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La Cina secondo Kissinger

Pochi osservatori possono vantare una conoscenza dei rapporti tra la Cina e l’Occidente pari a quella di Henry Kissinger. Consigliere per la Sicurezza nazionale e, poi, Segretario di Stato nell’amministrazione Nixon, è stato il fautore della politica di riavvicinamento tra Stati Uniti e Cina negli anni Settanta. Prima ancora degli studi accademici, è l’esperienza personale il vero motore del suo ultimo libro, On China, un’analisi solida e approfondita dell’universo politico cinese. Kissinger ricostruisce le radici storiche e culturali dell’approccio di Pechino alla politica estera e delle differenze con la visione statunitense, provando a tracciare gli scenari dei complessi rapporti tra i due paesi.

Accerchiamento e scacco matto
Ad accomunare le visioni americana e cinese di se stessi e del mondo è l’idea di avere un ruolo speciale, diverso da quello assegnato agli altri paesi. Tale idea, però, è declinata in maniera differente. Se l’America tende a pensarsi come un paese destinato a guidare gli altri diffondendo nel mondo i propri valori, la Cina imperiale riteneva di avere un’autorità morale sul tian xia, ovvero “tutto ciò che è al di sotto del cielo”. Non pretendeva di esportare le proprie istituzioni, ma considerava gli altri stati come tributari, di grado differente, dei suoi modelli politici e culturali.

Kissinger spiega anche come i due paesi abbiano sviluppato culture strategiche differenti. La strategia occidentale assomiglia al gioco degli scacchi, che ricorda Clausewitz e i concetti di “centro di gravità” e “punto culminante della vittoria”. I giocatori puntano a una vittoria totale, da perseguire attraverso il logoramento dell’avversario e mettendo il re in condizione di scacco: non potersi muovere senza essere distrutto.

I cinesi, invece, non esaltano l’eroismo e lo scontro diretto, ma l’aggiramento, la ricerca di un vantaggio relativo. In altre parole viene preferita una strategia indiretta, alla quale sembra ispirarsi un gioco tradizionale di Pechino, il wei qi, in cui lo scopo è quello di accerchiare il nemico con astuzia. Il modo di pensare degli strateghi cinesi è illustrato da Sun Tzu in L’Arte della Guerra, dove i migliori generali sono ritenuti quelli che sconfiggono il nemico senza bisogno di combattere. Storicamente, infatti, il Celeste Impero ha cercato di mettere i suoi avversari gli uni contro gli altri piuttosto che affrontarli in battaglie decisive.

Mao, Nixon e il riavvicinamento
La stessa figura di Mao Zedong, scrive Kissinger, affonda le proprie radici nella cultura strategica della Cina imperiale. Il fondatore della Repubblica Popolare aveva studiato a fondo Sun Tzu e ammirava Qin Shihuang, l’imperatore che aveva riunificato la Cina nel 221 a. C., mettendo fine al sanguinoso periodo dei regni combattenti. Se, in politica interna, Mao perseguiva una rivoluzione permanente, negli affari internazionali predilesse un approccio cauto e realista, basato sugli interessi nazionali più che sull’ideologia marxista e volto a restituire credibilità al suo paese, umiliato dalle potenze occidentali, dalla Russia e dal Giappone nel corso del XIX secolo. Le tensioni con l’Urss, per esempio, erano il prodotto del prevalere delle considerazioni geopolitiche sulla solidarietà ideologica. Insomma, scrive Kissinger, l’agenda di politica estera di Mao “era debitrice più a Sun Tzu che a Lenin”.

L’evento al quale Kissinger dedica le maggiori attenzioni è, ovviamente, il riavvicinamento tra la Cina e gli Stati Uniti di Nixon avvenuto tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, del quale l’autore è stato il grande architetto. Il consigliere di Nixon spiega gli obiettivi strategici che portarono i due paesi a riallacciare i rapporti troncati dalla rivoluzione comunista del 1949.

La Cina temeva di essere accerchiata da Unione Sovietica, India e Giappone o di poter essere danneggiata da un condominio sovietico-statunitense. A Pechino ricordavano Il romanzo dei tre regni, un classico della letteratura cinese, che celebra lo stratega del II secolo d. C. Zhuge Liang, che alleandosi con uno dei due regni con i quali era in competizione, riuscì a sconfiggere l’altro, considerato il pericolo maggiore. Allo stesso modo l’Urss costituiva, per Mao, una preoccupazione decisamente superiore rispetto ai più lontani Stati Uniti.

A Washington l’amministrazione Nixon, impegnata nella chiusura della questione vietnamita, cercava l’opportunità di ridefinire il proprio approccio alla politica estera, per mettere pressione sull’Unione Sovietica e, aggiunge Kissinger con una punta di autocelebrazione, per portare avanti un disegno di pace duratura.

Uno degli aspetti più interessanti del libro è la narrazione in prima persona delle manovre diplomatiche di quel periodo. Kissinger racconta nei dettagli i suoi incontri con i vertici dell’apparato politico cinese, in particolare con il capo del governo Zhou Enlai, e le sue percezioni dei loro atteggiamenti. Tra le pagine si scorge facilmente una certa fascinazione dell’autore per la Cina e per la sua cultura.

Comunità del Pacifico
Realista classico, Kissinger rifiuta però l’idea che, in futuro, un conflitto tra Cina e Stati Uniti sarà reso inevitabile dalla crescita della prima e dal declino relativo dei secondi. Il mondo, scrive, non è destinato a rivivere le tensioni che portarono alla prima guerra mondiale un’Europa in cui un indebolito Regno Unito si vedeva minacciato dall’emergere di una Germania riunificata e ambiziosa. Cina e Stati Uniti devono fare i conti con problemi interni e, inoltre, il potenziale distruttivo delle armi nucleari fa pensare che oggi un conflitto si svolgerebbe sui piani economico e sociale, più che su quello militare. Una competizione per l’egemonia geopolitica in Asia, infine, incontrerebbe l’ostilità delle altre potenze della regione, non disposte ad appoggiare una politica di mero contenimento di Pechino – che li priverebbe di un partner commerciale indispensabile -, o a sostenere l’aspirazione cinese a escludere Washington dagli affari asiatici – che li priverebbe di un alleato che garantisce sicurezza e stabilità regionale.

Cina e Stati Uniti sono due mondi distinti che, tuttavia, devono sforzarsi di dialogare. La loro cooperazione è fondamentale per assicurare stabilità ed equilibrio del sistema internazionale. Si deve, pertanto, evitare di fare di questa relazione un “gioco a somma zero”, ma, anzi, è auspicabile la creazione di una comunità del Pacifico sul modello di quella atlantica.

In un’ottica di lungo periodo, le conclusioni di Kissinger sono, probabilmente, eccessivamente ottimistiche. La storia tende a ripetersi, gli stati guardano sempre con preoccupazione la crescita di altri attori nel sistema internazionale e, quando pure la strada della cooperazione offre loro un “gioco a somma positiva” in cui guadagnano tutti, sono sempre minacciati dal fatto che gli altri possano guadagnare relativamente più di loro. Ciò non toglie, però, che relazioni cooperative tra Cina e Stati Uniti siano, oggi, nell’interesse di entrambi. Per entrambe le amministrazioni, dunque, il libro di Kissinger è un saggio punto di vista da tenere in considerazione.

Henry Kissinger, On China, New York, Penguin Press, 2011, pp. 608.

Riccardo Cursi frequenta il Master of Arts in Relazioni Internazionali ed Economia Internazionale della Johns Hopkins University. Attualmente svolge uno stage presso l’Istituto Affari Internazionali.