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L’economia europea

Qualche settimana fa, un quotidiano notoriamente attento nel cogliere la sensibilità dell’opinione pubblica italiana, si chiedeva se fosse ancora possibile rappresentare l’Europa come la soluzione a molti dei problemi che affliggono il nostro paese. In coincidenza con l’apertura della campagna per il rinnovo del Parlamento europeo, due domande in particolare venivano poste: “Davvero non vi è niente da mettere a punto in un’architettura comunitaria che sta vivendo trasformazioni turbolente e dagli esiti tutt’altro che chiari? E soprattutto: si può continuare a sedurre l’opinione pubblica con slogan ricalcati dai tempi ormai lontani in cui lottavamo per entrare nella moneta unica e potevamo permetterci una tassa sull’Europa”?

Basta d’altronde scorrere i risultati dei sondaggi svolti da Eurobarometro per avere contezza del progressivo esaurirsi di quel grande afflato collettivo che, esattamente dieci anni fa, valse al nostro paese l’ammissione alla moneta unica. Né si può immaginare che il sentimento verso l’Europa, nel nostro come in altri paesi, sia stato rafforzato dalla vulnerabilità mostrata rispetto a una crisi finanziaria per molti mesi ritenuta circoscritta alla sola area anglosassone.

Alla questione europea e a quali siano le sue esatte dimensioni, quali i fattori che la hanno originata, quali le soluzioni che ad essa possono prospettarsi, dedicano la loro attenzione Paolo Guerrieri e Pier Carlo Padoan, nel contributo appena pubblicato per i tipi de il Mulino. Il libro ripercorre le tappe dell’integrazione europea, dalla firma del Trattato di Roma nel marzo del 1957 fino alle vicende recenti, segnate dalla grande crisi finanziaria internazionale e dalla recessione globale.

Una storia lunga cinquant’anni, durante i quali grandi sforzi sono stati profusi nel tentativo di spostare sempre più in avanti la frontiere dell’integrazione europea. Questo processo viene sintetizzato dai due autori in cinque grandi fasi, a ognuna delle quali corrisponde un diverso concetto di integrazione: quella commerciale, stimolata all’Unione doganale negli anni d’avvio della Comunità; quella dei mercati non direttamente esposti alla concorrenza internazionale, obiettivo assegnato al lancio del mercato unico nella metà degli anni Ottanta; quella monetaria, racchiusa nella convergenza sui parametri di Maastricht e nell’adozione della moneta unica; quella fiscale, sancita dal Patto di stabilità e dalle procedure di sorveglianza a esso collegato; quella definita tecnologica che, attraverso la strategia di Lisbona, affida alla creazione e diffusione di conoscenza il ruolo di motore principale della crescita.

L’analisi di Guerrieri e Padoan ben evidenzia, tuttavia, come alla continuità impressa al processo di integrazione abbia corrisposto una forte discontinuità di risultati. Così, se negli anni che vanno dalla nascita della Comunità europea fino al 1973 “lo standard di vita europeo registrò un sorprendente rapido, riavvicinamento a quello americano”, del tutto opposta è la situazione odierna, tanto che, sulla base delle tendenze correnti “i paesi europei e l’Europa nel suo insieme appaiono condannati nel giro dei prossimi decenni a divenire sempre più piccoli economicamente e politicamente”.

La perdita di peso dell’Europa nello scenario economico internazionale è generalmente attribuita al ritardo con cui sono state assimilate le potenzialità di crescita insite nelle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazioni (Itc). Questa ipotesi interpretativa trova una conferma nel terzo capitolo del libro, che ribadisce come il nuovo paradigma tecnologico abbia rappresentato, al di fuori dell’Europa, un’occasione per definire radicali trasformazioni dei modelli di specializzazione. Gli anni Novanta, che altrove hanno rappresentato un periodo di fortissimo innalzamento dei potenziali di crescita, sono invece divenuti “il decennio difficile” per l’Europa, cristallizzata sul proprio modello di specializzazione manifatturiera e impossibilitata da un lato a contrastare l’entrata nell’area degli scambi mondiali dei nuovi produttori asiatici, incapace dall’altro di rispondere al “formidabile balzo di efficienza stimolato dalla rivoluzione digitale compiuto dall’economia tradizionalmente dominante, quella americana”.

Non trova invece conferma un’altra tesi diffusa, che collega il ritardo europeo a un presunto sovradimesionamento del suo modello sociale. L’ipotesi sull’esistenza di un trade-off fra crescita e protezione sociale viene discussa e infine ribaltata nel quinto capitolo del libro: dal momento che la protezione sociale diventa più efficace quando associata all’economia della conoscenza, il welfare europeo non va abbandonato, ma piuttosto riorientato in questa direzione e quindi collocato al centro della strategia di Lisbona.

Ma il libro di Guerrieri e Padoan va al di là di un rivisitazione delle interpretazioni prevalenti sulle difficoltà dell’Europa. Un’enfasi particolare è dedicata all’impatto esercitato sulle vicende europee dalle trasformazioni intervenute nel sistema di relazioni internazionali. Il punto di partenza è in questo caso rappresentato dal sistema di Bretton Woods, che per oltre due decenni assicurò la conservazione delle condizioni macroeconomiche espansive dalle quali trasse alimento “l’età d’oro” dell’integrazione europea (primo capitolo del libro). Le difficoltà successive nascono dal fatto che, anche dopo il dissolvimento del sistema di Bretton Woods nell’agosto del 1971, l’area europea avrebbe continuato a cercare all’esterno i fattori propulsivi della propria crescita, nella speranza di replicare, pur in contesti del tutto diversi, lo schema export-led che le era stato fino ad allora consentito. Anche per questa ragione, le grandi tappe dell’integrazione europea sono risultate veramente efficaci solo quando sostenute da un contesto espansivo dell’economia internazionale. Altre analisi confermano infatti come il ciclo economico europeo sia rimasto dipendente dalla crescita dell’economia statunitense (Reichlin, 2008). Insomma, rispetto a un obiettivo di crescita economica, il processo di integrazione europea non sembra avere fin qui prodotto stimoli paragonabili a quelli della tradizionali politiche macroeconomiche seguite negli Stati Uniti o a quelli generati dagli approcci attivi di politica industriale adottati nei paesi emergenti.

Pur tuttavia, è soltanto attraverso il completamento del processo di integrazione che l’Europa potrà sfruttare appieno le potenzialità di cui si è comunque dotata, come ad esempio evidenziato in Blanchard (2004), e che fino a oggi sono rimaste in gran parte inespresse. Ovvio che la questione diventa allora cosa significhi veramente completare il processo di integrazione. Su questo aspetto la riflessione di Guerrieri e Padoan offre indicazioni di particolare interesse. Due sarebbero i problemi di fondo che l’Europa deve risolvere: ridare dinamismo al suo sistema economico e sociale, riducendo la dipendenza dalla domanda estera, e imparare a parlare con una voce sola nelle questioni relative al governo dell’economia mondiale. Riguardo al primo punto, la soluzione prospettata nell’ottavo e ultimo capitolo del libro, auspica “un’interazione virtuosa tra un mercato dei servizi avanzati e uno spostamento delle risorse verso l’accumulazione della conoscenza”. Un meccanismo simile a quello che ha innescato la new economy e che dovrebbe portare l’Europa a definire un vero e proprio interesse comune “per la costruzione di un mercato globale dei servizi avanzati”.

E nel secondo punto, tuttavia, che risiede il vero elemento di completamento del processo di integrazione. Come si afferma, infatti, “una strategia di crescita europea che sia efficace deve poter contare su una politica europea a livello globale”. Si tratta qui di colmare un vero e proprio vuoto di iniziativa, alla quale hanno corrisposto scelte di governance globale che hanno sempre più spostato l’asse dello sviluppo dall’Europa verso altre aree, in primis l’Asia. In quest’ottica, la scelta per l’Europa si presenta quasi obbligata: o recuperare un ruolo nel governo del sistema di relazioni internazionale, o accettare una prospettiva di ulteriore declino. Meglio inoltre rifuggire alla tentazione di rispondere alla crisi proponendo una radicale ridefinizione del quadro di governance globale, opzione non percorribile nei tempi brevi richiesti dalle esigenze di rilancio dello sviluppo europeo. Più importante sarebbe invece colmare gli attuali vuoti del sistema delle relazioni internazionali, che evidentemente costituiscono un fattore di svantaggio comparato per l’area europea.

Non è dunque vero che l’Europa sia condannata a un declino ineluttabile, né che le sue debolezze possano essere rimosse alleggerendo il modello di welfare o rinunciando al processo di integrazione. Le analisi del libro di Guerrieri e Padoan ci dicono che non è indietro che bisogna tornare, essendoci al contrario le condizioni per muovere un decisivo passo in avanti sulla strada della costruzione europea. A condizione di acquisire una piena consapevolezza “del nesso importante oggi esistente tra il ruolo di attore primario che l’Europa deve giocare sulla scena globale e la possibilità di rilancio della crescita e dell’integrazione europea”. Ed è probabilmente questa la via maestra per restituire ai cittadini europei la percezione del processo di integrazione come strumento primario di accrescimento del loro benessere.

Paolo Guerrieri e Pier Carlo Padoan, L’economia europea, Il Mulino, Bologna, 2009

Riferimenti

Cer, Il sentimento dell’opinione pubblica italiana nei confronti dell’euro, Roma, gennaio 2007

Blanchard, The economic future of Europe, Journal of Economic Perspectives, fall, 2004

Guerrieri P., P.C. Padoan (cur.), Un gioco senza regole: l’economia mondiale alla ricerca di un nuovo assetto, F. Angeli, 1984.

Reichlin L., Business Cycle in the Euro area, NBER, Working Papers, n.14529, 2008

Rodrik D., Normalizing Industrial Policy, Harvard University, Spetember, 2007