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Il nuovo Medio Oriente

Il Carnegie Endowment for International Peace-CEIG ha appena pubblicato un comprensivo rapporto intitolato “The New Middle East”, compilato da una squadra di alcuni dei suoi principali collaboratori – Marina Ottaway, Natham J. Brown, Amr Hamzawy, Karim Sadjapour, Paul Salem. Il rapporto fornisce una valutazione della politica americana verso il Medio Oriente dal 2000 al 2008, nel corso dei due mandati del presidente uscente George W. Bush. Da questa valutazione trae raccomandazioni per un cambiamento di questa politica.

Nella prima parte, il rapporto considera tre epicentri di crisi (Iran-Iraq, Siria-Libano, Israele-Palestina) e tre crisi trasversali alla regione (la proliferazione nucleare, i conflitti settari e il prevalere di regimi politici autoritari). Quest’ultima crisi il rapporto la esamina non in quanto tale, ma dal punto di vista della risposta che l’amministrazione Bush ha cercato di dare con la sua politica di promozione della democrazia. Nella seconda parte, si concentra sulle politiche che dovrebbero sostituire quelle praticate dall’amministrazione Bush.

In generale, il rapporto auspica l’avvento di un approccio alla regione “basato più sulla diplomazia e meno sul confronto, più sulla realtà e meno sull’ideologia”. Prendere atto della realtà è un tema che pervade l’intero rapporto e che lo porta a concludere che, mentre dei cambiamenti sono auspicabili e necessari, le possibilità che essi vadano ad effetto sono limitate e, quindi, forzarli non può che portare danni e complicazioni, com’è accaduto con la politica del presidente Bush. La politica degli Stati Uniti dovrebbe riconoscere i suoi limiti ed “essere basata su un’assai più modesta definizione degli interessi americani nella regione, una definizione che chiaramente differenzi gli obiettivi che sono desiderabili e possono essere perseguiti nel lungo termine, in circostanze più favorevoli, dagli gli interessi che debbono essere protetti nell’immediato”.

Oltre all’abbandono dell’approccio di “confronto”, costantemente adottato dall’amministrazione Bush, il rapporto indica altre due cruciali inversioni di rotta sul terrorismo e sulla promozione della democrazia. A proposito del terrorismo afferma che gli USA debbono riconoscere che non “è il risultato di un cieco odio contro la civiltà occidentale… ma una risposta estrema da parte di pochi a politiche USA che la maggior parte degli arabi vede come ostili”. Di conseguenza, mentre è necessario continuare a combattere il terrorismo con mezzi militari e l’intelligence, occorrono risposte politiche, risposte che il rapporto identifica innanzitutto nella necessità di dare soluzioni adeguate alla crisi irachena e quella israelo-palestinese. A proposito della promozione della democrazia, l’obiettivo dovrà dominare il lungo termine, mentre nel breve termine è necessario procedere caso per caso, là dove è possibile e nella misura del possibile. A conti fatti, c’è una tensione ineliminabile fra interessi e valori, stabilità e cambiamento. Procedere come se non fosse vero, ha solo portato l’Amministrazione a darsi la zappa sui piedi, come nel caso di Hamas.

Cadute le parti più vacuamente drammatiche del programma del presidente Bush, restano una serie di problemi geopolitici da affrontare secondo il più generale approccio diplomatico consigliato dal rapporto. Quest’ultimo dà sei principali indicazioni:

– sull’Iran sostiene la necessità di una politica di “engagement” concentrata sulle relazioni di sicurezza nel Golfo, a cominciare dall’Iraq; gli eventuali risultati positivi di questa politica servirebbero come misura di fiducia per dare voce ai pragmatici esistenti nel governo del paese e poter, quindi, affrontare più costruttivamente il dossier dell’arricchimento dell’uranio;
– sull’Iraq, propone di iniziare, con la collaborazione dei vicini, un processo di conciliazione nazionale basato su una formula inclusiva e autoctona, laddove i vari modelli imposti fin qui dagli Usa, con varie oscillazioni fra centralismo e decentramento, sciiti e sunniti, sono regolarmente falliti;
– il riconoscimento di Hamas come possibile inizio di un recupero del processo israelo-palestinese, praticamente smantellato dall’amministrazione; il rapporto Ceig è molti duro sulla politica dell’amministrazione Bush e dimostra molto bene l’opera di decostruzione che, forse al di là delle stesse intenzioni, essa ha compiuto rispetto all’ “acquis” del processo di pace, il quale ne è risultato smantellato; in due significativi passaggi dice che “il risultato è che un’amministrazione pubblicamente impegnata alla soluzione dei due stati può aver dato il via alla sua dismissione” e che Bush, avendo ricevuto in eredità una situazione difficile, rischia di lasciarne una intrattabile; è per questo che il rapporto non suggerisce soluzioni complessive, ma solo l’iniziativa per una possibile ripresa di un processo, vale a dire, come si è appena detto, un riconoscimento, anche limitato, di Hamas che valga a ricostituire un processo politico interno alla Palestina stessa;
– una politica di più basso profilo in Libano, affidando la stabilizzazione del paese ad una maggiore iniziativa regionale e al successo degli sforzi diretti a risolvere le crisi che dalla regione si riflettono nel microcosmo libanese;
– in questa prospettiva, si dovrebbero favorire i negoziati per il ritorno del Golan alla Siria, in modo da favorire una de-radicalizzazione del nazionalismo di questo paese.
– la necessità di dare maggiore spazio alla diplomazia locale, araba e iraniana, e sollecitarne più iniziativa.

Naturalmente, le indicazioni sono molto più ricche e numerose di quelle qui sommariamente riepilogate. Il rapporto Ceig è espressivo del dibattito di transizione che c’è oggi negli Stati Uniti. La sua linea procede molto nel solco del rapporto Baker-Hamilton. Come quest’ultimo, il rapporto riflette un pensiero generale di politica estera che, senza venire meno ai requisiti di una grande potenza, esprime un potere benigno e moderato. Con il rapporto si trova in sintonia gran parte del pensiero europeo. Se, dunque, il tipo di politica estera delineato dal rapporto Ceig dovesse prevalere con le elezioni Usa alla fine d’anno, si riaprirebbe un più agevole spazio di collaborazione transatlantica in un contesto mondiale meno unilateralista.

Alcune osservazioni possono concludere la rassegna del rapporto. Una prima osservazione riguarda l’ambito su cui gli autori si sono concentrati. Quest’ambito ha escluso alcune zone periferiche del Grande Medio Oriente. Mentre si può capire l’esclusione del Nord Africa e del Corno d’Africa, è meno comprensibile l’esclusione del “cluster” (per usare una concetto adottato dal rapporto) Pakistan-Afghanistan: gli eventi recenti in Pakistan hanno ricordato a tutti l’influenza che questo paese esercita sull’insieme della regione e sulla crisi afgana, che a sua volta si riflette anch’essa in vario modo sulla regione. C’è un allargamento ad est del quadro regionale, che qualsiasi prossima amministrazione dovrà considerare.

Una seconda osservazione riguarda la Siria. Sugli obiettivi della Siria il giudizio del rapporto oscilla, come, del resto, l’insieme delle analisi su questo paese, fra l’ipotesi che la restituzione del Golan lo rassicuri e quindi allenti il suo interesse alla sua attuale alleanza con i “rivoluzionari” e l’ipotesi che la “Siria è determinata a giocare un ruolo centrale in Libano”, dal che si inferisce che la restituzione del Golan non servirebbe a cambiarne il posizionamento strategico-regionale. Cosa vuole la Siria, o meglio il suo regime? Su questo punto né negli Usa né in Europa si danno risposte convincenti. Si tratta di un punto, quindi, su cui occorre lavorare.

Un altro punto su cui lavorare, e una terza osservazione, si riferisce alla questione della democrazia. Le conclusioni del rapporto Ceig prevalgono sia negli Usa sia in Europa: una questione di lungo termine da affrontare nell’immediato solo caso per caso e con molta prudenza. Il margine di manovra nel breve termine sembra affidato in gran parte ad un dialogo con i partiti e i movimenti religiosi moderati. Il rapporto discute con molta cognizione di causa limiti e possibilità di questo dialogo. In Europa il convincimento è lo stesso. Il problema è ben impostato ma una visione convincente in termini di “policy”, per non dire di strategia, non è ancora emersa. Se non si vuole che il riflusso dall’idealismo della promozione democratica alle tradizionali politiche di realismo vada oltre il limite, anche il ruolo dei partiti islamisti è una questione sulla quale riflettere ancora, per sapere in via definitiva se esiste o no.

Un ultima osservazione riguarda la questione del conflitto settario, analizzata in un lungo e assai ben fatto capitolo del rapporto. Il conflitto settario attira molto l’opinione pubblica e anche quella degli analisti, ma occorre dire che è niente di più della sovrastruttura ideologica di conflitti che hanno ben salde e forti radici politiche in interessi nazionali, di sicurezza e anche egemonici. Lo slogan della “mezzaluna sciita” di re Abdallah di Giordania tanto accattivante quanto povero di senso politico reale. Ci cono conflitti settari locali, ma gli schieramenti regionali che si sono formati riflettono interessi diversi.

Marina Ottaway, Natham J. Brown, Amr Hamzawy, Karim Sadjapour, Paul Salem, The New Middle East, Carnegie Endowment for International Peace, Washington D.C., 2008, pp. 41.