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L’Ue nelle sabbie mobili del Medioriente

La politica dell’Unione europea (Ue) sul conflitto arabo-israeliano è un tema centrale del dibattito accademico, data la rilevanza strategica del Medio Oriente e il ruolo centrale che l’Ue aspira a giocare in quello scacchiere. Nonostante numerosi tentativi e un coinvolgimento costante nella regione a partire dagli anni Settanta, l’Ue non è stata capace di sviluppare una politica coerente ed efficace verso il conflitto. È stata definita un “payer instead of a player” perché, mentre fornisce un considerevole sostegno finanziario ai palestinesi, ha una posizione marginale a livello politico.

Costanza Musu indaga le ragioni per cui l’Ue non è riuscita a sviluppare una politica efficace e autonoma sul processo di pace arabo-israeliano, nonostante l’impegno profuso e le risorse impiegate nei decenni. Riunendo diverse prospettive di analisi “European Union Policy Towards the Arab-Israeli Peace Process. The Quicksands of Politics” mira a fornire un quadro d’insieme dei fattori che determinano la politica estera europea verso il Medio Oriente.

I limiti dell’azione dell’Ue verso la regione dipendono, secondo l’autrice, da tre elementi di fondo. Il primo è l’assenza di una politica estera comune tra gli stati membri, i quali non sono riusciti ad andare oltre delle “convergenze parallele” a causa della frequente prevalenza degli interessi nazionali su quelli comuni. Il secondo è lo scarso uso che l’Ue fa degli strumenti a sua disposizione. Il terzo aspetto è invece legato al ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente, e al fatto che le relazioni transatlantiche ostacolano, invece che agevolare, il ruolo dell’Ue nel conflitto. “Ostacolata dalle differenze tra le politiche estere degli stati membri, dai limiti formali della Pesc – che opera all’interno di una cornice intergovernativa – e dall’ostilità dei due attori principali nel processo di pace (Israele e Stati Uniti), l’Ue non può far altro che cercare di far sentire la sua presenza nella regione, ma con poche speranze di successo fino a che non supererà le sue deficienze strutturali e gli elementi interni di incoerenza” (p.6).

Il libro fornisce una disamina delle principali spiegazioni dell’inefficacia della politica estera dell’Ue verso il conflitto arabo-israeliano, ma non introduce spunti di riflessione nuovi rispetto alla letteratura esistente. Lo sviluppo dell’argomento presenta inoltre alcuni aspetti problematici. Innanzitutto il tema dei “converging parallels”, già introdotto da Musu in un articolo pubblicato su European Foreign Affairs Review nel 2003, non è stato integrato dall’analisi delle politiche degli stati membri entrati nell’Ue nel 2004 e nel 2007:

Lo studio, infatti, rimane focalizzato su Germania, Regno Unito, Francia e Italia, mentre non viene affrontata la questione dell’impatto che l’allargamento a Est ha avuto sulle dinamiche di politica estera. Inoltre, non è chiaro fino a che punto la variabile relativa alle politiche estere nazionali sia completamente indipendente dalle relazioni transatlantiche: mentre nel libro questi due elementi sono analizzati in maniera separata, si può sostenere che esse siano ampiamente sovrapponibili, visto che il rapporto con gli Stati Uniti varia da stato a stato e la posizione adottata dai singoli stati verso l’America è un fattore di politica estera nazionale che si riflette anche su altre scelte strategiche.

Nonostante queste considerazioni critiche, il libro è utile e stimolante. Offre infatti una panoramica interessante e ad ampio spettro delle principali problematiche dell’azione dell’Ue verso il conflitto israelo-palestinese, gettando luce sugli ostacoli e le difficoltà, sia politiche che strutturali, con cui l’Unione deve fare i conti.

Benedetta Voltolini, laureata all’Università di Trento in Studi europei e internazionali, è collaboratrice dell’Istituto Affari Internazionali.

Costanza Musu (2010), European Union Policy Towards the Arab-Israeli Peace Process. The Quicksands of Politics, Houndmills, Basingstoke, PalgraveMacMillan