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Il Wilsonianesimo realista di Fukuyama

La visione di politica estera degli Stati Uniti nell’era della presidenza di Gorge W. Bush, ormai al suo sesto anno di vita, è sempre stata identificata con i principi e le politiche del movimento di pensiero neo-conservatore: principi che discendono da un insieme di indicazioni teoriche e pratiche che risalgono alla fine della seconda guerra mondiale, quando la guerra fredda e la divisione del mondo in blocchi contrapposti, con il nuovo nemico epocale ormai chiaramente definito, stava prendendo corpo.
Questa visione di politica estera ha subito solo leggere modificazioni nel tempo, ma ha sempre insistito su alcune premesse: l’eccezionalismo della realtà americana, la deterrenza e il contenimento, una egemonia di fatto, di norma benevola ma all’occasione determinata e aggressiva, il diritto di intervento in situazioni potenzialmente minacciose, fino alla guerra preventiva. Nell’epoca di George W. Bush si è inserita una nuova realtà in precedenza sconosciuta, rappresentata dal primo atto di terrorismo massiccio sul suolo americano, così come lo ha portato Al Qaeda l’11 settembre 2001.
Questo attacco, una forma di guerra sotto mentite spoglie, ha sconvolto gli Stati Uniti e li ha portati a una nuova visione della propria funzione nel mondo che non necessariamente, secondo alcuni critici, discende dalle premesse del pensiero neoconservatore. In primo luogo, queste nuove premesse richiamano un diritto all’attacco preventivo di nemici potenzialmente pericolosi per gli interessi americani nel mondo e in secondo luogo invitano a considerare il rovesciamento di regimi ostili attraverso l’instaurazione di forme possibili di democrazia, come fattore di maggiore sicurezza e stabilità.Nessun Robert Kagan o Daniel Pearl smentirebbe questo insieme di assunzioni e principi come autentico pensiero neoconservatore. Ma un altro pilastro di questo movimento di pensiero, Francis Fukuyama, lo ha fatto, con un libro ormai molto conosciuto negli Stati Uniti, e ora pubblicato in Italia da Lindau Edizioni, dal titolo America al bivio. La democrazia, il potere e l’eredità dei neoconservatori. Fukuyama, conosciuto ai più come l’autore dell’articolo, poi divenuto libro, sulla “fine della storia”, prende le distanze non tanto dal pensiero neoconservatore, quanto dall’interpretazione che ne ha dato l’Amministrazione Bush e dalle conclusioni operative che ne ha tratto, vale a dire l’attacco all’Irak e la deposizione di Saddam Hussein, sulla scorta della denuncia del possesso di Armi di Distruzione di Massa.
La critica di Fukuyama non si è limitata all’enunciazione di principio, dato che lo storico della Johns Hopkins University di Washington ha clamorosamente rotto con i suoi ex-colleghi neocon ed ha anche fondato una nuova rivista “The American Interest”, per argomentare le proprie tesi in contrasto con la rivista storica dei neoconservatori, “The National Interest”.
Il libro di Fukuyama è una solida ricostruzione del complesso di idee e principi del movimento e sostiene l’esigenza di un distacco per potere ridare dignità ed efficacia a una visione di politica estera a suo parere tradita non solo dai neocon riconosciuti, ma anche e soprattutto da chi l’ha messa in pratica, Bush appunto, il segretario della Difesa Donald Rumsfeld e il vice-presidente Dick Cheney.
Il fulcro della critica identifica due errori fondamentali: la presunzione di potere intervenire in Irak senza il supporto multilaterale e senza l’Onu; e la convinzione di poter procedere, dopo la rimozione di Saddam Hussein, a una rapida pacificazione e democratizzazione del paese, con un’impegno militare leggero e senza ulteriori conseguenze.
Come è andata lo si è visto. Oggi gli Usa sono impantanati in Irak e sotto l’attacco costante di un terrorismo jihadista che ha ricompattato le fila. Anche se questo fronte islamico non ha possibilità di vittoria e si trova oggi a subire durissimi colpi, specie al vertice operativo, non c’è dubbio che la sua azione abbia immensamente complicato il progetto americano e che oggi molta parte dell’opinione pubblica mondiale sia decisamente ostile, in parte ex-ante e altri ex-post, alla presenza americana e alleata in Irak.
Per uscire dal pasticcio Fukuyama richiama proprio nuovi principi di politica neocon, con un nuovo approccio, che egli definisce di “Wilsonianesimo realista”, in contrasto con la classica eredità neocon e con l’approccio jacksoniano o semplicemente “realista” di altri noti esponenti della politica americana, primo fra tutti Henry Kissinger.
Il nuovo approccio richiama fin dal nome l’esigenza di un ritorno degli Usa in un alveo di multilateralismo e istituzionalismo che nei fatti è ancora oggi scarsamente presente nelle concezioni di questa Amministrazione. Se fu Wilson, nel furore del primo conflitto mondiale, a generare e nutrire la prima idea di una Società delle Nazioni che potesse affrontare i mali del mondo, dovrebbe essere oggi Bush, o domani il suo successore, a ritornare a una politica estera americana certo non aliena da una concezione mirata dell’uso del potere, ma sicuramente più favorevole ad un suo utilizzo in un quadro più allargato, dove tornino a contare di più le istituzioni multilaterali e l’opinione pubblica internazionale.

America al bivio. La democrazia, il potere e l’eredità dei neoconservatori, Lindau Edizioni 2006, pag. 213, prezzo euro 19,50.