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La Francia di Hollande, il potere fragile al tempo della crisi

Può un presidente normale pilotare il cambiamento, nel bel mezzo di periodi straordinari? La sfida di François Hollande nella Francia e nell’Europa di oggi, sembra quella di un uomo, un citoyen, improvvisamente chiamato a vestire i panni del salvatore. Con la crisi economica al pieno del suo vigore e nel continuo incedere dell’era digitale, il paese transalpino,nel 2012, ha deciso di affidarsi, per la seconda volta nella sua storia, a un candidato del Partito socialista. Qual è stato l’impatto del primo presidente di sinistra del ventunesimo secolo al vertice di uno Stato nuovamente ridisegnato nei suoi profili istituzionali e sociali?

L’accurata indagine curata da Riccardo Brizzi e Gabriel Goodliffe “La Francia di Hollande” (Il Mulino, 2013, in collaborazione con Istituto Cattaneo e Johns Hopkins University) fotografa la situazione a un anno di distanza, prendendo in esame il quadro politico, sociale ed economico in cui ha potuto sedimentare la rivincita socialista, dopo due decenni di oblio e sconfitte elettorali anche pesanti.

Lo scenario politico abitualmente vivace, la semi sacralità dell’istituzione presidenziale e le preoccupazioni di una popolazione giovane, multietnica ma impoverita, sono le direttrici della curatela che annovera tra le sue firme anche Gilles Le Béguec (professore emerito all’Università di Parigi X e presidente scientifico della Fondation Charles De Gaulle), Renaud Dehousse (direttore del Centre d’études européennes di Sciences Po) e Fréderic Charillon (direttore dell’Institut de recherches Stratégiques de l’Ecole militare).

Un’analisi quasi in tempo reale, dove pian piano affiora, sottintesa, una previsione che odora fortemente di sentenza: quella di Hollande è una missione quasi impossibile. A complicare il quadro, il tanto ingombrante quanto inevitabile paragone con l’unico precedente storico di un socialista all’Eliseo, il quasi omonimo François Mitterrand.

Il libro, che affonda le radici in un seminario svolto presso la sede della Johns Hopkins di Bologna il 13 ottobre 2012, ripercorre la vittoriosa campagna elettorale di Hollande, a partire dalle sudate primarie contro la leader del partito Martine Aubry, fino alla vittoria al ballottaggio su Nicolas Sarkozy.

Un profilo, quello prescelto dall’attuale presidente, del tutto antitetico al suo predecessore, spumeggiante e presenzialista: parola d’ordine under statement, con l’idea di un Hollande “francese tra i francesi” a fare da contraltare all’esuberanza mediatica dell’ex delfino di Chirac.

Toni pacati, echi obamiani e il recupero di slogan cari alla tradizione socialista hanno segnato una corsa, quella dell’attuale presidente, in una campagna elettorale senza forti “issues” di riferimento negli organi di informaizone. Due sole, a ben vedere, sono state le chiavi del successo di Hollande alle elezioni 2012: innanzitutto, la forza della razionalità contrapposta al consumato impeto neogollista di Sarkozy.

Al pari di Mitterrand, però, l’analisi di “La Francia di Hollande” non dimentica su quale terreno la revanche socialista ha potuto affondare le sue radici: la smania di voltare pagina dopo una fase acuta di crisi economica. In questo senso, è di primissimo rilievo il confronto tra la mancata rielezione del liberale Giscard d’Estaing, che aprì le porte a Mitterrand, e l’interruzione prematura dell’era Sarkozy. Né va dimenticato come, nel 2007, l’alba della recessione e il ricordo fresco di episodi drammatici al pari delle rivolte nelle banlieues avessero portato i temi della sicurezza e dell’immigrazione al centro del dibattito pre-elettorale. Cinque anni più tardi, al contrario, in vetta ai pensieri dei francesi – testimonia nel volume Ariane Chebel d’Appollonia – non si trova altro che debito pubblico, disoccupazione e salari.

Variabili economiche, e nient’altro, hanno, dunque, favorito l’arrivo di Hollande all’Eliseo, quelle stesse aree dove,a distanza di oltre un anno, la sua impronta rimane impercettibile al popolo francese. Dopo l’annunciata approvazione della legge sui matrimoni gay, sorprendentemente, il presidente in carica si è mostrato risoluto in politica estera, sfoggiando un inedito piglio interventista sulla questione maliana.

Nei confronti del paese reale, invece, la speranza di cambiamento sembra aver ceduto il passo alla disillusione, al punto che il tasso di gradimento, lo scorso aprile, è precipitato a record negativo tra i capi di stato della Quinta Repubblica.

Una debacle inaudita nell’arco di pochi mesi dall’elezione, che obbliga già Hollande a smettere i panni del presidente “funzionario” per passare a una linea più incisiva in temi di welfare o pensioni. Cambiare il profilo della propria presidenza dimostrandolo con i fatti: l’analisi contenuta in “La Francia di Hollande” inchioda l’agenda presidenziale in vista di metà mandato.

La Francia di Hollande, di Brizzi Riccardo, Gabriel Goodliffe, Il Mulino, Bologna, 2013, pp. 300, € 22,00.

Francesco Maltoni è giornalista professionista. Ha operato da freelance per quotidiani di stampa locali, riviste specializzate e siti internet. Ha svolto esperienze presso Rai Corporation e Sky Italia. Attualmente, lavora alla casa editrice Maggioli dove si occupa dei contenuti pubblicati su alcuni siti web, principalmente Leggioggi.it.