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L’Occidente sotto scacco

Pubblicato ormai un anno fa, questo pamphlet dell’ex primo ministro francese, Edouard Balladur, sull’“Unione dell’Occidente” sarà disponibile a breve anche in lingua inglese. Le elezioni presidenziali americane sono infatti alle porte ed è comprensibile che lo storico esponente del gaullismo che sfidò i conservatori del suo partito sulla questione dell’anti-americanismo, voglia dare risonanza alle sue riflessioni sull’altra sponda dell’Atlantico. “La Storia comincia ad essere fatta senza l’Occidente”, Balladur ammonisce; “forse un giorno sarà fatta contro di esso”. Il compito dell’attuale leadership europea e la missione cui sarà chiamato il prossimo presidente Usa non consisteranno solo nel sanare le ferite aperte durante l’era Bush, ma anche nell’arrestare il pericoloso processo di marginalizzazione di cui l’Occidente è vittima da quando, in particolare a seguito dell’“ascesa dell’Asia”, il sistema internazionale si è avviato verso il multipolarismo.

Considerato dall’International Herald Tribune come la “premessa” ideologica su cui poggia la visione internazionale del presidente francese Sarkozy, un tempo portavoce di Balladur, questo pamphlet si iscrive, in realtà, in una lunga tradizione che risale almeno al 1938. In quell’anno, infatti, il federalista americano Clarence Streit propose, in un libro di successo poi tradotto in varie lingue, un’“unione delle democrazie dell’Atlantico del Nord”, dando così per la prima volta grande visibilità a quel filone di pensiero internazionalista che fu poi battezzato durante la Guerra Fredda come “atlantismo”. È proprio in questo contesto storico ed intellettuale più ampio che pare utile valutare il contributo di Balladur.

Quattro in particolare sono gli elementi che più colpiscono della sua visione: una definizione minimalista, per non dire riduttiva, del concetto di Occidente, a partire dai suoi confini geografici; il carattere spiccatamente “reattivo” della strategia internazionale proposta, che pare considerare il “declino” dell’Occidente come un processo largamente irreversibile, che può solo essere rallentato o gestito; il requiem per quel che rimane dell’ideale federalista del secolo scorso (“è inutile alimentare la fantasia di un’Europa federale”, taglia corto Balladur; “quale federazione è possibile tra stati che sono profondamente divisi sul principio stesso di “potenza europea”?: “caso chiuso”); una soluzione istituzionale “a cerchi” che combina un’“Europa forte” con un’architettura “a geometria variabile”.

Quanto al primo punto, è oltremodo chiaro il rifiuto di una prospettiva “globalista”, vale a dire poggiante su di una nozione allargata e flessibile di Occidente entro cui sono inclusi tutti quei paesi che hanno compiuto la “transizione” verso la democrazia e l’economia di mercato, al di là della loro collocazione geografica. Per Balladur, l’Occidente sono Europa e Stati Uniti. L’America Latina, ma anche l’Australia e il Giappone, per non parlare della grande democrazia indiana, sono considerate come qualcosa d’altro, per quanto forti siano i loro legami con l’area euro-atlantica. Questa definizione minima di Occidente mette la visione di Balladur in tensione non solo con i i pionieri del pensiero atlantista la maggior parte dei quali aderì già dalla fine del XIX secolo ad una geografia eminentemente politica, secondo cui la comunità atlantica descriveva uno spazio ideale prima che fisico. Ma anche con gli attuali fautori della “Lega delle Democrazie”, come l’attuale candidato repubblicano alla presidenza Usa, McCain, nonché con i sostenitori di una “Nato globale”.

L’idea che ispira queste due proposte, per quanto distinte, è infatti quella di associare all’Occidente il numero più ampio di paesi esterni all’area euroatlantica così da creare un fronte globale contro quello che è considerato oggi, come fu anche durante la Guerra Fredda, l’avversario irriducibile del “mondo libero”: l’autoritarismo. Balladur non rifiuta l’opposizione democrazia-autoritarismo, ma nelle sue riflessioni sembra prevalere la difesa dell’interesse “corporativo” dell’Occidente – la conservazione del potere e del benessere di europei ed americani –, piuttosto che l’elevazione di questo interesse a disegno di “liberazione” mondiale. Se questo pone il pamphlet almeno in parte al riparo dalle accuse di “neo-imperialismo” di cui è a volte bersaglio il pensiero atlantista (il libro fa comunque un infelice richiamo alla necessità di riadattare il concetto di “fardello dell’uomo bianco”), questa stessa scelta dà alla visione di Balladur un’impronta essenzialmente reattiva in termini strategici e fondamentalmente conservatrice sul piano intellettuale e culturale.

Per quanto, infatti, Balladur metta in chiaro fin dal principio che la sua proposta è volta a disinnescare, non certo a fomentare, lo “scontro di civiltà” da tanti evocato, l’intera visione dell’ex primo ministro pare condizionata dallo spettro di un Occidente in declino e “sotto attacco in ogni area” da parte di altri soggetti internazionali. Pallidi e appena abbozzati sono nel libro i riferimenti al ruolo ancora propulsivo che l’Occidente può esercitare sul resto del sistema internazionale. Quello di Balladur sembra piuttosto un affresco spengleriano dove il tramonto dell’Occidente fa’ da sfondo ad ogni altra considerazione e in cui l’Occidente non è indagato nelle sue molteplici facce, comprese le sue tante contraddizioni interne, ma piuttosto compianto.

Questo è un ulteriore elemento interessante, anche se certo non inedito, dell’atlantismo di Balladur. Ben prima che il “pericolo comunista” facilitasse l’avvicinamento tra Stati Uniti ed Europa dopo la seconda guerra mondiale, la comunità atlantica era già stata definita da intellettuali liberali come Walter Lippmann come la “cittadella della libertà” assediata dalla “civiltà asiatica” e dalle sue pericolose ramificazioni europee, come il “prussianismo”. Questa lettura fosca delle dinamiche internazionali che restituivano l’immagine di un Occidente sotto scacco non si tradusse però in una strategia meramente difensiva. L’idea forte dell’atlantismo rimase quella che da un’alleanza di necessità l’Occidente potesse trasformarsi nel motore propulsivo di una “riforma” globale dell’ordine internazionale basata sul principio democratico. Questa idea esce invece offuscata nel pamphlet di Balladur. Esso offre una lettura nostalgica e ingessata di Occidente: allo spettro dello scontro di civiltà non è opposta una soluzione creativa, ma la riproposizione di un generico “bisogno” di Occidente che tuttavia stona con la quasi rassegnazione al suo declino, per lo meno se inteso come perdita relativa di influenza.

L’elemento più interessante della visione di Balladur non sta, dunque, nell’impianto intellettuale che lo sostiene che risulta se non altro poco coraggioso, ma nella proposta politica che viene avanzata, per quanto tratteggiata in modo abbastanza vago. Come già notato, un punto centrale è il rinvio di fatto sine die della soluzione federalista. Questa scelta, che deluderà alcuni, ha se non altro il merito di concentrare l’attenzione su obiettivi più limitati di breve-medio periodo. Per gettare le basi per una vera “unione” (anche in questo caso non federale) tra Stati Uniti ed Europa, Balladur propone innanzitutto l’istituzione di un “segretariato” permanente che lavori ad una comune agenda transatlantica e la formazione di un “consiglio esecutivo” che veda riuniti i leader occidentali almeno ogni tre mesi. L’obiettivo non è quello, assai irrealistico, di giungere a posizioni comuni su tutte le questioni di rilevanza internazionale, ma piuttosto quello di evitare, come nel caso dello scudo missilistico europeo, che decisioni importanti siano prese in modo disgiunto da Stati Uniti ed Europa.

Balladur auspica poi la creazione di un mercato unico atlantico, un’idea cara al Cancelliere tedesco Angela Merkel e al premier inglese Gordon Brown. In particolare, Balladur raccomanda l’adozione non di una moneta unica, considerato un obiettivo ancora fuori portata visto il ruolo globale del dollaro e le resistenze inglesi allo stesso euro, ma di un regime dei cambi analogo a quello del Sistema monetario europeo in vigore dal 1979 al 1998.

Ma l’aspetto forse più interessante riguarda l’“Europa a cerchi”. Qui l’idea non è tanto quella di cerchi concentrici gerarchici attorno alla “core Europe” o alla “locomotiva” franco-tedesca, ma di una geometria davvero variabile. Il primo cerchio sarebbe infatti quello dell’Europa a 27 o più membri, vale a dire l’Unione Europea. Essa, forte di un Presidente unico e di un corpo diplomatico proprio, porterebbe avanti il processo di integrazione gestendo al contempo la cooperazione transatlantica di cui sopra. Il secondo cerchio sarebbe invece variabile, vale a dire composto non da un gruppo fisso di paesi, ma da quegli stati europei disposti, a seconda del settore interessato, a procedere più rapidamente degli altri verso l’integrazione delle loro politiche. Il terzo cerchio, infine, includerebbe quei paesi che gravitano attorno all’Unione e intendono magari entrare a farne parte un giorno. Esso avrebbe un confine mobile e comprenderebbe in particolare i paesi del Mediterraneo.

Quella disegnata da Balladur è dunque un’Europa a geometria variabile, non appesantita da un’unica e rigida gerarchia interna e che non rinuncia alla sua autonomia, ma riconosce che il suo futuro politico è inseparabile da quello degli Stati Uniti. L’idea che l’Europa è forte se è unita ma non monolitica e che solo un’Europa forte può fare un forte Occidente, pare dettata da un sano realismo. Ed è anche coerente con le riflessioni della componente più illuminata della tradizione atlantista, che, ben prima del “declino dell’Occidente” e dell’erosione dell’egemonia americana, pensava già ad una comunità atlantica unita ma plurale, integrata ma non schiacciata sotto il peso di un “superstato”, e infine fondata sulla condivisione di potere tra Europa e America. Peccato che questa proposta politica importante sia contenuta in un pamphlet che pare scritto per altri versi con l’inchiostro della paura, e in cui l’Occidente, invece che essere offerto come concetto aperto e criticabile, viene definito attraverso l’uso di assoluti ed opposto con una semplificazione tanto inesatta quanto pericolosa, al “resto”, non meglio identificato e compreso.

Edouard Balladur, For a Union of the West between Europe and the United States, Hoover Institution Press October 2008
Edouard Balladur, Pour une Union occidentale entre l’Europe et les Etats-Unis, (ISBN-13: 978-2-213-63421-0) Fayard: ©Librairie Arthème Fayard, 2007