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Obama e l’eclissi della Right Nation

Si è davvero chiuso il 4 novembre 2008, con l’elezione di Obama al 1600 di Pennsylvania Avenue, il lungo ciclo politico conservatore che dall’inizio degli anni ottanta – attraversando anche la presidenza Clinton – ha profondamente segnato la storia americana e mondiale? È proprio così diversa dal passato la base sociale che, con la più ampia partecipazione al voto degli ultimi quarant’anni, ha eletto il nuovo presidente? Quali insegnamenti può trarre, infine, la “vecchia Europa” dalle importanti innovazioni tecniche e politiche sperimentate da entrambi i candidati alla Casa Bianca durante quella che è stata definita la prima campagna elettorale del XXI secolo?

Sono le ambiziose domande cui cerca di dare risposta Come cambia l‘America. Politica e società ai tempi di Obama, l’agile saggio di tre giovani ricercatori italiani (Mattia Diletti, Martino Mazzonis e Mattia Toaldo), scritto al termine di un prolungata esperienza “sul campo”. La dettagliata analisi dei flussi elettorali americani rivela che donne, minoranze e young professionals sono il motore della coalizione elettorale democratica che il 4 novembre scorso ha determinato la vittoria del nuovo presidente. La saldatura tra queste categorie emergenti e i più tradizionali insediamenti elettorali dei democratici (elettori urbani delle due coste, afroamericani e lavoratori bianchi sindacalizzati), in “tempi normali” avrebbe garantito una lunga stagione di governo. Ma la crisi economica incombe.

Se Bill Clinton aveva costruito i suoi successi sulla conquista del “centro” dello spettro politico, Obama avrebbe dunque puntato sulla costruzione di una nuova coalizione politico-elettorale funzionale al suo progetto di governo. Operazione tutt’altro che improvvisata, elaborata nel corso degli anni anche grazie alle approfondite analisi dei più importanti Think Tank liberal americani. Grazie ad un attento studio delle trasformazioni demografiche ed economiche del paese e ad una sapiente gestione dell’issue priming, i democratici sono dunque riusciti ad imporre i temi a loro più cari al centro del dibattito: dall’opposizione alla guerra, all’estensione del sistema sanitario, dalla riconversione ambientale dell’economia, al deciso intervento dello Stato per risolvere la crisi. Ogni volta che i repubblicani hanno provato a cambiare discorso, i democratici hanno avuto il merito di riportarlo su “i veri temi che interessano la middle-class”. Il tutto realizzato anche tramite un’abile “trasformazione dell’antipolitica in politica”, grazie ad un approccio dai tratti populistici e alla biografia da outsider di Obama, che gli hanno permesso di presentarsi come naturale sponda del sentimento antipolitico.

L’incognita della crisi
La Right Nation (la nazione “giusta e di destra” raccontata ancora nel 2005 dai giornalisti di The Economist John Micklethwait e Adrian Wooldridge) anche se esiste ancora, sarebbe dunque oggi diventata minoritaria. Gli autori lo sottolineano ricordando che se fino a metà degli anni ’90 il 60% degli americani era d’accordo con l’affermazione che “il governo proverà a fare troppo, a farlo male e quindi ad alzare le tasse”, a fine 2008 la stessa percentuale sceglieva la risposta opposta. Ancora più persone (il 70%) pensano oggi che lo Stato debba prendersi cura di chi da solo non ce la fa. Secondo il prestigioso centro di sondaggi Pew Research Center, due terzi degli americani pensa che i profitti delle grandi corporation siano troppo alti, e la stessa percentuale è disposta a pagare prezzi più alti pur di non distruggere l’ambiente.

Se questa analisi fosse impeccabile, l’America si presenterebbe oggi come un paese pronto a farsi guidare dal suo nuovo leader lungo gli impervi ed incerti sentieri della crisi. E forse anche come un paese pronto a misurarsi con il possibile ridimensionamento della sua ricchezza complessiva e del suo ruolo internazionale. A rendere meno scontato il quadro tracciato dal saggio di Diletti, Mazzonis e Toaldo è la consapevolezza che le categorie sociali della supposta neo-coalizione democratica sono però le più esposte agli attuali rivolgimenti economici. E sono anche quelle tra cui più forte può essere la ricaduta negativa delle grandi aspettative alimentate da Obama. Il presidente americano è il primo a sapere quanto sia sottile il filo su cui cammina.

È dunque estremamente difficile valutare se oggi negli Usa si sia davvero chiuso un lunghissimo ciclo politico e se i democratici siano stabilmente riusciti ad aprirne uno nuovo. Il 45.9% dei consensi ottenuti dal candidato repubblicano McCain dopo l’uscita di scena di un Bush ai minimi livelli di popolarità – e all’indomani del settembre nero di Wall Street – indicano che il radicamento dei conservatori americani è ancora forte e potrebbe non essere necessario troppo tempo per rinvigorirlo. Contro ogni tentazione trionfalistica sia di monito il ricordo delle parole dello stratega repubblicano Karl Rove dopo le elezioni del 2004: “abbiamo costruito una maggioranza repubblicana permanente”.

Se dunque Diletti, Mazzonis e Toaldo non sono completamente insensibili all’”obamamania” ancora oggi dominante in Europa, hanno ragione nel dire che questa “fascinazione” nasce dall’assenza, al di quà dell’Oceano, di leader che abbiano l’audacia di proporre alternative politiche chiare. L’Europa non troverà la risposta alle sue inquietudini, concludono i tre autori, né “scimmiottando” un fenomeno profondamente radicato nella storia, nei valori e nell’esperienza politica americana come quello di Obama, né continuando ad aspettare un “messia” salvifico dall’altra sponda dell’Atlantico. Solo attingendo al meglio dei suoi valori costitutivi ed affrontando a viso aperto le grandi sfide cui è chiamato a rispondere, il vecchio continente potrà sperare di non sfaldarsi e di trovare una via d’uscita “propria” alla profonda crisi che lo attraversa.

Come cambia l‘America. Politica e società ai tempi di Obama, di Mattia Diletti, Martino Mazzonis e Mattia Toaldo