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Le economie dei poveri

Feltrinelli riporta all’attenzione del pubblico italiano il messaggio e le tesi dell’economista francese Esther Duflo, docente al prestigioso MIT, Massachusetts Institute of Technology, che negli ultimi dieci anni ha indagato le ragioni dell’arretratezza delle aree e dei popoli più poveri. Già un anno fa, Feltrinelli aveva fatto uscire “I Numeri per Agire” in cui la Duflo illustrava una nuova tecnica d’indagine, lo “studio controllato randomizzato”, a suo giudizio l’unica efficiente ed affidabile nell’individuare e focalizzare le cause di non sviluppo.

Anche col nuovo “L’Economia dei Poveri”, scritto assieme al collega indiano Abhijit Vinayak Banerjee, la Duflo auspica e presenta un nuovo approccio alla lotta alla povertà, dato che, a dispetto delle forze e dei massicci finanziamenti messi in campo dagli anni Ottanta ad oggi, della mobilitazione internazionale di coscienze e dell’incessante produzione di progetti di cooperazione, si sono raggiunti, sino ad ora, solo scarsi risultati.

In verità, i due studiosi non propongono alcunché di rivoluzionario, nessuna “formula magica”, anzi la chiave di svolta, per loro, è proprio quella di evitare leggi e programmi “universali”. L’approccio deve, quindi, essere esclusivamente pragmatico, prediligendo l’osservazione diretta sul campo dei fattori socioculturali, ed antropologici, politici ed economici, delle sovrastrutture di qualsiasi contesto e gruppo sociale o popolo oggetto d’analisi.

La Duflo, in particolare, non hai mai cercato ricette speciali per sconfiggere la fame nel mondo, ma si è sempre “limitata” a cercare di dare risposte rigorose a singoli problemi. Altrettanto fondamentale è disporre di strumenti in grado di valutare correttamente l’efficacia o il fallimento di qualsiasi progetto, programma, politica, azione.

Nel libro e in tutte le conferenze a cui ha partecipato, la Duflo ha anche criticato le eccessive aspettative nei confronti del microcredito, identificato, da più fronti, come la panacea di tutti i mali. L’autrice non nega i vantaggi e i benefici che esso ha concretamente portato in più situazioni; tuttavia, come verificato sul campo, si è da tempo accorta che non si tratta di un modello (se non ideologia) esportabile (a tutti i costi) in tutti i luoghi.

L’obiezione primaria riguarda l’assunto per cui i poveri desiderano essere messi in condizione di poter svolgere un attività lucrativa. Per la Duflo, infatti, il fatto che milioni di poveri, per sopravvivere, siano costretti ad inventarsi un lavoro, non significa necessariamente che siano inclini ad un’attività per conto proprio. Come ha potuto constatare in varie occasioni, si tratta, spesso, di una scelta forzata, per mancanza di alternative, l’unica possibile per il minimo sostentamento. In molti hanno ammesso che, al contrario, sognano per i propri figli una più sicura carriera statale, semmai ve ne fosse la possibilità: il problema è che i posti pubblici sono quasi sempre riservati ai ceti più agiati.

In effetti, seppur sia innegabile che il microcredito possa servire, specialmente nelle aree più svantaggiate, desta perplessità la registrazione e promozione, da parte delle agenzie di microfinanza, quasi esclusivamente dei “casi di successo”, senza mai accennare invece anche ai fallimenti, e soprattutto ai report di lungo periodo circa le attività imprenditoriali finanziate.

Il microcredito è nato sì per offrire una possibilità di accesso al credito anche a coloro che non possono fornire garanzie, ma se da un lato per gli istituti finanziati il rischio è limitato, dall’altro c’è il rischio che proprio per questo si creino forti tensioni: in una comunità di lavoro, quando anche una sola persone manca un pagamento, gli altri devono autotassarsi andando a loro volta in difficoltà, tanto che si sono già registrati numerosi casi di ricorso agli strozzini locali per riuscire a onorare il debito. A questo proposito, la tendenza dominante è di applicare alti tassi di interesse (50%, ma in certi casi si sono registrate punte del 100). Le banche e le agenzie provano a giustificarsi sostenendo che la rapidità del credito è molto più importante di un basso tasso di interesse.

In certe aree dell’Asia e dell’Africa mancano infrastrutture, scuole, aziende e in generale non esiste un’economia che riesca a sostenersi da sola e confrontarsi con il resto del mondo. Il ritardo è così grande che agli occhi di studiosi come Esther Duflo, Milford Bateman, Jonathan Morduch, Dean Karlan, David Roodman o Serge Latouche il microcredito e altri strumenti di microfinanza rappresentano ben poco nella lotta alla povertà, tanto meno se gravata dall’indebitamento.

Duflo Esther, Banerjee Abhijit V., L’economia dei poveri. Capire la vera natura della povertà per combatterla, Feltrinelli, 2012 (e-book e cartaceo).