IAI

MARIA LUISA MANISCALCO, ELISA PELIZZARI Deliri Culturali. Sette, fondamentalismi religiosi

La Promenade, il Bataclan, Hebdo, l’11 Settembre. Il genocidio della popolazione Guaranì Kaiowa in Brasile, quello che sta accadendo in questo preciso momento agli Yazidi in Siria.Quello che sembra ripetersi con terribile fatalità dalle origini della storia stessa: l’efferatezza.

Sul tema, “Deliri Culturali: sette, fondamentalismi religiosi, pratiche sacrificali, genocidi” apre un interessante filone di analisi che chiama a raccolta antropologia, sociologia e psichiatria per proporre una chiave di lettura multidisciplinare delle “ragioni culturali” cui spesso si fa riferimento per spiegare la diffusione di settarismi e fondamentalismi religiosi.

Focalizzandosi su elementi di micro (carattere e personalità dei proseliti), meso (network familiari e personali, comunità) e macro (elementi simboli e culturali) livello, la cultura è esaminata in una doppia veste: matrice (e motrice) di riferimento nei processi di radicalizzazione; e sistema complesso di simboli e forme rituali che contribuiscono a fornire alla violenza jihadista salafita o di Boko Haram, due esempi, un preciso carattere performativo, strumentale e simbolico a un tempo.

Il concetto di “delirio culturale” diviene così una chiave di lettura per chi – studioso o semplicemente interessato, ma sempre umano – si è interrogato sulla natura di alcune azioni strategiche del califfato, come la conquista di Dabiq. E per chi voglia conoscere le variabili soggettive che determinano il successo del proselitismo in aree geografiche e culturalmente differenti. Non ultimo, l’Occidente.

Ne parla Maria Luisa Maniscalco: al di là degli incentivi materiali e immateriali, per i neofiti la jihad diviene prima di tutto una risorsa identitaria, che legittima ad agire in sua difesa anche con la violenza. Il sacrificio personale è quindi naturalmente considerato un’estrema prova di valore. L’omicidio, moralmente accettato e ritenuto giusto.

Se si aggiungono le forme di misticismo (e superstizione), l’educazione all’acriticità per l’autorità e le condizioni di vita disumane delle kuttab, le scuole coraniche informali dell’Africa occidentale di cui scrive Elisa Pelizzari, il successo del proselitismo di Boko Haram appare quasi un logico corollario.

La “naturalizzazione” della violenza è un elemento in comune con i reati culturalmente orientati di cui scrive Simone Borrile: crimini compiuti per punire chi devia dai modelli e dalle norme prescritte dalla cultura di riferimento di un gruppo sociale. Autori ne sono spesso padri, fratelli, familiari delle vittime, spalleggiati e giustificati da un’intera comunità.

Muovendo dalla distruzione del singolo a quella di interi gruppi etnici – nel contributo di Maria Stefania Cataleta – si comprende come la cultura assuma ancora una volta un carattere giustificativo per gli aguzzini e incriminatorio per la vittime.

Il concetto di “delirio culturale” appare per la prima volta nell’ambito della psichiatria, come scrive Goffredo Bartocci. E alla psichiatria si può ricorrere per rispondere al come gli attentatori suicidi possano affrontare la morte con tanta fede e risolutezza. Bartocci e Donato Zupin vagliano il ruolo giocato dall’interazione di cultura, trascendenza e tecniche di staccamento dalla realtà proprio nell’esecuzione materiale della violenza degli attentati, nell’immediatezza delle operazioni preparatorie.

Aggiungono quindi un ultimo tassello d’analisi che concorre a dare, forse, una risposta più completa alle domande che inevitabilmente ci si rivolge davanti all’efferatezza e alla disumanità.

Deliri Culturali. Sette, fondamentalismi religiosi. Pratiche sacrificali, genocidi, a cura di Maria Luisa Maniscalco ed Elisa Pelizzari, con prefazione di Goffredo Bartocci, L’Harmattan Italia, 2016, Torino, euro 24,00.