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La strana storia dell’assalto al Parlamento indiano

L’attacco terroristico di Bombay (Mumbai) è stato attribuito all’organizzazione Lashkar-e-Taiba (LeT) overo all’Esercito dei Puri, un gruppo pachistano noto per i suoi attacchi contro l’India, in particolare nel Kashmir, legato ad altri gruppi terroristici pachistani come Jaish-e-Mohammad, Jamaat-ud-Dawa e la stessa al-Qaida. Il governo indiano accusa quello pachistano di connivenza di fatto e ciò ha portato ad un forte aumento della tensione alla frontiere tra i due paesi e a consistenti movimenti di truppe. Questa pericolosa situazione ha svariati precedenti, di cui il più noto è probabilmente quello seguito all’attentato del 13 dicembre 2001, quando un gruppo armato di cinque terroristi in un’automobile forzarono i cancelli del Parlamento indiano, mentre era in seduta, e ingaggiarono una sanguinosa battaglia con le guardie in cui perirono tutti i terroristi e persero la vita anche otto agenti di sicurezza e un giardiniere, senza però riuscire a far esplodere l’auto minata nel palazzo del Parlamento, come era probabilmente loro intenzione.

Anche i quell’occasione la responsabilità dell’attentato venne attribuita alla LeT, sulla base della confessione di uno dei presunti complici, arrestato successivamente e poi condannato a morte. Quella confessione fu anche la giustificazione di una mobilitazione militare di oltre mezzo milione di soldati e della chiusura di ogni comunicazione terrestre, marittima e aeree con il Pakistan, il 21 dicembre successivo. Si delineò il rischio concreto di un conflitto armato tra due potenze nucleari. Ebbene, quella stessa confessione venne poi sostanzialmente sconfessata e abbandonata come prova nella sentenza finale della Corte suprema indiana contro i presunti terroristi.

Tutta la storia di quel processo, così come viene ripercorsa da Arundhati Roy, scrittrice indiana molto nota e decisa attivista dei diritti umani, è un capolavoro di ambiguità. Incertezze, pressioni politiche e mediatiche, da cui esce un quadro tutt’altro che confortante sulla possibilità di capire realmente cosa accadde. In pratica, delle dodici persone che la polizia indiana indicò come complici e ideatori dell’attacco terroristico, solo quattro vennero tradotte in giudizio, tutti originari del Kashmir: S.A.R. Geelani (considerato la mente), Shaukat Hussein Guru e sua moglie Afsan Guru, e Mohammed Afzal. In prima istanza il tribunale condannò i tre uomini a morte e la donna a cinque anni di prigione. Successivamente la Corte d’appello scagionò completamente sia Geelani che Afsan, confermando le condanne di Shaukat e Azal. Infine, la Corte Suprema, oltre a confermare i due proscioglimenti, ridusse la pena di Shaukat a dieci anni di carcere e confermò la sola condanna a morte di Afzal, con la seguente motivazione: “come nella maggior parte dei complotti, non ci sono e non ci potrebbero essere prove dirette che l’accordo costituisce una cospirazione criminosa. Eppure le circostanze, soppesate in modo cumulativo, indicherebbero in modo inequivocabile la collaborazione dell’imputato Afzal con i terroristi fedayeen deceduti”. La sentenza non è stata ancora eseguita ed è al centro di vivaci polemiche politiche.

Al di là della vicenda specifica, il problema è quello di riuscire a comprendere esattamente chi sono e cosa effettivamente vogliono i terroristi, e per questo sarebbe necessaria una piena cooperazione internazionale e una intelligence svincolata dalle pressioni politiche ed ideologiche: due condizioni ben lontane dall’essere soddisfatte. Fino ad allora, tuttavia, la lotta ai terroristi verrà inevitabilmente strumentalizzata e sviata, nonché resa più difficile e meno efficace, da questo nuovo tipo di “nebbia”, non più presente solo sul campo di battaglia, ma all’interno stesso delle organizzazioni preposte alla nostra difesa.

Una recente nota dell’Insitute for Near East and Gulf Military Analysis (Inegma), di Dubai, ad esempio, propone un’interessante lettura dell’attacco terroristico di Bombay, attribuito alla LeT, sostenendo tra l’altro che l’attacco al Centro ebraico Lubavitch in particolare è una sorta di novità, nel panorama indo-pachistano, e certamente per le organizzazioni nate in Kashmir, e potrebbe indicare un’evoluzione ideologica ed operativa di questi gruppi in direzione di al-Qaida, per rafforzarla o eventualmente anche prenderne il posto. Questo tipo di analisi, tuttavia, per essere confermato, avrebbe bisogno di una maggiore certezza delle informazioni provenienti dal luogo stesso degli attentati. In assenza di tale certezza, ogni esercizio di intelligence rischia di rivelarsi solo speculativo e forse sbagliato.

La strana storia dell’assalto al Parlamento indiano di Arundhati Roy, Ugo Guanda Editore, Parma 2007