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LIISA LIIMATAINEN, L’Arabia Saudita: uno Stato islamico contro le donne e i diritti

Il Medioriente accoglie nel suo seno una delle realtà sociali, politiche e culturali più complesse del nostro tempo: l’Arabia Saudita. Si tratta di un Paese dai mille volti, dove la tradizione, pur condividendo lo stesso tetto con il progresso, guarda quest’ultimo ancora con diffidenza. Osservare con lucidità un contesto così profondamente controverso è un compito difficile che pone non poche sfide. Da queste premesse nasce il volume di Liisa Liimatainen che, da donna prima che da giornalista, ha il merito non solo di aver affrontato le complesse questioni sociali, politiche ed economiche di questo Paese con precisione analitica, ma soprattutto di aver lasciato descrivere questo affascinante mondo a decine di cittadini che l’autrice ha incontrato personalmente.

La storia saudita conserva già nel suo mito fondativo una peculiarità: alla fine del XVIII secolo, un capo tribù di nome Mohammad Ibn Saud e il predicatore Mohammad Ibn Abd Al Wahhab siglarono un’unione il cui scopo era quello di creare nella penisola arabica uno Stato dove si professasse il ‘vero’ Islam. Il Regno dell’Arabia Saudita, ancora oggi, ritiene di essere lo Stato per eccellenza che promuove l’Islam più puro. Alla guida del Paese troviamo la dinastia Al-Saud che, sostenuta dal clero, continua a imporre ai propri cittadini una vita all’insegna di regole rigide ed estremamente dogmatiche. Riad, infatti, ha fatto del settarismo religioso una forma di politica interna che giustifica anche oggi le imposizioni interne. L’autrice del libro, interrogata sulla questione, ricorda che “Il movimento jihadista è attivo nella Penisola Araba da tempi immemori ed è una minaccia vera anche oggi. In più dalla sua storia politica il regno saudita attuale ha ereditato un sistema politico dualistico: la politica è un vero e proprio monopolio della famiglia al-Saud mentre la leadership religiosa ufficiale ha il monopolio della gestione della religione. Per questa la politica è vietata, è considerata qualcosa di fuorilegge. Ci sono state e ci sono delle organizzazioni che chiedono diritti civili, ma i leader di questi movimenti sono spesso condannati a pene durissime”.

Il libro da ampio risalto alle donne che sono, senza dubbio, la più grande forza del rinnovamento: infatti, in molte università la percentuale delle studentesse supera il 60% e spesso rappresentano l’eccellenza saudita nel mondo. Il defunto re Abdullah ha fondato la prima università femminile, l’Università Principessa Nura, offrendo alle donne opportunità di studio completamente nuove; eppure, l’azione frenante esercitata dagli ambienti religiosi conservatori inibisce ogni stimolo di modernizzazione in questo senso. Qui si cela la grande contraddizione interna al mondo islamico, soprattutto a quello saudita. Numerose donne saudite pensano che nel Corano la condizione femminile è migliore della realtà, ma in Arabia Saudita la cultura tribale ha prevalso sul testo coranico. Liisa Liimatainen ha ricordato che “In Arabia Saudita la paranoia religiosa supera spesso il confine del buon senso. L’interpretazione saudita prevalente dell’Islam ha generato una confusione culturale, nella quale è emerso solo l’Islam più tribale”.

Tuttavia, in questa cornice di tradizione cristallizzata cresce nelle donne la consapevolezza della propria condizione e molti sono gli esempi di organizzazioni che si oppongono al regime di Riad. Emblema di questa resistenza sociale sono Fawzia al-Hani, Laila al-Kadhim, Hanan al-Shaikh e Khulud al-Fahad, quattro donne, due sciite e due sunnite che, nella tormentata Provincia Orientale, lottano per i diritti civili dimenticando il contrasto religioso. Queste donne hanno coordinato all’inizio la famosa campagna Baladi per il diritto di voto alle donne, concesso nel 2011 ma applicato solo nel 2015.

L’accordo tra gli al-Saud e i religiosi wahhabiti è il principale motivo del congelamento dell’evoluzione sociale e del disorientamento stesso della popolazione, giacchè – ad esempio – essa è cosciente che lo Stato ha firmato accordi internazionali in materia di diritti delle donne ma che non ha mai applicato. Sul tema l’autrice segnala che “Il settarismo religioso imposto da Riad funziona da freno alle potenziali modernizzazioni, divenendo lo strumento politico per eccellenza utile ad affermare il potere indiscusso del regime. È un sistema basato sulla paura. Prendiamo come esempio la condizione di chi subisce una condanna carceraria. Nella fase iniziale delle procedure giudiziali nelle carceri si chiede ai detenuti di firmare una lettera in cui il carcerato promette di non commettere più i reati di qui é accusato. Se accetta, riceve una seconda opportunità ovviamente sotto minacce. Quelli che sono considerati di essere senza speranza per il regime sono sottoposti a un sistema terribile di sorveglianza o ricevano pene durissime. Queste condanne tremende sono un modo per spaventare gli elementi critici. Sono molti gli individui che portano avanti la richiesta di diritti civili, ma la maggioranza della popolazione saudita non è pronta a pagare il prezzo del cambiamento”.

Se il resto del mondo arabo ha fatto già esperienza diretta della forza evolutiva di cui il popolo è capace, l’Arabia Saudita sembra aver ignorato fino ad ora gli incontrovertibili segnali. La stabilità sociale, però, è proporzionalmente connessa a quanto la popolazione vede le proprie esigenze soddisfatte. Il governo di Riad è riuscito a non essere ancora scalfito dallo spirito delle primavere arabe grazie alle concessioni, seppur sempre più misere, che dispensa costantemente dall’alto ai cittadini. Tuttavia, è ormai evidente che l’incessante aumento del tasso di povertà che colpisce ampi strati della società potrebbe risvegliare la maggioranza, sinora rimasta silenziosa. Infatti, per gli osservatori esterni il futuro del regno saudita si prospetta carico di rischi, qualora anche il piano Saudi Vision 2030 del principe trentenne Muhammad bin Salman non soddisfi le attese.

A complicare il quadro c’è la guerra in Yemen, che dal marzo 2015 rappresenta un’emorragia per le casse saudite oltre che terreno di violazione costante dei diritti umani. L’ Onu e altre organizzazioni internazionali per i diritti umani, infatti, criticano la continua vendita di armi all’Arabia Saudita da parte dei Paesi occidentali. Sull’argomento Liimatainen ha detto: “Visto che la crisi economica limita potenzialità delle economie in molte aree del mondo, l’Europa e gli Stati Uniti non sono disposti a rinunciare alle possibilità che l’Arabia Saudita offre tuttora malgrado la sua crisi economica interna. In quest’area ci sono interessi economici che contrastano con i diritti civili difesi, però, dai paesi occidentali stessi. Empire Exposed, ad esempio, ha denunciato il ruolo attivo della Gran Bretagna nella guerra yemenita”.

Infine, l’autrice ha segnalato che “La preponderanza degli interessi economici nelle relazioni internazionali dell’Arabia Saudita è evidente nell’assenza di qualsiasi commento sulle elezioni americane. Saudi Aramco pare sia interessata ad acquistare Lyondell Basell Refinery, la seconda e più importante raffineria americana. Washington rimane la principale alleata di Riad”.

Liisa Liimatainen, L’Arabia Saudita: uno Stato islamico contro le donne e i diritti, Castelvecchi editore 2016, 284pp.