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Ma l’America è un impero?

La natura imperiale del potere americano è un dato di fatto raramente messo in discussione da amici e nemici. E i secondi sono di più. La lettura dell’imperialismo americano come potere sopraffattore è ancora oggi di moda in Europa come nel Terzo mondo ed è una bandiera dei pochi Stati marxisti residui, ma anche del terrorismo islamico. Persino la sinistra americana continua a indulgere in questa visione: Noam Chomsky oggi come Baran e Sweezy negli anni Sessanta e Settanta. E come non ricordare il libro molto citato, ma per la verità poco letto e ancora meno digerito, di Hardt e Negri, che si intitola molto semplicemente “Impero”, perché non necessita di ulteriori specificazioni? E a livello popolare l’antiamericanismo fiorisce, e nelle piazze non vi è manifestazione sugli eventi internazionali che non preveda il frusto copione della bandiera a stelle e strisce data alle fiamme.

Anche negli Stati Uniti il dibattito è permanente e se i neocon hanno dato del ruolo americano una interpretazione assertiva, con le opere di Robert Kagan, Richard Perle e Francis Fukuyama, altri hanno criticato la vocazione imperale Usa come insostenibile e destinata a vita breve; ad esempio Johnson, Gli ultimi giorni dell’impero americano (2001), o Garrison, America as Empire (2004). Lo stesso Joseph Nye, in un libro molto letto anche in Italia (Il paradosso del potere americano, 2002) suggerisce le strade persuasive del soft power, ma certo non nega la natura di potere imperiale degli Stati Uniti, iperpotenza solitaria del dopo-Guerra Fredda.

A contraddire questa quasi-universale interpretazione dell’uso del potere politico e militare degli Stati Uniti è però oggi Michael Mandelbaum, politologo della Johns Hopkins University School of Advanced International Studies di Washington, che in un suo recentissimo libro (The Case for Goliath: How America Acts as the World’s Government in the 21st Century) avanza una tesi decisamente innovativa. Secondo Mandelbaum, se anche gli Usa sono indubbiamente il potere mondiale preponderante, nei fatti non si comportano come tali. Se sono il Golia dei tempi moderni, non ne hanno le caratteristiche e se, dall’altra parte, vi è un Davide o un gruppo di Davidi, nei fatti nessuno si fa avanti per contrapporsi o sostituirsi alla iperpotenza.

Per quale motivo, si chiede Mandelbaum? La risposta sta nel fatto che gli Stati Uniti non si comportano come un potere imperiale, ma come un Governo mondiale. Forniscono agli altri Stati dei veri e propri servizi che nessun altro paese, o organizzazione di Stati, può fornire e, per la verità tutti ne sono piuttosto contenti, anche se amano spesso dire il contrario. Questi servizi sono la sicurezza globale, la rassicurazione contro i rischi geo-politici, la prevenzione della proliferazione nucleare e, ultimo arrivato, la costruzione democratica degli Stati-nazione (e non è un caso che l’ultimo lavoro di Fukuyama si chiami proprio Nation Building).

Ma non basta. Se quelli citati sono i servizi di tipo politico-militare e di sicurezza, non meno importanti sono quelli economici: l’esecuzione dei contratti, la protezione della proprietà, almeno dentro alla propria giurisdizione; la garanzia di accesso a una risorsa assolutamente indispensabile per tutti, come è il petrolio; la disponibilità di moneta per le transazioni mondiali; la sicurezza e l’espansione del commercio internazionale.

Tutto questo è ascrivibile, sostiene Mandelbaum, all’azione costante degli Usa a favore degli altri Stati del mondo, che così si dispongono attorno al grande potere americano come i pianeti attorno al sole. Ma allo stesso modo di come è possibile definire questo sistema solare in termini positivi, è possibile ribaltarne l’immagine in termini negativi, che è quello che accade con grande frequenza e regolarità. Ma è solo un gioco delle parti, ritiene Mandelbaum, perché questa è una realtà che conviene a tutti, e conviene molto.
Prendiamo l’Europa, che sembra volersi distanziare nella definizione di una propria nuova identità. Ma è un’identità che si definisce ed esaurisce nella missione di rappresentare per il mondo intero una civiltà da imitare, ma non al punto da volerla difendere con la forza.

Insomma, Golia serve a tutti, anche se molti sembrano trovarlo ingombrante, irritante, odioso ma, si direbbe, per nulla intollerabile.

Il vero nemico, è la conclusione di Mandebaulm, non è esterno, ma interno. Gli americani accettano questo ruolo globale dell’America, ma senza alcun entusiasmo. Nei fatti, spesso si risentono per i costi che questo ruolo comporta e il rischio è proprio che a un certo punto possano decidere di averne avuto abbastanza. Ma a quel punto, ci si dovrà chiedere chi potrà sostituire l’America in questa sua funzione di Governo mondiale.

Michael Mandelbaum, The Case for Goliath: How America Acts as the World’s Government in the 21st Century, Public Affairs, New York, 2005, pagg.283, Prezzo $ 26,00.