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La questione tibetana. Autonomia non indipendenza: una proposta realistica

Il volume, che Eva Pfoestl, docente di diritto delle minoranze e dei gruppi presso la Luspio di Roma e direttrice dell’area giuridico-economica dell’Istituto di Studi Politici “San Pio V”, ha pubblicato con Marsilio (Venezia 2009), si fa apprezzare per una molteplicità di ragioni.

L’opinione pubblica mondiale segue con sempre maggiore interesse le vicende del popolo tibetano e del Dalai Lama, insediati rispettivamente sul plateau più alto del mondo come minoranza all’interno della Cina, il più antico e popoloso Stato del pianeta, e a Dharamsala sulle pendici meridionali himalayane in India come capo spirituale del governo tibetano in esilio. Tra le varie popolazioni del mondo le tensioni di questo tipo non sono una rarità. Ma la specificità della questione sino-tibetana va rinvenuta proprio nella contrapposizione tra una concezione materialista dello Stato comunista cinese e una cultura profondamente radicata nei principi spirituali del buddhismo. Il rinnovato interesse dell’opinione pubblica mondiale alla questione tibetana nasce non soltanto da un bisogno di schierarsi per uno dei due contendenti, ma forse anche dall’esigenza di vedere superato quel conflitto esistenziale con un esito capace di far convivere armonicamente il lato materiale e il lato spirituale delle nostre vite.

Il secondo pregio dell’opera di Pfoestl è di aver saputo svolgere in modo sintetico e chiaro un tema così complesso. In sole 156 pagine il libro affronta nella prima parte la plurisecolare storia della difficile convivenza tra Tibet e Cina partendo dalla situazione di fatto dei rapporti tra queste due entità per arrivare alla presentazione dello status attuale del Tibet all’interno della Repubblica popolare cinese; nella seconda parte analizza il significato di un’autentica autonomia per il Tibet che potrebbe far cadere tutte le residue richieste indipendentiste per questa ragione perché sostanzialmente non più necessarie per garantire i valori della cultura tibetana. Il terzo pregio dell’opera di Pfoestl è la proposta realistica che essa contiene per dare una soluzione pacifica e definitiva alla questione tibetana. Da anni lo statuto di autonomia dell’Alto Adige/Süd Tyrol è considerato da molte minoranze come un modello per far vivere pacificamente all’interno di uno Stato popoli con culture e lingue differenti. Pur escludendo che sia possibile “la semplice esportazione di un modello vincente in un altro contesto”, Pfoestl considera utile “procedere in modo comparativo, cercando di trarre insegnamento dalla storia e dalle esperienze maturate nel contesto di conflitti simili”. Un metodo che la stessa Pfoestl ha messo in pratica avendo fatto parte di varie delegazioni di esperti che hanno collaborato con il governo tibetano in esilio per sviluppare uno statuto di autonomia tibetana alla luce dell’esperienza italiana del Alto Adige/Süd Tyrol.

Alla Pfoestl dobbiamo infine essere grati per aver fatto conoscere in modo chiaro, conciso e circostanziato il pensiero del Dalai Lama sulla questione tibetana. Nella prefazione al libro, il Dalai Lama afferma di condividere come programma strategico per il futuro del popolo tibetano, l’assunto di base da cui è partita la ricerca di Pfoestl. Ciò significa che il Dalai Lama non accetta l’autonomia per un mero calcolo opportunistico perché vede sempre più irraggiungibile una indipendenza del Tibet, ma per una riflessione politica sull’attuale decadenza dello Stato nazionale. In un mondo globalizzato di connessioni individuali, sociali e istituzionali, “l’autonomia piuttosto che la sovranità dovrà divenire il principio fondamentale per l’organizzazione delle comunità politiche”. Il Dalai Lama quindi accetta e condivide l’assunto di base della Pfoestl: nella nuova era della globalizzazione ciò che conta è essere connessi anche istituzionalmente con le realtà vicine e lontane. E ciò ovviamente non vale soltanto per il Tibet, ma anche per la Cina, che avrà infatti tutto da guadagnare da una presa di coscienza del fatto che il modello dello Stato sovrano nazionale, centralizzato e burocratico, sarà presto un cimelio da museo.

In nota a questa visione lungimirante si colloca un corollario che non soltanto sgombra il campo da un altro equivoco che ha avvelenato in questi ultimi tempi le relazioni tra Asia e mondo Occidentale, ma apre anche la strada a un ragionevole ottimismo nel caso in questione. L’autonomia autentica per il Tibet non dovrà necessariamente attendere l’adesione della Cina ai valori democratici dell’Occidente: non soltanto perché l’evento chiama in causa il superamento di profonde diversità culturali tra oriente e occidente, ma perché l’adesione ai principi democratici non implica automaticamente il riconoscimento delle minoranze (non dimentichiamoci che la Francia della dichiarazione dei diritti dell’uomo non ha mai trattato generosamente le minoranze sul suo territorio). L’autonomia autentica per il Tibet avrà origine quando la Cina dovrà, prima di quanto si pensa, rinunciare allo Stato centrale e burocratico per affrontare le sfide della globalizzazione. Sarà allora quello il momento in cui il governo di Pechino vedrà nel Dalai Lama non più un avversario da debellare, ma un prezioso alleato da cui apprendere idee e valori per risolvere attraverso la devoluzione e la decentralizzazione, questioni che interessano non soltanto sei milioni di tibetani, ma un miliardo e trecentomila cinesi.

La questione tibetana. Autonomia non indipendenza: una proposta realistica, di Eva Pfoestl, Marsilio Editore, 2009, Venezia.

Sergio Ortino è professore di diritto costituzionale comparato presso l’Università degli Studi di Verona