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Mondi in guerra: 2500 anni di conflitto fra Oriente e Occidente

Potrebbe anche intitolarsi “Da Erodoto a Huntington” questa ricca opera di Anthony Pagden, ora uscita per i tipi di Laterza, che descrive i due millenni e mezzo di guerre fra Est e Ovest, di cui al sottotitolo. In realtà le menzioni dello storico greco sono numerose e quasi affettuose nel corso della narrazione, mentre il politologo di Harvard figura una sola volta, e per citare in realtà Osama bin Laden, che esprime il suo accordo pieno con la tesi dello “scontro di civiltà”, del che pochi si stupiranno.

È bene precisare subito che dall’Oriente qui contemplato è escluso quello Estremo, o semplicemente lontano, e non solo per motivi geografici, ma perché non ci sono stati conflitti con la Cina, almeno fino a quando le potenze occidentali non hanno tentato di controllarne il commercio, cioè alla fine del diciannovesimo secolo. Ed è esclusa la Russia, con la cui forma sovietica pur abbiamo identificato l’Est durante tutta la guerra fredda. Altrimenti, l’impero dello Zar è piuttosto parte dell’Ovest, in questa disamina storica, e c’è una vaga speranza che divenga occidentale anche la Russia attuale, dalle dubbie credenziali democratiche e liberali.

I millenni percorsi a volo d’aquila da Pagden sono in realtà tre, visto che “le origini dei conflitti fra Oriente e Occidente, di cui la guerra di al Qaida contro l’Occidente è l’ultima manifestazione, sono così antiche che appartengono al mondo del mito” (p. xv), cioè alla narrazione omerica della vittoria dei greci sui troiani, là vicino al Bosforo, confine simbolico fra i due mondi in guerra. “A Troia si era accesa una fiaccola che avrebbe bruciato per tutto il corso dei secoli”, durante il quale ai Troiani sarebbero succeduti i Persiani, e poi i Fenici, i Parti, i Sasanidi, gli Arabi e infine i Turchi ottomani.

Ecco allora che gli undici capitoli dell’excursus riguardano nell’ordine: le guerre persiane, primo segno dell’’inimicizia perenne’ dopo Troia; le conquiste di Alessandro Magno, troppo brevi per costituire un impero; la saldatura dell’Ellade con Roma fino a configurare “un mondo di cittadini”; il trionfo della chiesa fino al suo scindersi dall’Oriente; l’avvento dell’ultima religione monoteistica da cui scaturisce la civiltà islamica; le crociate nella cosiddetta Terra Santa; il terrore generato dai Turchi mentre da noi si accendono i Lumi che tenteranno di illuminare anche l’Oriente; Napoleone, chiamato il Maometto dell’Occidente, a rischio di suscitare qualche ottusa ira fra fanatici musulmani. Infine il colonialismo europeo, prima avversato dagli Stati Uniti, che però poi in qualche modo subentrano nel “percorso dell’impero verso oriente”, a riprova del fatto che nel frattempo l’Occidente, prima identificato con la Grecia, e poi con l’Europa, si era ormai esteso a comprendere il Nuovo Mondo.

Come si vede dalla frase sopra citata circa la “guerra di al Qaida contro l’Occidente”, ripresa dalle prime pagine, i riferimenti all’attualità non sono lasciati alla fine, anzi costellano tutta la narrazione, rendendone la lettura ancora più attraente. Tuttavia è con l’ingresso degli Stati Uniti nell’inimicizia perenne, cioè al termine dell’ultimo capitolo e al centro dell’epilogo, che le vicende della nostra epoca entrano pienamente nel quadro. Che non è tale da far contemplare un futuro molto diverso da cotanto passato conflittuale.

Da una parte, la nostra, si va dai legati avvelenati lasciati dall’Impero di Sua Maestà nel Medio Oriente alla guerra pretestuosa di George W Bush contro l’Iraq di Saddam Hussein. Dall’altra l’Islam, che dopo la sua età aurea, resta fuori dall’età aurea europea e dalla rivoluzione industriale. E poi simpatizza in prevalenza con le dittature europee che saranno sconfitte nella seconda guerra mondiale. Quindi esperimenta, qua e là, i modelli del “socialismo reale” che saranno sconfitti nella guerra fredda. Infine è fuori anche dalla seconda rivoluzione tecnologica, quella dell’informatica. Donde un accumularsi di ritardi, rancori e frustrazioni, a cui si sono aggiunti l’istituzione dello stato di Israele in Palestina e il suo consolidarsi, quando attaccato, con il risultato di spargere sale abbondante sulle ferite.

Tuttavia, l’analisi molto approfondita di questo professore di scienze politiche e storia alla University of California, che prima ha insegnato a Oxford, Cambridge e Harvard, non è finalizzata a una conclusione, pessimistica (prossima grande guerra con l’Oriente-Islam, secondo la storia) o ottimistica (no, la storia ci parla anche di tregua e di dialogo). Bensì a un procedimento culturale, che è quello del vaglio accurato e dialettico di un passato non ridotto a buoni e cattivi, vinti e vincitori, ma volto innanzitutto a capire la storia, e poi ad aiutarci a leggere l’attuale contesto Est-Ovest. Non che Anthony Pagden non abbia una sua lettura dei fatti che racconta. Anzi, fin dall’inizio precisa di non voler fare “alcun tentativo di nascondere le [sue] simpatie per una società laica, illuminata e liberale” né di “mascherare la [sua] convinzione che i miti architettati dalle religioni monoteistiche – anzi di tutte le religioni – hanno causato più danni all’umanità di qualsiasi altro insieme di credenze” (p xviii). Il che, in un’epoca che si vuole sia di “ritorno” delle religioni, fa indovinare il suo scarso compiacimento circa il detto contesto attuale, soprattutto nella sua dimensione di interazione fra Oriente e Occidente, come dimostrano le stoccate riservate qua e là sia al fondamentalismo islamico sia a quello, o meglio a quelli cristiani.

Nella parte finale diverse pagine sono riservate al problema principale che ci pone l’Islam, con l’emergere prepotente prima nelle concezioni e poi nelle azioni delle frange estremiste e religiose, che sembrano prevalere irresistibilmente sulla cultura politica laica, possibile interlocutore del dialogo. A fronte sta un Occidente che è sempre meno identificato con il cristianesimo e più con la democrazia liberale, erede lontana della greca “isonomia, – l’ordine della uguaglianza politica”, che già Erodoto vedeva come la concezione distintiva rispetto ai Persiani. E anche oggi, scrive l’autore, “l’elemento distintivo fondamentale fra Oriente e Occidente non è la religione, né la storia né la cultura, è semplicemente il governo o, più in generale, la politica”. Tesi che condivido nella misura in cui la politica non è figlia, nell’ordine, della cultura, della storia e della religione, e che comunque potrebbe essere meno pessimista di quel che appare, nella sua lontana ascendenza greca, se, come credo, le istituzioni sono pur sempre materia di più facile compromesso, delle fedi e degli antenati.

Il che mi porta a ciò che a mio avviso avrebbe forse potuto essere meglio evidenziato nell’opera di Pagden, che è l’apparente contraddizione fra il progressivo ritiro dell’Ovest dall’Est nel corso dell’ultimo secolo (con la sola pausa della Guerra del Golfo del 1991, con la quale “l’Occidente sembrava aver recuperato l’iniziativa”) e il fenomeno della crescente interdipendenza mondiale, nella quale pratiche economiche e comunicazioni informative e culturali prevalentemente occidentali sono pur sempre state determinanti.

Metto a confronto le parole di apertura dell’opera, “Viviamo in un mondo sempre più globalizzato” (ma nell’originale il termine è “united”, che è più forte) nel quale “le linee di demarcazione tra i popoli si vanno costantemente dissolvendo” (l’immigrazione essendo un chiaro esempio), con due frasi dell’ultima pagina: “L’Occidente, in un modo o nell’altro, si è impadronito – culturalmente, politicamente e economicamente – di ampie aree dell’Oriente […] e l’Oriente ha installato avamposti in tutto l’Occidente” nelle cui città “sono presenti oggi consistenti popolazioni musulmane, delle quali alcune hanno scelto di integrarsi e altre no…”. Ecco, il tema è ripreso, ma forse non abbastanza argomentato e messo in relazione con la fine della colonizzazione europea prima, e successivamente con la decrescente influenza geostrategica degli Stati Uniti, malgrado temporanei “recuperi”. Dalla soluzione dell’apparente contraddizione, o almeno dalle sua comprensione, dipenderà molto del futuro dei rapporti di noi europei, occidentali di confine, con quello degli “Orienti” che ci è più vicino.

Anthony Pagden: Mondi in guerra: 2500 anni di conflitto fra Oriente e Occidente, Ed Laterza, 2009.