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L’impegno civile di Amaldi, fisico nucleare in prima linea per il disarmo

“Allora l’hanno fatta…”. L’incredulità, il disorientamento e la sofferenza dell’uomo – prim’ancora che dello scienziato – si affastellano rapidamente e si condensano in quella battuta, sussurrata appena fra i monti abruzzesi, dove si trovava in villeggiatura, alla notizia che correva di bocca in bocca persino lì, a Rocca di Mezzo, il 6 agosto 1945: una potentissima bomba aveva distrutto una città nel lontano Giappone.

Fu così che Edoardo Amaldi apprese dello sgancio su Hiroshima della bomba atomica “Little Boy”, un tetro scenario che realizzava le più buie previsioni sue e di qualche collega: il piegarsi della scienza – e in particolare dell’enorme potenziale distruttivo disvelato dagli allora contemporanei studi sulla fissione nucleare – al servizio della strategia militare.

Alla figura di quest’uomo di scienza, europeista convinto, nettamente schierato per il disarmo nucleare e impegnato nel movimento internazionale di scienziati pacifisti, è dedicato un bel volume di Lodovica Clavarino, PhD in Storia e ricercatrice del Nuclear Proliferation International History Project, che – attingendo a fonti in gran parte inedite – ripercorre la vita di Amaldi, l’unico a rimanere in Italia fra i promettenti e appassionati giovani fisici nucleari che si erano formati attorno alla figura di Enrico Fermi nei laboratori di via Panisperna a Roma.

Dal rione Monti, la vita di Amaldi si snoderà intorno a tappe fondamentali, tra cui la fondazione del Cern di Ginevra (di cui sarà il primo segretario generale) e dell’Agenzia spaziale europea (Esa), senza mettere mai in discussione le sue ferme posizioni contrarie a uno sfruttamento militare dell’energia nucleare, difese persino nell’Italia fascista, incarnando con le sue scelte l'”etica della rinuncia”.

Rimasto a Roma durante il secondo conflitto mondiale, Amaldi decise infatti di sospendere le sue ricerche nel campo della fissione nucleare, paventandone un possibile impiego a scopo bellico da parte del regime di Mussolini.

In quegli stessi anni, negli Stati Uniti dove erano emigrati per sfuggire alle leggi razziali, Fermi ed Emilio Segre seguivano invece l’opposto percorso, quello guidato dall'”etica della scoperta”, che li avrebbe condotti a contribuire in maniera fondamentale al progetto nucleare americano.

Un’opzione resa in qualche modo inevitabile dall’incombere della minaccia tedesca – la quale si temeva stesse dotandosi di armi atomiche -, come evidenzierà lo stesso Amaldi nelle sue riflessioni sulle diverse scelte dei colleghi con cui pochi anni prima aveva condiviso l’entusiasmo per la ricerca: “Una persona ragionevole non deve accettare di lavorare in un campo che porti alla costruzione di sistemi distruttivi; naturalmente, possono esserci situazioni in cui si è costretti a derogare a questa linea di comportamento, com’è avvenuto durante la guerra. Nessuno dei fisici della mia generazione avrebbe mai pensato di costruire armi atomiche se non ci fossero stati i nazisti, che si temeva le stessero facendo “.

È nel dopoguerra che si evidenzia il risvolto di queste riflessioni in termini di responsabilità civile del fisico: in questa fase, caratterizzata dalla riorganizzazione delle attività scientifiche, Amaldi ribadirà la sua convinzione più intima, quella rivendicazione dell’autonomia della ricerca che si declina così nella cooperazione scientifica internazionale (oltre le barriere della Cortina di ferro), e nella sensibilizzazione a più livelli dell’opinione pubblica sui temi del disarmo nucleare e dell’uso pacifico dell’energia prodotta dalla fissione dei nuclei atomici. One world or none, per prendere in prestito il motto della Federation of American Scientists.

L’impegno civile vedrà Amaldi in prima linea nel Pugwash, il movimento di scienziati al servizio del disarmo e della pace, fondato sul finire degli anni Cinquanta e attivo ancora oggi, sul cui ruolo nell’assetto bipolare della guerra fredda si sofferma ampiamente la Clavarino nel suo libro.

Nel 1995, alcuni anni dopo la morte di Amaldi, questa organizzazione mondiale riceverà il premio Nobel per la Pace. Fra le cause patrocinate da Edoardo Amaldi, vi fu anche la difesa dei diritti umani: nascerà in questa cornice l’ottimismo per l’arrivo al Cremlino di Michail Gorbačëv, soprattutto dopo la liberazione dal confino dell’oppositore – anch’egli fisico – Andrej Sakharov, chiesta a gran voce dall’italiano, insieme alla cessazione delle violazioni protratte a danno di altri scienziati sovietici.

Lodovica Clavarino, “Scienza e politica nell’era nucleare. La scelta pacifista di Edoardo Amaldi“, Carocci Editore, 2014, pp. 190, € 20.

Gabriele Rosana è stagista per la comunicazione dello IAI.