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L’Europa non è più guerriera. È uno “Stato civile”. Funziona?

James J. Sheehan, L’età post-eroica. Guerra e pace nell’Europa contemporanea, Laterza 2009.

L’Europa spende meno di altri per la difesa e, quindi, ha capacità militari inadeguate al suo status di potenza economica e alla sua consistenza demografica. Per Europa si intende qui essenzialmente i singoli Stati, perché in questo campo è ancor meno appropriato parlare di un’entità unica, essendo i progressi compiuti in materia di integrazione della difesa nel quadro dell’Ue modesti e sostanzialmente marginali. Sì, è vero, due di detti Stati hanno dei deterrenti nucleari nazionali, anche se dall’incerta strategia di impiego, ed alcuni altri dispongono di forze armate di una qualche consistenza. Ma in fatto di sicurezza, per gran parte dei membri dell’Unione, resta più importante l’integrazione nel quadro dell’Alleanza Atlantica, eccezionalmente sopravvissuta alla minaccia che ne aveva determinato la formazione, perché questa comporta la continuità dell’impegno americano per scongiurare eventuali sfide all’integrità dei paesi europei, oggi poco concepibili, nonché il dominante ruolo Usa nelle attività militari cosiddette “fuori area”, ritenute necessarie a tutela degli interessi di sicurezza comuni.

Come non bastasse, questo stato di cose politico, strategico ed economico riflette uno stato d’animo degli europei che è di scarsa propensione all’uso della forza e di rifiuto circa l’esclusiva del mezzo militare a risolvere i conflitti – anche se raramente corredato con idee e impegni quanto agli strumenti alternativi. I pochi rimasti che hanno ricordo personale della guerra, ne hanno ricavato per lo più un senso di repulsione. La generazione successiva è cresciuta in assenza di guerre prossime ed è stata in prevalenza critica delle guerre lontane, peraltro risoltesi quasi sempre in insuccessi per l’Occidente. Anche grazie alla natura oggi professionale del servizio militare, la generazione attuale, infine, è coinvolta in modo molto limitato nei conflitti in corso e raramente ne vede un significato diverso dai doveri di appartenenza all’alleanza, appunto.

Per cui, nei casi in cui il coinvolgimento comporta la perdita di vite umane – non spesso, per fortuna – i governi sono impegnati in una retorica di riconoscimenti alle vittime e alle loro famiglie, a compensazione delle carenze di convinzione dei cittadini. Le cose sono solo di poco diverse, quando gli impegni delle forze armate e i relativi costi, come si dice, di sangue e di denaro, riguardano missioni di pace o di interposizione sotto egida Onu o altre.

La situazione e l’atteggiamento di cui sopra sono stati oggetto, come è noto, della critica severa, quando non del disprezzo, o al meglio dell’ironia, da parte di molti, negli Stati Uniti. In particolare da parte di quella corrente di pensiero, chiamata col dittico tronco “neo-con”, che è cresciuta nell’opposizione durante le due amministrazioni Clinton e che è diventata dominante durante gli otto anni di Bush-2. L’Europa – quella “vecchia” più di quella “nuova”, per usare la distinzione usata dall’ex-segretario alla difesa, Donald Rumsfeld, ad apprezzamento dei paesi dell’ex blocco sovietico più filo-americani – vive su Venere, a differenza degli Usa, cittadini onorari di Marte. Cioè è imbelle e parassita in fatto di sicurezza, nonché cedevole ai ricatti altrui, a cominciare da quelli energetici sia dell’Islam nemico di Israele, sia della Russia che non ha abbandonato le sue mire imperiali sugli ex-satelliti. Insomma è inaffidabile, decadente, e comunque sostanzialmente irrilevante, quest’Europa.

Sono meno di numero e fanno meno rumore le analisi e le valutazioni americane che guardano al “caso europeo” da un angolo diverso, magari opposto. Ma forse meritano più attenzione. Questo vale in particolare per il saggio dello storico della Stanford University, James Sheehan, uscito in italiano nel 2009 per i tipi di Laterza, con il titolo: “L’età post-eroica. Guerra e pace nell’Europa contemporanea”. In esso si riflette sul secolo scorso, quello intero, non quello “breve”: a cominciare dunque dall’instaurarsi del meccanismo perverso che ha portato al colpo di pistola di Sarajevo, in una mescolanza di pacifismo e di esaltazione della violenza, ma soprattutto nell’assurgere degli stati-nazione sovrani a destinatari indiscussi dell’impegno dei cittadini fino alla morte.

A seguire con la seconda “guerra dei trent’anni”, interrotta dalla “tregua dei vent’anni”, l’una e l’altra con il loro esito tragico di morte, devastazione, tirannia e genocidio. Quindi a concludersi con il tempo senza guerra, durante il quale ha preso forma quello che l’autore chiama lo “Stato civile”. Cioè un spazio comprendente un numero crescente di paesi, decisi per una volta a non farsi più la guerra fra loro, a integrare parzialmente le loro sovranità, in materia di economia innanzitutto, e a imporre la democrazia come condizione di ogni nuova adesione. Non solo: uno spazio che si presenta – o forse crede di potersi presentare, nella sostanziale unicità della sua situazione – come nuovo paradigma di un mondo, in cui le differenze e i conflitti internazionali sono regolati senza guerra.

Non si tratta di un nuovo pamphlet pro-Vecchio Continente, tipo quello scritto qualche anno fa da Jeremy Rifkin, la cui tesi era riassunta nel lungo titolo: “Il sogno europeo: come l’Europa ha creato una nuova visione del futuro che sta lentamente eclissando il sogno americano” (Mondadori, 2004). No, Sheehan constata con distacco uno stato di cose determinato dalla storia – prima una storia di violenza, guerra e crudeltà senza precedenti di comparabili dimensioni, e poi l’abbandono non solo degli imperi, ma anche dell’aspirazione ad averne, mentre si perseguiva essenzialmente il benessere economico e l’equità sociale.

Il paragone con gli Stati Uniti, se si vuole, è implicito nel titolo dell’ultimo capitolo: “Perché l’Europa non diventerà una superpotenza”. Non lo diventerà perché non ha più abbastanza soldati (il titolo originale dell’opera di Sheehan, “Where have all the soldiers gone”, richiama una famosa canzone di Joan Baets, con i soldiers al posto dei flowers); né vuole averli. In altre parole, perché “è stanca di guerra”, per dirla rubacchiando da un libro di Jorge Amado.

Scrive Sheehan: “Se la violenza deflagrerà in Europa, non proverrà dal suo interno, ma da fuori, dall’instabile e pericoloso mondo nel quale gli europei si trovano a condurre le loro vite civili”. Se l’instabile e pericoloso mondo non sarà minimamente contagiato dal “laboratorio vivente” dell’Unione, “l’Europa continuerà a dipendere da una qualche versione dell’Alleanza atlantica”. C’è certo molto di vero nella diagnosi dello storico di Stanford, che in fondo riflette una visione pragmatica, vicina alle posizioni prevalenti oggi a Washington.

Ma forse c’è anche qualche lacuna. Innanzitutto nella inadeguata valutazione del contributo europeo alla sicurezza occidentale. Durante la Guerra Fredda non si andava in giro, in questa parte del Vecchio Continente, con i fiori nei capelli, ma si ospitavano basi per le armi nucleari, cosiddette “di teatro”, con la prospettiva di essere i primi ad essere azzerati da uno conflitto nucleare. E la fine dell’impero sovietico è stata tanto determinata dall’attrazione del sistema europeo di “vita civile” quanto dalla superiorità strategica del sistema atlantico a leadership americana.

Inoltre, pur nella loro minimalità, non sono irrilevanti le capacità militari dei paesi europei in caso di minaccia ultima alla loro integrità. Infine non si trova nel volume in esame una sufficiente analisi del cambiamento della natura della sicurezza internazionale, nonché delle minacce ad essa, rispetto a cui devono misurarsi oggi i gradi della potenza, super- o no che sia, e le capacità, e gli strumenti.

Non che l’Unione uscirebbe promossa a pieni voti, dopo una simile più completa analisi. Ma sarebbe così più convincente la critica delle insufficienze europee nel rendere credibile, mediante la razionalizzazione ancor prima che con l’incremento delle capacità di sicurezza e difesa, il paradigma proposto al mondo. Paradigma audace per gli uni, codardo per gli altri. Post-eroico per James Sheehan.

James J. Sheehan, L’età post-eroica. Guerra e pace nell’Europa contemporanea, Laterza 2009.