il premio Goncourt ma, soprattutto, ha attirato da subito l’attenzione dei lettori (pubblicato ad agosto, dopo un solo mese il romanzo era già arrivato alle 200.000 copie vendute), riscuotendo un successo che ha colto di sorpresa la stessa casa editrice Gallimard e quasi impensabile per un volume di ben 900 pagine.

Eppure anche un lettore non “impegnato” ha difficoltà a staccarsi dalle pagine di questo libro sino alla fine e, arrivato all’ultima, non potrà che rammaricarsi del dover abbandonare il protagonista del romanzo dopo averlo seguito passo passo nei suoi peregrinaggi. Nel corso del racconto Max Aue infatti attraversa tutta l’Europa, andando da Berlino al fronte orientale al seguito di un Einsatzgruppe, in Ucraina, poi nel Caucaso e in Crimea, poi con l’esercito a Stalingrado, proprio al termine dell’assedio, quindi sul Baltico e poi di nuovo a Berlino, e poi nella Francia di Vichy, e ancora in Germania e nei campi di concentramento (incaricato di escogitare una gestione ottimale della forza lavoro rappresentata dagli ebrei), sempre più a stretto contatto con i gerarchi nella Berlino bombardata dagli alleati e infine assediata dai soldati sovietici, in una sorta di discesa nell’abisso da nazista convinto e burocrate dello sterminio, fin dentro al bunker di Hitler ed alla disfatta della Germania.Nello scrivere questo romanzo, l’autore si è ispirato ad altre opere letterarie (dal romanzo di Hilsenrath “Il barbiere e il nazista”, ad esempio, Littell ricava l’espediente del travestimento come via di fuga, ma anche immagini ed episodi come quello del discorso del Fuhrer) ma ha soprattutto svolto – prima della scrittura vera e propria e propedeutico ad essa – un impressionante lavoro di documentazione, al fine di ricostruire il contesto storico nel quale far muovere il suo protagonista (Littell ha dichiarato di averci lavorato per cinque anni).

L’autore ha raccolto e studiato le fonti più disparate, attingendo a testi di storia, alla memorialistica, agli atti dei processi, a documentari e filmati (anche di avvenimenti successivi, come le immagini del processo ad Eichmann), e ha utilizzato questa documentazione con grande attenzione, riuscendo a descrivere la Germania nazista, i principali avvenimenti della seconda guerra mondiale (sul fronte orientale, ma non solo) e lo sterminio degli ebrei in modo accurato e vivido, con coerenza e profondità di analisi e al tempo stesso una grande attenzione ai particolari. L’autore riesce così non solo a ricostruire per il lettore un quadro ampio del periodo storico e della società tedesca, ma gli permette anche di soffermarsi sui dettagli, di ragionare sui collegamenti tra gli avvenimenti, e, infine, di comprendere meglio la storia. E questo è forse uno dei pregi più grandi di questo romanzo.

Ma l’autore ha utilizzato queste fonti anche con la grande libertà che gli veniva concessa dalla forte caratterizzazione del suo protagonista e dal suo “isolamento”. Max Aue è infatti un personaggio dalla psicologia contorta, vittima di allucinazioni ma al tempo stesso socialmente normale, freddo ma anche preda di scatti di furia omicida, un narciso che dialoga – dalla prima all’ultima pagina del romanzo – solo ed esclusivamente con l’immagine riflessa di se stesso.

Sin dalle prime righe del romanzo il protagonista dichiara infatti di non cercare né la comprensione né il dialogo con il lettore, e mantiene la propria condizione di isolamento per tutto il racconto, incapace di avere vere relazioni anche con gli altri personaggi che attraversano la sua strada. I pochi dialoghi si trasformano inevitabilmente in soliloqui, a volte addirittura contro la stessa volontà dell’autore, come avviene ad esempio nell’episodio dell’interrogatorio da parte di Aue di un funzionario comunista catturato a Stalingrado, dove il tentativo dell’autore di introdurre e illustrare una sua equiparazione tra totalitarismi attraverso la conversazione tra l’ufficiale nazista e il suo prigioniero viene fatta fallire dal suo stesso protagonista.

Ed è proprio questo personaggio isolato e vaneggiante che il lettore è “costretto” a seguire per tutto il romanzo, pensando all’inizio di non potersi mai e poi mai immedesimare nei suoi pensieri e nelle sue azioni, ma dovendo poi invece spesso riconoscerne umanità e “normalità”, nonchè una strabiliante capacità di sopravvivere agli eventi che permette proprio a lui – Max Aue – di prevalere e risultare alla fine il più “adatto”, in un processo che non si arresta con la conclusione della guerra ma che ci permette di ritrovarlo alla fine nei panni di un tranquillo signore, piccolo industriale di provincia che si chiude a chiave nello studio per scrivere – lontano da occhi indiscreti – le proprie memorie.

Jonathan Littell, Les Bienveillantes, Gallimard, Paris 2006, pagine 903.

Link utili:
http://www-gatago.com/it/cultura/ebraica/40304866.html (Il manifesto)
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=130442 (Il giornale)
http://www.gallimard.fr/catalog/html/clip/A78097/index.htm
http://fr.wikipedia.org/wiki/Les_Bienveillantes