IAI

Il mondo frammentato della politica internazionale

La lettura di un volume che ripercorre eventi successi fra diciotto e sei mesi fa raramente sfugge alla noia in una società assillata dal quotidiano, dal recente, dall’imminente. A meno che fra gli eventi ne figuri qualcuno destinato a essere capitolo di storia e, prima, a essere martellato su di noi dalle immagini dei media (come le Torri gemelle colpite a morte per intenderci o, quest’estate, i gol dell’Italia ai mondiali di calcio).

Il 2005 non è stato uno di questi anni eccezionali, pur con le sue esplosioni nella metropolitana di Londra e con i suoi altri dieci, cento, mille fatti, tutti importanti per alcuni, molti rilevanti per tutti. Allora a che serve un annuario internazionale del 2005? Quello realizzato ancora una volta dallo IAI e dall’ISPI cerca di servire proprio da sfida all’assillo del recente e dell’imminente, mediante una rassegna ragionata di quei dodici mesi che sia tale da aiutare non solo la memoria ma anche la lettura del nostro quotidiano attuale. E ci riesce.

Scelgo qui a riprova una tesi dell’opera (che, sia detto per inciso, è molto stringata con le sue meno di trecento pagine, comprese due cronologie – eventi principali e politica estera italiana – e due indici – analitico e dei nomi) per metterla a confronto con la conclusioni del G-8 appena svoltosi a San Pietroburgo. La tesi è quella che scaturisce dall’analisi dei rapporti fra Europa e Stati Uniti e che suona come segue: “nel corso del 2005 le relazioni transatlantiche hanno fatto registrare un miglioramento rispetto agli anni precedenti”. Un tale sviluppo positivo è derivato innanzitutto dall’insuccesso della politica estera americana della prima amministrazione Bush (2001-2004); e poi dal fatto che le diverse posizioni europee che l’avevano assecondata o avversata hanno ritenuto convenisse a tutti convergere e superare la fase di frizione.

Qui però, per dirla all’americana, finiscono le “good news” e cominciano quelle cattive; infatti alla minore divergenza sul come fare non corrisponde una maggiore convergenza sul che fare; anzi, resta una notevole differenza nelle valutazioni delle crisi in atto e delle sfide all’orizzonte, quando non addirittura un’incapacità, questa sì comune, a interpretarle le crisi e a formularle le risposte alle sfide. Dominano la tendenza al rinvio e l’ambivalenza delle formule diplomatiche (quell’arte sopraffina per cui ogni parte può leggerle a proprio comodo).

Di tutto ciò il Vertice nelle città di Pietro il Grande è stato esempio preclaro. A cominciare con i rapporti con il padrone di casa: l’ipotesi di un ‘pacchetto’ con la Russia che includesse il suo ingresso nel WTO (resistito da Bush) e un’intesa-quadro sull’energia (voluta dagli europei) non si è realizzata. Un tal esito deludente sottintende un’incertezza di fondo degli occidentali sul da farsi con Putin.

Un altro sperato risultato dell’incontro, quello di una presa di posizione forte e credibile in materia di lotta al terrorismo e alla proliferazione nucleare, è stato confinato ai margini dalla nuova crisi scoppiata in Medio Oriente. La catena degli eventi ha funzionato con tempismo ed efficacia: attacchi e sequestri da sud e da nord contro Israele; sua prevedibile risposta due occhi per occhio; dimostrazione di nuova forza dirompente da parte degli Hezbollah; fine delle ipotesi di accordo coi palestinesi; nucleare iraniano semidimenticato.

Anche qui il problema è, come dicevano i sessantottini, a monte. Contro il terrorismo internazionale non sappiamo cosa fare (l’Annuario parla di “incessante perdita di plausibilità” della “guerra globale al terrorismo”di ispirazione bushiana); in realtà non sappiamo neppure bene cosa sia; ma sappiamo che l’Irak (con Abu-Ghraib), l’Afganistan (con Guantanamo) e i ricorrenti sanguinosi incidenti in Palestina si uniscono a costituire altrettanti fattori mobilitanti di correnti fanatiche e operazioni odiose fra loro diverse, diversamente motivate e diversamente finalizzate.

E intanto, al di là della polemica italiana sul quando e come ritirare le truppe dall’Irak in relazione a pretese maggiori o minori amicizie con gli Stati Uniti, sorge sempre più ineludibile, anche fra gli americani, il quesito se le truppe straniere, quale che sia la loro consistenza e il paese di provenienza, sono in grado di fermare la guerra civile strisciante. E se la logica della presenza militare multilaterale a Kabul e dintorni appare più valida, l’efficacia della loro azione ai fini dello stabilimento di uno Stato degno di questo nome su quel territorio non è esente da dubbi. Last but not least: la ‘road map’, disegnata da quello strumento transatlantico allargato all’ONU e alla Russia che si chiama Quartetto e che ha l’obbiettivo della coesistenza pacifica fra lo stato d’Israele e un ipotetico stato palestinese, è scomparsa dalle carte geografiche della diplomazia.

Tutto questo dovrà registrare l’Annuario IAI-ISPI dell’anno venturo, quando riferirà della prima metà del 2006. La seconda potrà riservarci qualcosa di meglio; ma, temo, più probabilmente qualcosa di peggio.

Cesare Merlini è Vice Presidente Esecutivo, Consiglio per le Relazioni fra Italia e Stati Uniti.