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TOMORROWLAND – Una strategia per la nuova cooperazione italiana

La prefazione di Federica Mogherini, le interviste con Amina Mohammed, braccio destro di Ban Ki Moon per la scrittura dei nuovi Obiettivi del Millennio, David Miliband, ex ministro degli esteri inglese e presidente di una delle più importanti Ong ad occuparsi di rifugiati e crisi umanitarie, ed altri personaggi di calibro (Enrico Giovannini, ora consulente delle Nazioni Unite, Marco Carletto, amministratore delegato del gruppo Calzedonia, Nino Sergi, fondatore di Intersos) rendono “Tomorrowland – Una strategia per la nuova cooperazione italiana” un libro originale nel dibattito italiano sulla politica estera.

Esce, con singolare tempismo, tra la crisi dei rifugiati nel Mediterraneo, l’approvazione alle Nazioni Unite dei nuovi Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile e la formazione, in Italia, della Agenzia per la cooperazione. Curato da Emilio Ciarlo, principale consigliere politico del Viceministro degli Esteri e della cooperazione negli ultimi anni, Lapo Pistelli, quando e’ stata scritta e approvata la recentissima riforma della cooperazione italiana, il libro si propone di sintonizzare il dibattito italiano con quello internazionale, affrontando i temi più nuovi (come quello della Finanza per lo sviluppo), delineando le questioni più discusse sul futuro della cooperazione (come la partnership tra pubblico e privato), descrivendo la nuova governance della cooperazione italiana e la chance che diventi un modello per altri Paesi.

La cooperazione internazionale del futuro, questa la tesi del libro, sta andando “oltre l’aiuto”. Ovviamente andare “oltre” non vuol dire ignorare quanto vi sia ancora bisogno di sostegno e aiuto materiale per molti Paesi.

Il primo saggio della sezione “Visions”, dello stesso Ciarlo, con cifre e riferimenti, racconta dei Paesi ancora presi nelle quattro “trappole della povertà” (conflitti, assenza di sbocchi al mare, penuria di risorse naturali, malgoverno) e soprattutto del crescente numero di “stati fragili” , oltre cinquanta secondo Banca Mondiale, aree che a prescindere dal volume del PIL sono in una situazione di “Stato zero” in cui è molto complesso intervenire ed incidere per lo sviluppo.

Il mondo tuttavia è molto cambiato negli ultimi decenni, come ci spiegano i grafici e i dati del saggio dell’esperto di sviluppo Simon Maxwell, uno dei consulenti senior dell’ODI, think tank londinese leader nel campo. I paesi a reddito bassissimo sono diminuiti (meno di 40 secondo le classificazioni OCSE), i Paesi a reddito medio e medio alto rivelano grande dinamicità economica, sono in grado di accedere ai mercati finanziari internazionali e nuovi “donatori” e investitori (dalla Cina all’India) sono comparsi sulla scena.

I Paesi africani sono in cerca dei 50 miliardi l’anno che servirebbero a colmare un deficit di infrastrutture che vale circa il 2% di crescita, e chiedono trasferimento di tecnologia, formazione del settore privato locale, miglioramento della governance più che aiuti tradizionali.

Le rimesse dei migranti rappresentano, oramai, in volume il triplo degli aiuti internazionali, gli investimenti diretti superano i 700 miliardi di dollari e, secondo alcuni studi, sistemi di raccolta fiscale più efficienti e sistemi bancari più diffusi sarebbero in grado di mobilizzare in Africa e nelle zone arretrate dell’Asia gran parte dei miliardi necessari per far muovere l’economia.

Perché allora tutto questo non si traduce in uno sviluppo ordinato, maggiore equità nella distribuzione della ricchezza, maggiore capacità di contrastare i cambiamenti climatici, maggiore stabilità politica, calmieramento dei flussi migratori e promozione della democrazia e del rispetto dei diritti dell’uomo?

Il libro delinea lo sforzo di cambiamento che il dibattito internazionale sta facendo per adeguare le Agenzie nazionali e internazionali di cooperazione al nuovo scenario e alla nuova “grammatica dello sviluppo” che sarà scritta nelle prossime settimane a New York, grazie all’approvazione dei nuovi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.

Amina Mohammed, incaricata alle Nazioni unite della lunga negoziazione su questa nuova Carta internazionale, è una dei “worldchanger” intervistati nella seconda parte del libro. Ci spiega come si è arrivati a far firmare a tutti i Paesi del mondo impegni e standard minimi relativi alla lotta alla fame, alle diseguaglianze, per garantire migliore servizi sanitari ed educativi ma anche per innalzare il livello di tutela dei diritti umani, assicurare maggiori spazi di democrazia, lavorare per uno sviluppo ambientalmente sostenibile. Una vera Agenda politica a 360 gradi. L’idea di “misurare”, controllare e verificare gli sviluppi in tutti questi settori implica uno sforzo di raccolta, elaborazione e analisi dei dati per ogni Paese che ha fatto parlare di “data revolution”, considerata uno dei presupposti per creare sviluppo. Una rivoluzione alla guida della quale vi è un italiano, Enrico Giovannini, protagonista di un’altra delle interviste proposte in “Tomorrowland”.

Più si va avanti e più si comprende cosa vuol dire andare “oltre l’aiuto”, oltre le spettacolari raccolte di fondi alla “Live Aid”, più in là del solo sostegno tradizionale e dell’aiuto umanitario.

I capitoli sulla nuova finanza per lo sviluppo, sulla finanza sociale, sugli strumenti innovativi (dai “Disaster bond” all'”Advanced market commitment”) sul coinvolgimento del settore privato nello sforzo di costruire lo “sviluppo sostenibile” danno una visione nuova e stimolante del nuovo orizzonte che si sta esplorando e l’intervista con Marco Carletto, AD del gruppo Calzedonia, affronta senza paure il rapporto tra impresa e cooperazione, pubblico e privato, svelando esempi di buona economia, solidale e di sviluppo che l’Italia propone in giro per il mondo.

L’e book apre anche una finestra sul tema caldissimo delle migrazioni e delle crisi umanitarie, con le proposte di David Miliband sulla riscrittura dell’agenda umanitara e di Nino Sergi che si interroga sul rapporto tra immigrazione e cooperazione.

Il cuore del libro, la parte centrale dei capitoli sulle “Visions” è però il ruolo dell’Italia in questo nuovo scenario, la sua voglia di riprendere voce e dire la sua.

Ciarlo dà la sua lettura della riforma: la cooperazione è una forma di “global politics”, la nuova cornice dentro la quale devono trovare coerenza e senso gli accordi internazionali sull’ambiente, le intese sulle politiche commerciali, la tutela dei migranti, il sostegno per le crisi umanitarie. Una cooperazione “parte integrante e qualificante della politica estera”, centrale per il Governo e non più una “beneficienza marginale” fatta per cattiva coscienza.

Una politica affidata al Viceministro degli Esteri, concordata a livello di Consiglio dei Ministri, affidata a un’Agenzia per la cooperazione moderna, snella e specializzata sul modello degli altri Paesi europei. La nuova Agenzia, la funzione di Banca per lo sviluppo affidata a Cassa Depositi e Prestiti, come in Germania e Francia, la costruzione di un “sistema della cooperazione italiana” che crei sinergie tra profit e no profit, grandi charities, piccola “cooperazione popolare” e decentrata, sono i nuovi strumenti nella cassetta degli attrezzi del nostro Paese.

Il presidente del Consiglio pare entusiasta della riforma, si è impegnato a portare l’Italia dall’ultimo posto al quarto del G7 in termini di contributi allo sviluppo (il libro ci spiega anche come poterlo fare), ne ha quindi compreso le potenzialità politiche ed economiche. Il libro si avvia a lanciare il dibattito.