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MICHAEL BRAUN – Mutti. Angela Merkel spiegata agli italiani

Per metà degli europei Angela Merkel è la salvatrice dell’euro. Per l’altra metà Angela Merkel è l’odioso rappresentante dell’austerità. Per molti rifugiati in fuga verso l’Europa Angela Merkel è una speranza. Per una bambina palestinese Angela Merkel è solo un’insensibile. Per molti Angela Merkel è il simbolo della superiorità del modello tedesco. Per un uomo italiano (ormai) politicamente poco attraente, Angela Merkel è una statista esteticamente poco attraente. Per il settimanale Time Angela Merkel è il personaggio dell’anno.

Insomma, chi è Angela Merkel? Per milioni di tedeschi la loro cancelliera è semplicemente mutti, la mamma. Mutti è anche il titolo del libro di Michael Braun, politologo e giornalista, corrispondente in Italia del quotidiano berlinese Die Tageszeitung, che attraverso una prosa scorrevole ed un approccio divulgativo cerca di ricostruire l’ascesa politica di Angela Merkel all’interno di due storie più grandi, quella della riunificazione della Germania e quella dell’unificazione dell’Europa.

Il libro ha anche un sottotitolo, che pur dimostrandosi veritiero (la biografia del personaggio è ben adattata alle lenti interpretative e culturali italiane) avrebbe potuto essere facilmente sostituito con il seguente: “Angela Merkel, la donna giusta al momento e al posto giusto”.

Ripercorrendo la storia della cancelliera dalla sua giovinezza trascorsa “al di là del muro” nella repubblica democratica tedesca (dove visse trentacinque anni della sua esistenza interessandosi più alla ricerca scientifica che alla vocazione politica) fino agli anni della crisi economica (durante i quali ha assunto il ruolo di principale interlocutore politico europeo), sembra proprio che quest’ultima sia sempre riuscita a sfruttare al meglio le crisi politiche altrui, peraltro più dei suoi compagni che degli avversari.

In tal senso gli esempi sono innumerevoli. La stessa carriera della Merkel prende il lancio grazie all’uscita dal gioco di alcuni suoi colleghi di partito in odor di Stasi e alla convenienza politica di Helmut Kohl di poter vantare un ministro donna e dell’Est nel primo governo tedesco post-riunificazione.

Kohl sarà tuttavia anche il primo nome di una lunga lista si uomini politici le cui difficoltà favoriranno la silenziosa scalata dell’innocua – in apparenza – Angela Merkel, prima verso la leadership del suo partito – l’Unione cristiano-democratica (Cdu) – e poi verso quella della Germania (e dell’Europa?).

Un mix di realismo ed opportunismo a cui va aggiunta una buona dose di fortuna ed un’attenta e costante ricerca di un posizionamento politico il più possibile moderato, sempre “al centro del centro”. I pochi slanci radicali ai quali la futura cancelliera si è concessa (il sostegno all’attivismo militare americano di Bush jr., la simpatia per le ricette economiche neo-liberali e la proposta di un ritorno all’energia nucleare) hanno avuto vita breve, finendo rapidamente sacrificati sull’altare dell’opinione pubblica.

Un consenso che dopo anni di anonimato e fredda popolarità (tanto divertente quanto interessante il capitolo sul suo stile di vita) sembra dargli ragione. Oggi Angela Merkel da mutti autoritaria invisa ai suoi compagni di partito (furono loro a darle il soprannome) è divenuta la mutti buona che difende i cittadini tedeschi e gli interessi della Germania in un’Europa minacciata da stati cicala e pericoli esterni.

E così, più la Merkel è popolare in patria meno lo diventa in molti paesi dell’Ue, nei quali non si tira indietro nel chiedere l’adozione delle stesse riforme strutturali che le fecero quasi perdere le elezioni in patria nel 2005.

Nel ritratto di Michael Braun sembra tuttavia delinearsi un personaggio più complesso delle apparenze. Non una figura banalmente ipocrita, ma una donna astuta e temporeggiatrice; non un personaggio incline alle svolte, ma un politico scevro dalle ideologie. Una modello di statista lontano dalle tipologie attualmente dominanti in Italia, e per questo più difficile da comprendere ai nostri occhi.

Il maggior pregio del libro di Braun è proprio quello di offrire un racconto chiaro e puntuale di uno dei personaggi più discussi degli ultimi anni, senza avere l’irrealistica pretesa di fronte alla difficile lettura del presente di fornire giudizi tranchant o scadere nel resoconto agiografico.

Nelle pagine la storia di Angela Merkel si fonde sapientemente con quella della Germania e dell’Ue, reciprocamente indispensabili per capire la genesi del vissuto privato e politico che hanno prodotto l’amata-odiata cancelliera.

Ed è proprio sul futuro dell’Ue che la Merkel si giocherà, secondo l’autore, il diritto di avere un posto nella Storia. La crisi dell’euro è stata tamponata, ma non risolta, e l’Unione nel suo insieme ha ora più che mai bisogno di nuove politiche e riforme istituzionali. Sarà in grado Angela Merkel di affrontare queste sfide con quell’atteggiamento proattivo finalizzato al cambiamento strutturale che è sembrato – fino ad ora – poco incline ad avere?

Nei prossimi anni le vittorie del modello tedesco che l’hanno resa così famosa (non sempre per meriti propri) potrebbero non bastare. Una vittoria di Berlino oggi potrebbe difatti trasformarsi in una sconfitta totale per l’Ue domani. Una debacle che non potrebbe che avere la Merkel sul banco degli imputati. Sicuramente il peggior modo per entrare nei libri di storia.

L’implicita scelta che si presenta davanti ad Angela Merkel è ardua: rimanere la mutti dei tedeschi o ambire a diventare la madre degli europei. Fino ad ora la storia dell’integrazione europea ha conosciuto solo padri, ma dopo essere stata la prima donna della storia a guidare il governo tedesco, nonché la prima esponente politica proveniente dall’Est dopo l’unificazione e la più giovane nella storia della Repubblica federale, per Angela sarebbe un ennesimo primato, questa volta continentale.

Michael Braun, Mutti, Angela Merkel spiegata agli italiani, Editori Laterza, 2015, 154 pp, 14,00 euro.