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La geopolitica dei fatti miei

“Avevo appena giocato il drive della uno al Golf dell’Ugolino, dove ho messo piede per la prima volta a otto anni. Facendo qualche calcolo è possibile che abbia passato in quei prati, che vanno su e giù tra gli ulivi delle colline del Chianti, un migliaio di giorni. Il drive era ok, abbastanza lungo in mezzo al fairway. Stavo camminando verso la pallina quando suonò il cellulare. ‘Sono Giuliano Amato, Marta. Mi chiedevo se volessi restare ancora a Palazzo Chigi, a me farebbe piacere’ Amato era diventato presidente del Consiglio dopo le dimissioni di d’Alema, seguite alla rovinosa sconfitta nelle elezioni amministrative della primavera del 2000. Per me non aveva senso che il capo del governo legasse la sua sopravvivenza politica alle elezioni locali, avevo tentato di dirlo ai discussi strateghi del primo piano. Ma niente da fare. Tanto, pensavano, la vittoria era sicura. Lo pensavano ancora la sera dei risultati, mangiando pizze e tramezzini in un party improvvisato a Palazzo Chigi, che alla fine diventò tristemente drammatico…”

Marta Dassù, con questo Mondo privato ed altre storie ci regala un libro delizioso. Anzi, almeno due libri in uno, nei quali si intrecciano brandelli di memoria familiare, confessioni, analisi politiche, fantasie. Marta Dassù entra ed esce da queste pagine come da una porta girevole. Ora è la figlia di una madre affascinante “che si divertiva ad essere anticonformista”, ora è la brillante studentessa di storia e istituzioni internazionali a Firenze e Berkeley, ora è la madre di una figlia scontrosa che ama la notte e rientra a casa solo all’alba, ora la consigliera di politica estera di due presidenti del Consiglio, Massimo D’Alema e Giuliano Amato. Entra ed esce, da questa porta girevole sempre in blue jeans e maglietta bianca, con la sua grande borsa sempre semiaperta nella quale, quando le capita, nasconde anche uno yogurt per una fame improvvisa. È una giovane donna terribilmente disordinata, terribilmente ansiosa, perennemente afflitta da un oscuro senso di colpa.

Di questo oscuro ma doloroso, pervicace senso di colpa, comune a molte donne della sua generazione, Marta cerca la causa. E finalmente la trova. “Cosa abbiamo fatto di male?… Ma è chiaro: preferiamo lavorare. Non è solo che dobbiamo lavorare per sbarcare il lunario. O che possiamo lavorare grazie alla fortuna di avere trovato un qualche posto che ci paghi. È che preferiamo farlo. Ci alziamo la mattina, diciamo bye bye alla famiglia e poi via nel nostro mondo separato. Cosa che fa arrabbiare tutti: quelli che hanno tra i piedi queste insopportabili workaholic e quelli che restano orfani a casa”.

Questo Mondo privato e altre storie, ha l’andamento le incertezze e le impennate di una confessione offerta all’analista, una confessione che intreccia con disinvoltura storie pubbliche e private. Ecco allora Massimo d’Alema che, appena nominato presidente del Consiglio, nell’ottobre del 1988, la invita ad assumere il prestigioso incarico di suo consigliere per le relazioni internazionali e la riceve nello studio di Palazzo Chigi. “Senza alzare gli occhi dal monitor su cui scorrevano le agenzie di stampa, comportandosi insomma come fa sempre, D’Alema mi disse cosa voleva da me – Non ho bisogno praticamente di niente, Marta, ho soltanto bisogno che curi un po’ i miei rapporti con gli Stati Uniti. Può darsi che Bill Clinton non si fidi troppo di me, del primo premier italiano che viene dal Partito Comunista. Naturalmente è solo una prevenzione sbagliata, ma tu cerca di fare in modo che le cose vadano per il meglio -”. Le cose andranno per il meglio, se così si può dire, perché D’Alema nell’incontro del 5 marzo 1999 si conquisterà la fiducia di Bill Clinton, garantendo che l’Italia sarebbe stata dalla parte della Nato, nella guerra annunciata per il Kosovo.

Clinton offrì a D’Alema un’altra possibilità, quella di non partecipare direttamente ai bombardamenti, garantendo alla Nato soltanto il suo appoggio logistico. “Il premier italiano rispose che gli sembrava l’ipotesi peggiore: il nostro paese non è una portaerei, presidente. Se decidiamo, come alleanza, un intervento militare, è nostro dovere partecipare. E lo faremo”. L’Italia lo fece. I bombardamenti sulla Serbia durarono assai più di quanto la Casa Bianca avesse previsto. Durarono esattamente 78 giorni, “e furono per D’Alema giorni di una estrema sofferenza”. Oggi, il giudizio della Dassù sulla conduzione e l’esito di quella guerra è cambiato. “La guerra del Kosovo è stata l’ultima delle guerre balcaniche o la prima delle nuove guerra ai confini allargati dell’Europa? Nel 1999, al vertice che celebrava i cinquant’anni della Nato alla presenza della Russia e degli ex paesi membri del Patto di Varsavia, pensavo che la guerra fredda fosse ormai una reliquia del passato… Dieci anni dopo, di fronte alle fiammate del Caucaso, mi chiedo se i confini del confronto con Mosca non si siano semplicemente spostati più in là”.

Per rispondere a questa e ad altre domande (perché è fallita l’idea di una Costituzione Europea? Quanto conta e quanto conterà in futuro la nostra vecchia Europa? La potenza americana è davvero in declino?), Marta Dassù si infila ancora una volta nella porta girevole, abbandona la politologia e ricorre a un libretto che le scivola in mano da uno scaffale di casa. È uno scambio di lettere del 1932 tra Einstein e Freud, nel quale il primo, incaricato dalla Società delle Nazioni di aprire un dibattito sul tema, chiede al secondo se ci sia un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra. L’uomo, rispondeva Freud, ha due pulsioni fondamentali: quelle che tendono a conservare e unire e quelle che tendono a distruggere e uccidere. Ma non contano solo le pulsioni, contano anche le percezioni, il modo cioè in cui leggiamo le pulsioni degli altri sulla base delle quali scatta la nostra reazione. Percezioni e pulsioni sbagliate, che, aggiunge Marta, possono aiutarci a capire in politica internazionale le rispettive reazioni in una chiave diversa dal puro gioco degli interessi o dello scontro sui valori. Contano insomma anche le psicologie degli Stati, o i loro complessi, le loro infelicità, le loro memorie. In un mondo che oggi è più connesso di quanto non sia mai accaduto nel passato, ma nel quale non tutti i pezzi sembrano far parte della stessa epoca.

Marta Dassù, Mondo privato e altre storie, Torino, Bollati Boringhieri, 2009.

Miriam Mafai è giornalista professionista e scrittrice