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La caccia della Del Ponte ai criminali di guerra. E alla giustizia penale internazionale

Il libro di Carla Del Ponte è assurto agli onori della cronaca il mese scorso, quando l’autrice, attualmente ambasciatore della Svizzera in Argentina, ha dovuto annullare le interviste in occasione dell’uscita del libro poiché vivamente sconsigliata dal Ministero degli affari esteri di Berna, a causa del capitolo sul Kosovo e le affermazioni poco esaltanti sull’attuale dirigenza kosovara. La Svizzera è tra gli stati che hanno riconosciuto subito l’indipendenza del Kosovo. In realtà Carla Del Ponte non è un diplomatico di carriera. Lo è divenuto solo recentemente. Dopo una prima esperienza come avvocato, Carla Del Ponte è diventata un magistrato, che ha retto la procura di Lugano ed è diventata famosa anche in Italia per le inchieste sul riciclaggio di denaro e i capitali fuggiti in Svizzera. Ha ricoperto l’ufficio di procuratore del Tribunale penale internazionale per la ex-Jugoslavia (1999-2007) e di quello per il Ruanda (1999-2003).

L’opera è nello stesso tempo una biografia (sia pure breve), un diario ed un libro di memorie. Non è invece un trattato sulla giustizia penale internazionale, quantunque possa sollevare interesse per il giurista. Lo studioso di relazioni internazionali può trovare qualche spunto significativo, purché resti con i piedi per terra e prenda atto che la giustizia penale internazionale non è la trasposizione, a livello internazionale, di quella interna. Il libro è composto da 13 capitoli, preceduti da un prologo e da un epilogo. I capitoli più interessanti sono quelli dedicati alla Serbia e alla vicenda Milosevic, alla Croazia e ai crimini commessi nella Krajina dalla dirigenza croata, al Kosovo ed all’espianto e commercio di organi ed ai crimini di guerra commessi dai membri dell’Uck, il locale movimento di liberazione. Le sconfitte dell’amministrazione della giustizia penale internazionale non sono di poco conto. Milosevic è morto nel carcere di Scheveningen, prima che il processo contro di lui potesse giungere al termine; Mladic e Karadzic sono ancora alla macchia, a causa delle evidenti connivenze di cui godono; il Presidente della Croazia, Tudjman, che stava per essere incriminato dalla procura del Tribunale per la ex-Jugoslavia, per i crimini commessi durante la campagna militare in Bosnia- Erzegovina (1992-1994), è morto di cancro; Haradinaj, comandante delle milizie dell’Uck ed eletto capo della provincia del Kosovo nel 2004 è stato assolto per insufficienza di prove nel 2008 (Hashim Thaci, attuale primo ministro del Kosovo è più volte nominato, alle pp. 293-294, ma non è chiaro se la procura abbia raccolto prove contro di lui).

Carla Del Ponte è stata molto attiva nelle sue indagini. Ma, come essa stessa riconosce, si è scontrata spesso con un “muro di gomma”, cioè “il rifiuto travestito da qualcosa che non sembra un rifiuto” (pag. 13). Talvolta il muro di gomma cade, ed è sostituito da frasi irripetibili come quelle pronunciate dal capo della Cia, George Tenet (pag. 20). Si ha l’impressione che Carla Del Ponte ritenga di agire come capo della procura di uno stato, dove avrebbe avuto a sua disposizione un apparato coercitivo e di polizia che non esiste nei rapporti internazionali. Troppo spesso dimentica che le relazioni tra gli Stati sono rette da principi e norme completamente diverse da quelle degli ordinamenti statali. Prova ne sia il lapsus, tranne che non sia dovuto ad un errore di traduzione dall’originale americano, a pag. 368, dove si fa riferimento ad una “azione penale” promossa dalla Bosnia-Erzegovina di fronte alla Corte internazionale di giustizia! O ancora il rammarico per non aver potuto intraprendere indagini approfondite su pretese azioni belliche contrarie al diritto umanitario condotte dalla Nato contro la Serbia, come ad esempio il bombardamento di un ponte su cui stava transitando un treno passeggeri (a quanto scrive Carla Del Ponte, Antonio Cassese, Presidente del Tribunale per la ex-Jugoslavia avrebbe espresso il proprio sconforto, poiché il Procuratore avrebbe potuto incriminare almeno il pilota!, pag. 73). Altre volte la Del Ponte si rammarica per le decisioni disposte dalla Camera di Appello del Tribunale come quella relativa a Blaskic, condannato a 45 anni in primo grado e poi a soli 9 anni in appello, poiché l’accusa non ne aveva dimostrato la colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio per i crimini più gravi. Sulla sentenza hanno influito, secondo la Del Ponte, questioni procedurali e in particolare una decisione firmata dal Presidente della Camera d’Appello, Fausto Pocar (pp. 271-272).

Sempre per restare sul terreno “italiano”, la Del Ponte riferisce due episodi che investono direttamente le nostre autorità. Il primo riguarda Seromba, un sacerdote cattolico contro cui il Tribunale per il Ruanda aveva emesso un mandato di cattura per genocidio. Seromba si era rifugiato in Italia, sotto falso nome. La Del Ponte si attiva presso il Vaticano e il Premier di allora, Silvio Berlusconi, di cui riferisce una interessante conversazione privata (pag. 205). L’affaire si conclude con il trasferimento di Seromba ad Arusha, sede del Tribunale per il Ruanda, dove sarà poi condannato per genocidio e sterminio. Il secondo episodio riguarda Massimo D’Alema, nella sua qualità di Ministro degli affari esteri. Qui il problema era la ripresa dei colloqui con la Serbia per la conclusione dell’accordo di stabilizzazione e associazione con l’Unione Europea a condizione che fosse consegnato Mladic al Tribunale dell’Aja. La Del Ponte mostra di non gradire il punto di vista italiano, che privilegia gli aspetti politici del problema a scapito di quelli più strettamente giudiziari (pp. 365-366).

Nel libro la Del Ponte denuncia la mancata o la scarsa collaborazione di alcune organizzazioni internazionali, come la Nato e le stesse Nazioni Unite attraverso l’Unmik, per non parlare delle interferenze del Consiglio di sicurezza. Ma tant’è. La comunità internazionale è fatta di stati sovrani, le cui azioni sono ispirate dalla politica e dai rapporti di forza. Essa non è la civitas maxima composta di enti sovraordinati, che amministrano la giustizia sulla falsariga dei tribunali interni. Un bilancio del Tribunale penale per la ex-Jugoslavia? Lo lascio al lettore. Il Tribunale ha tenuto la prima udienza nel 1994; sono state accusate 161 persone; i procedimenti contro 113 persone sono stati conclusi. Entro il 2008 dovranno terminare i procedimenti di primo grado. Entro il 2010 è previsto che termini tutto. Il problema si pone per i procedimenti contro Gotovina (che è stato catturato), Mladic e Karadzic (che al contrario sono ancora irreperibili). Finora, il Tribunale ha condannato 55 persone, tra cui alcuni elementi di rilievo, ma gli esponenti più in vista (i direttori d’orchestra) non sono stati condannati o perché ancora latitanti o perché se li è portati via il fato o perché prosciolti. La Nato è uscita completamente indenne e nessun pilota è stato incriminato per i bombardamenti durante la campagna aerea contro la Jugoslavia.

Carla Del Ponte (con la collaborazione di Chuck Sudetic), La Caccia. Io e i criminali di guerra. Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2008, 413 pagine.