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Quale America nel nuovo mondo post-americano?

“Questo non è un libro sul declino dell’America, ma sull’ascesa di tutti gli altri”. Nonostante lo abbia dichiarato in modo esplicito, ciò non ha impedito a Fareed Zakaria di essere iscritto da molti nella lista dei profeti di sventura dell’America. Da questa considerazione si dipana tutto il ragionamento svolto dal noto saggista indiano, responsabile dell’edizione internazionale della rivista Newsweek, che ha il merito di aprire gli occhi con istantanee efficaci e sorprendenti sul mondo che cambia. Il ridimensionamento americano è la conseguenza naturale della transizione verso un mondo sempre più policentrico, guidato da molte persone in molti luoghi.

Nei prossimi decenni, tre delle quattro principali potenze – Cina, India e Giappone – saranno espressione di un mondo non occidentale: partendo da semplici ed apparentemente banali osservazioni empiriche e con il conforto dei fondamentali dell’economia globale vengono illustrate in modo chiaro e coinvolgente le principali caratteristiche dell’ordine internazionale in rapida gestazione.

La globalizzazione, nonostante crisi finanziarie e conflitti vecchi e nuovi, funziona: una crescita economica generalizzata segna la definitiva vittoria dell’economia sulla politica. Diminuiscono la povertà e la violenza. Si risvegliano i nazionalismi.

Un pianeta sempre più caratterizzato dall’ascesa politica, economica e sociale di nuovi stakeholders con i quali l’America (ma anche l’Europa…) dovrà necessariamente iniziare a confrontarsi.

La comunità internazionale, post-ideologica, si sviluppa senza superpotenze di riferimento e si va configurando sulla base di una fluida dinamica delle relazioni internazionali paragonabile ad “un sistema di voli diretti da un punto ad un altro, dove ogni giorno nascono nuove rotte”. Un fitto reticolo di nuove relazioni e strutture, nel quale i protagonisti dell’ “ancien régime” novecentesco dovranno ripensare il loro ruolo.

Insomma, un mondo reticolare, interconnesso, ibrido, che vedrà una sempre maggiore integrazione tra le forze modernizzanti della globalizzazione ed il magnete del fattore locale: un vero sistema glocal.

Ciò segnerà la fine del monopolio dell’influenza culturale occidentale ed europea in particolare sui modelli di sviluppo mondiali. Se fino a pochi anni fa “fu l’Oriente a parlarmi, ma con una voce occidentale” (l’autore cita lo scrittore inglese Conrad in “Giovinezza” per esemplificare come gli stessi oppositori del sistema occidentale fossero imbevuti del suo pensiero e dei suoi valori), i prossimi decenni saranno contraddistinti, per Zakaria, dalla sfida della costruzione di una nuova modernità post-occidentale.

I volti più noti di questo mondo in ascesa sono, prevedibilmente, Cina ed India a cui sono dedicati due capitoli del saggio e che rappresentano al meglio le tendenze descritte dall’autore.

Secondo l’economista Jeffrey Sachs, “la Cina rappresenta il più grande caso di successo nello sviluppo della storia del mondo” e le performances del Paese sono sotto gli occhi di tutti. Realismo e pragmatismo, competenza e lungimirante programmazione sono tra i fattori determinanti per comprendere l’ascesa pacifica della Cina negli ultimi decenni in attesa di sciogliere il dilemma incombente che opporrà crescita e democrazia. Dopo anni di low profile, Pechino sta ora assumendo la consapevolezza del suo nuovo status di potenza emergente e costituirà per Washington il principale rivale dei prossimi anni.

L’India racconta, con una trama differente, una storia di ugual successo. “La democrazia liberista con maggior tasso di crescita al mondo!”. A differenza della Cina, l’India entra stabilmente nel club che conta grazie ad un processo di crescita caotico, confuso, in larga parte non pianificato, con tutti i freni che le regole democratiche e l’opinione pubblica impongono alla maggior parte dei governi occidentali. Ma anche con uno straordinario capitale umano e la complessa eterogeneità che portò Winston Churchill ad affermare che si trattava solo di un “nome geografico”. Persa la competizione economica con Pechino, New Delhi si imporrà come importante attore politico grazie ai suoi due principali vantaggi comparati: la capacità di saldare mentalità occidentale e modernità orientale e la special relationship che vanta con gli Stati Uniti.

Da un punto di vista strettamente americano, la sfida maggiore per gli Stati Uniti sarà comunque quella di riuscire (o cominciare…) a confrontarsi con un mondo nel quale sono aumentati i competitors e nel quale molti dei vantaggi acquisiti vengono rimessi in discussione: Washington saprà riadattarsi ad un nuovo ordine internazionale in cui a decidere le regole del gioco e a scrivere l’agenda delle priorità saranno numerosi soggetti?

Gli Usa continueranno ad avere solidi fondamentali e rimarranno un Paese all’avanguardia in molti settori strategici quali la difesa, le nuove tecnologie, la ricerca. Inoltre, secondo l’autore, la gran parte delle disfunzioni economiche, reali, sono il risultato di specifiche politiche governative, sbagliate; non quindi sintomo di una decadenza strutturale del Paese. Insomma, gli Stati Uniti hanno le carte in regola per continuare ad essere l’attore chiave sulla scena internazionale a condizione di operare un sostanziale cambiamento del loro approccio psicologico nei confronti del resto del mondo: gli anni imperiali a cavallo tra XX e XXI secolo sono un lontano ricordo.

Gradualmente, Zakaria abbandona i numeri e i dati utilizzati per tratteggiare il mondo che verrà e lancia un’appassionata esortazione all’America affinché riprenda coscienza della propria missione nel mondo. Un tono di speranza che segue un’inequivocabile constatazione.

Il vero segreto che permetterà all’America di risorgere sta nell’abbandonare i sentimenti di paura e la tendenza al ripiegamento che caratterizza in questi ultimi anni la società statunitense: l’America deve tornare ad avere fiducia in se stessa recuperando quello spirito e quei valori che, molti anni prima, avevano attratto un giovane studente indiano, folgorato dal sogno americano “aperto al mondo ed al futuro”.

Questa attitudine positiva ha permesso, nel secolo scorso, agli Usa di abbracciare la cooperazione internazionale, di definire solide strutture di governance all’indomani delle due guerre mondiali (sistema politico ed economico internazionale), di costruire dighe e non barriere nei confronti degli altri popoli, di divenire l’unica nazione universale ed il punto di riferimento – culturale e sociale – per tanti uomini di tutto il mondo. Un Paese aperto, attraente e dialogante.

Le ricette dell’autore per recuperare il prestigio perduto e per conservare un ruolo di primo piano nel mondo si limitano ad un elenco di suggerimenti che la nuova amministrazione “post-imperiale” farebbe bene ad accogliere per ritagliarsi quel ruolo da “onesto sensale” del mondo contemporaneo che Zakaria mutua dall’esperienza storica della Germania bismarckiana ottocentesca.

Definire chiare priorità; riaffidarsi alla concertazione internazionale ed al multilateralismo voluto a suo tempo proprio dalla Casa Bianca; abituarsi a pensare asimmetricamente per competere nel nuovo millennio; adottare soluzioni flessibili per la gestione dei problemi universali; riacquisire, agli occhi altrui, la legittimità perduta negli ultimi anni a causa di politiche sbagliate per poter contribuire a determinare l’agenda globale. Riuscirà l’America ad accettare un fisiologico ridimensionamento? Quale posto vi sarà per la “potenza indispensabile”? E per il “vecchio continente”? Quali forze di governo e modelli di sviluppo riusciranno ad avere la meglio nel nuovo mondo multipolare?

Al di là delle diagnosi sull’attuale stato di salute degli Stati Uniti e sulle previsioni che ognuno può fare, appare utile mettere a fuoco le nuove dinamiche di questa fluida fase delle relazioni internazionali. Zakaria ci offre un paio di lenti per osservare il corso della storia.

Fareed Zakaria, L’era post-americana, Rizzoli, Milano, 2008. Titolo originario dell’opera: The Post-American World.