IAI

I libri costano troppo? di J.M. Keynes (a cura di Oliviero Pesce)

I libri costano troppo?, di John Maynard Keynes, a cura di Oliviero Pesce, Laterza, 2018, pag.64

keynesProdurre un libro non porta profitto, a meno che non sia un best-seller: di conseguenza, i prezzi dei libri possono diminuire solo se la tiratura aumenta in maniera considerevole. Queste le conclusioni di John Maynard Keynes sull’editoria inglese in I libri costano troppo?, un breve scritto degli Anni Venti appena pubblicato da Laterza.

Keynes sottolinea che sono ben pochi a potersi guadagnare da vivere come scrittori o editori. La causa principale per lui è il numero esiguo di lettori, di quanti compiono il ‘dovere sociale’ di comprare libri.

Nella postfazione, Oliviero Pesce parte dalle osservazioni di Keynes per fare il punto sul mondo dell’editoria nel XXI Secolo. I libri non sono più un bene di lusso, ma questo non significa che il numero di lettori sia elevato. Nel mercato britannico la maggior parte dei libri venduti è di carattere accademico o settoriale, e le librerie indipendenti stanno soccombendo a quei mostruosi ibridi tra edicola, libreria e cartoleria creati dalle grandi catene.

Il panorama è molto simile in Italia, con la letteratura non accademica che copre meno della metà degli introiti dell’industria editoriale. A complicare le cose, c’è il fatto che il mondo dell’editoria italiano è frammentato in una miriade di piccole case editrici, il 75% delle quali pubblica meno di dieci nuovi titoli l’anno. La concorrenza è spietata, ancor più per il l’egemonia di mercato dei tre maggiori gruppi editoriali, che lasciano agli altri soltanto le briciole.

Pesce mette in evidenza il delicato equilibrio della realtà editoriale italiana: la necessità di bilanciare tra titoli redditizi e titoli di qualità, a fronte di un numero sempre più esiguo di lettori e a uno ancora più ridotto di dipendenti, che si ritrovano a doversi specializzare in ogni fase della produzione e distribuzione di un libro, inclusi gli spesso difficili rapporti con l’autore. Un panorama senza dubbio poco incoraggiante e poco redditizio.

Perché, dunque, continuare a pubblicare libri? Perché la ragion d’essere di una casa editrice non dipende esclusivamente dal profitto, conclude Pesce, auspicando che “il pessimismo della ragione possa venire sconfitto dall’ottimismo della volontà” e che si continui a pubblicare libri anche se considerati “inutili” dal punto di vista dei guadagni.

Eleonora Febbe