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Libertà e impero. Gli Stati Uniti e il mondo

Mario Del Pero, Libertà e impero. Gli Stati Uniti e il mondo, 1776-2006 (Roma-Bari: Laterza, febbraio 2008)

La letteratura in lingua italiana sulla storia della politica estera americana uscirà significativamente arricchita dalla pubblicazione del nuovo libro di Mario Del Pero. Nonostante il pubblico italiano, se non altro per via della collocazione internazionale del nostro paese dal ’45 ad oggi, abbia guardato con grande curiosità alle vicende degli Stati Uniti, di rado esso ha avuto accesso ad interpretazioni solide ed originali della sua politica estera. Salvo alcune importanti eccezioni, gli scaffali delle nostre librerie, anche le migliori, sono occupati da volumi di impronta giornalistica spesso morbosamente interessati alle mille pagine oscure e ai tanti complotti che avrebbero accompagnato l’egemonia Usa, da libri dai titoli sensazionalistici tutti incentrati sulla facile ed abusata immagine degli Stati Uniti come impero, da analisi talvolta leziose che presentano la storia americana come una “storia dei presidenti”, e infine da più serie, ma sovente banali, ricostruzioni dei principali eventi che hanno marcato l’ascesa internazionale della potenza americana.

Del Pero ha colmato un vuoto ed ha offerto un libro che è rigoroso, ma non per “addetti ai lavori”, che rifugge la dietrologia, il moralismo così come l’agiografia, che accetta la definizione degli Stati Uniti come potenza imperiale ma non si accontenta di questo, ma che soprattutto intreccia i fatti con le idee ed esplora l’analisi della vicenda bisecolare degli Usa dalla prospettiva della sua “ideologia” di politica estera. Questa non è solo una novità nel campo della storiografia in lingua italiana sugli Usa per non specialisti ma è anche, per certi versi, il prodotto di un cambio generazionale.

Fin di recente, infatti, chi scriveva in italiano di storia degli Stati Uniti aveva o assai limitata esperienza diretta di quella società, o tradiva l’atteggiamento di coloro che, venendo da una realtà decentrata se non periferica politicamente così come intellettualmente, riverivano quella che vivevano quasi come una “adozione”. Del Pero, invece, giovane docente di Storia degli Stati Uniti presso l’Università di Bologna, ma con una lista già folta di importanti pubblicazioni a curriculum, appartiene a quella generazione di americanisti, sempre più nutrita, ma ancora molto recente, che hanno vissuto l’America oltre che studiarla e che non sono stati “adottati”, ma l’hanno liberamente scelta. Formatasi in un contesto già di fine Guerra Fredda, questa generazione di studiosi non è stata indotta a tradurre il fascino esercitato su di essa dagli Usa in militante difesa della loro politica o, all’opposto ma secondo la stessa logica, in una non meno fanatica reazione anti-americanista. In altre parole, Del Pero studia “le idee” che hanno ispirato la formulazione della politica estera americana dai suoi albori ai giorni nostri non solo perché questo è un filone di ricerca promettente che sta attraendo sempre maggiore interesse a livello internazionale, ma anche perché la sua formazione glielo permette in modo più libero e creativo di quanto fosse possibile in passato. In breve, quello di Del Pero è un libro sulle ideologie ma non è un libro ideologico.

Il libro si ripropone di accompagnare il lettore in un viaggio affascinante lungo oltre duecento anni di storia americana, dalla Dichiarazione di Indipendenza alla “svolta unilateralista” dell’amministrazione di George W. Bush, offrendogli tre chiavi interpretative costanti della vicenda degli Stati Uniti. Tre sono infatti le tesi centrali che Del Pero chiarisce fin dalla introduzione e difende fino all’ultima pagina. La prima è che il “nazionalismo americano” ha avuto caratteri non solo specifici ma unici, e che dunque la nazione americana non possa essere completamente capita se studiata come una “nazione tra le altre”. Più precisamente, Del Pero usa la felice espressione “nazionalismo eccezionalista” per definire un nazionalismo fondato sulla convinzione ampiamente diffusa tra le elite americane che gli Stati Uniti potessero sottrarsi alle “leggi della storia”, ed in particolare alle logiche di potenza che hanno ispirato invece le egemonie internazionali precedenti. L’incontro tra gli Stati Uniti ed il mondo è proprio avvenuto alla luce di questa nozione di “novità” dell’esperimento politico americano e si è tradotto in un tentativo da parte dell’America non solo di difendere, ma anche di universalizzare i propri ideali e principi politici, considerati non solo innovativi ma anche superiori.

La seconda tesi è che ideali ed interessi si sono irrimediabilmente intrecciati nella politica estera americana, proprio perché l’interesse nazionale Usa è stato caratteristicamente identificato con una idealità di tipo nuovo, un nuovo modo di concepire la politica internazionale fondato sull’individuo come unità fondamentale e sulla democrazia come dimensione pubblica delle sue libertà, e quindi come norma da estendere dal regime interno anche alla relazione tra gli stati. Questa idea che il modo in cui gli Stati Uniti hanno concepito e promosso la propria visione del mondo non sia in tutto equivalente alla ideologia che ogni egemonia ha elaborato per giustificare il proprio dominio ma che, oltre a questo elemento, sia contenuta in essa una diversa idea del potere è il cuore della prospettiva interpretativa offerta da Del Pero. La terza tesi entra nel merito della politica estera americana e consiste nell’osservazione che tra la tutela ed ampliamento della “libertà” interna ed espansione e crescita vi sia stato fin dall’Indipendenza un legame strettissimo, quasi esistenziale. Di qui il titolo “Libertà ed Impero”: impero non solo come non in contraddizione con il principio di libertà politica ed economica che gli Stati Uniti hanno inteso promuovere, ma quasi come condizione di questa libertà, o perlomeno come veicolo di essa.

Se la forza di questo libro sta proprio nel comprendere la relazione profonda che esiste tra concetti e categorie che sono spesso stati presentati come distinti se non in conflitto – nazionalismo e universalismo, ideali ed interessi, libertà ed impero –, l’elemento controverso dell’analisi di Del Pero è un certo “essenzialismo”, come gli è stato peraltro fatto notare a volte da alcuni suoi colleghi. Vale a dire il quasi postulato che gli Stati Uniti siano sempre stati “fedeli” ai loro principi fondatori e che vi sia come un’“essenza” della nazione americana che il corso del tempo si è solo limitato a manifestare in incarnazioni multiformi, ma alla radice equivalenti. Se questo approccio “essenzialista” è per molti versi innegabile e rischia di indebolire l’impianto analitico stesso del libro che si vuole svincolato da pregiudizi e preconcetti, esso non pregiudica in modo significativo, tuttavia, il contenuto dell’interpretazione. Del Pero, infatti, invita ad apprezzare i tanti volti dell’ideologia di politica estera Usa e si sofferma con puntualità sia sulle tensioni interne ai principi che hanno guidato la politica americana sia sulle contraddizioni tra i suddetti principi e la loro traduzione in concrete decisioni politiche ed azioni internazionali. Insomma, “essenzialismo” non significa semplificazione o riduzione della realtà, ma corrisponde piuttosto ad una chiara scelta di prospettiva storiografica secondo la quale la comprensione di uno sviluppo storico è più facile nonché più profonda se il cambiamento è misurato rispetto ad una matrice, anziché verificato su di un piano anch’esso fluido di parametri e standard.

La speranza, quale che sia il grado di condivisione che il pubblico accorderà all’orientamento e ai contenuti di questo studio, è che questa lettura avvicini alla storia americana nuovi ricercatori e semplici osservatori e che sproni coloro che hanno già familiarità con la materia a confrontarsi con un libro che è tanto rigoroso nell’analisi storica quanto fresco ed originale nei suoi spunti interpretativi.

L’autore è ricercatore presso la School of Advanced International Studies (SAIS) della Johns Hopkins University a Washington D.C.