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Il male assoluto del genocidio

È purtroppo molto frequente che le case editrici si prendano la libertà di trasformare i titoli delle opere a scopi commerciali, tradendo lo spirito dell’idea originaria dell’autore. Così è stato, per esempio, per l’importante libro di Eric Hobsbawm, che nella versione originaria si intitolava The Age of Extremes: A History of the World 1914-1991. Il richiamo forte e preciso del titolo si riferiva prioritariamente a una fase storica definita come l’era delle estremizzazioni, o degli estremismi, in contrasto con le pur violente epoche precedenti. La titolazione italiana, Il secolo breve, anche se non inefficace, ha voluto piuttosto esaltare il secondo termine, quello relativo al periodo storico che va dall’inizio della prima guerra mondiale alla caduta dell’impero sovietico, forse perché ritenuta maggiormente caratterizzante e significante, ma con il risultato di imporre una deviazione dell’attenzione del lettore verso una connotazione diversa da quella presumibilmente scelta dall’autore.

Ma il vero punto nodale della nostra storia recente è invece proprio quello delle forme estreme di violenza che si sono prodotte nel secolo appena trascorso, in dimensioni e modalità tali da portare a coniare, dopo la fine della seconda guerra mondiale e il ciclo efferato dell’Olocausto, un neologismo oggi ben noto: genocidio. E su questa nuova realtà di genocidio si è rapidamente costruito un nuovo e ampio filone di studi, all’interno del quale è da segnalare il libro di recente pubblicazione, Il secolo del genocidio, composto da saggi di diversi autori, tra i quali quelli dei due curatori dell’opera, Robert Gellately e Ben Kiernan.

È un libro che vale la pena di leggere con attenzione, perché non solo ricostruisce l’origine della battaglia avviata da Raphael Lemkin già prima della fine del secondo conflitto mondiale, indirizzata a promuovere una legislazione mondiale per fare fronte agli abomini di massa del suo tempo e sfociata infine nella Convenzione Onu per la Prevenzione e la Repressione del Delitto di Genocidio del 1948 (e su cui va ricordata l’opera di Samantha Power, A Problem from Hell, trad. it. Voci dall’inferno). E non solo perché ripercorre tutti i fenomeni di genocidio, o tentato tale, a partire dalla repressione tedesca degli Herero in Africa e dal genocidio turco degli armeni di inizio secolo, passando per le terribili esperienze dello sterminio degli ebrei e delle altre nazionalità colpite dalla furia nazista, le vicende dell’Indonesia e di Timor Est e la carneficina della Cambogia di Pol Pot, fino ai più recenti episodi dell’ultimo decennio del Novecento quali quelli del Ruanda e della Bosnia.

Il merito di questo libro è soprattutto quello di riflettere sulle costanti ideologiche dei perpetratori di genocidio, sulla presenza di elementi comuni che portano un popolo o un’etnia a considerarne un’altra come pericolosa e nociva, come portatrice di semi di discordia o di inaccettabile devianza, a ridurre la realtà materiale del nemico (o supposto tale) all’idea astratta di un male da cancellare pena la propria sopravvivenza come popolo, come etnia o come stirpe.

Ricordano gli autori che, ad esempio, tutti coloro che hanno avviato massacri su larga scala, poi sfociati in genocidio, hanno avuto in comune la visione della necessità di conquistare per il proprio popolo un nuovo spazio territoriale (come paradigma, il Lebensraum nazista), associata all’obiettivo di eliminare le devianze di una parte della popolazione in quanto parassitaria (ad esempio, nell’esperienza cambogiana, la popolazione delle città), per rafforzare l’elemento fondante della propria purezza come etnia dominante (la classe rurale idealizzata in quanto esecutrice del vero lavoro utile e come portatrice dei veri valori della tradizione, come nel caso del Volk tedesco, ma anche della Cambogia di Pol Pot e del Ruanda degli Hutu).

Se tutta l’epoca storica precedente al Novecento è costellata di massacri su larga scala, comprese le popolazioni civili, l’esperienza genocidaria crea un nuovo paradigma di ciò che possiamo giudicare il male assoluto, definendo le popolazioni avversarie non combattenti come il nemico in sé, da distruggere fisicamente e culturalmente, senza alternative o vie di scampo. Non a caso, è sempre presente in tutti i casi ricordati la riduzione dell’umanità singola e collettiva delle vittime a rappresentazioni metaforiche come gli insetti, i virus, le malattie, i parassiti, che occorre sterminare senza dubbi, esitazioni o sensi di colpa.

Questa esplosiva miscela di componenti tende poi a rafforzarsi ulteriormente quando, alle cause già elencate, va ad aggiungersi un ulteriore fattore, quasi sempre presente in un modo o nell’altro: quello del pregiudizio religioso, che sta caratterizzando sempre più l’età nostra contemporanea, minacciando il mondo di ripercorrere all’indietro la strada di secoli che si speravano ormai superati dalla coscienza collettiva.

I due autori individuano dunque nella formula della presenza contemporanea di “una virulenta, violenta miscela di razzismo, pregiudizio religioso, espansionismo e idealizzazione della classe contadina” l’insieme degli ingredienti che stanno alla base della forma massima di violenza contemporanea, che è il genocidio. Accade spesso, rilevano gli autori, che ciascuno di questi componenti costituisca un elemento relativamente innocuo dell’ideologia nazionalista, senza però arrivare a scatenare un genocidio. “La loro combinazione – affermano – è però tenacemente presente nei genocidi del XX secolo”.

Ma, è un’altra questione che emerge con forza nel saggio di Eric D. Weiz contenuto nel libro, il XX secolo ha rappresentato il tracollo di una civiltà costruita con determinazione a partire dall’Illuminismo, o la mera amplificazione di pratiche genocidarie che, seppure non così denominate, sono la costante di migliaia di anni di storia, dagli annientamenti biblici di intere popolazioni fino ai giorni nostri?

Né l’una né l’altra interpretazione appaiono in realtà convincenti, sostiene Weitz, che si ricollega piuttosto all’idea di “modernità” dei genocidi del Novecento sulla scia di quanto argomentato da Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, ma anche da Hannah Arendt (ne Le origini del totalitarismo) e da Zygmunt Bauman (in Modernità e Olocausto), tutti autori che in un modo o nell’altro hanno ricollegato la violenza estrema del secolo scorso all’evoluzione della tecnologia bellica e all’affermazione delle nuove pratiche amministrative che hanno dato forza incomparabile alla miscela micidiale di nazionalismo e razzismo che si è affermata nel Novecento.

Se, dunque, la violenza estrema è una costante storica che si manifesta in determinate circostanze, la spinta genocidaria del XX secolo ne è un’espressione ancora più estrema e radicale. Questo legame, questa connotazione di modernità, rende necessario, è in sostanza il messaggio del libro, continuare a studiare il nostro passato e il nostro presente per evitare che in futuro possano ripetersi episodi verso i quali una parte dell’umanità appare attratta fatalmente laddove si verifichino quelle peculiari condizioni.

Certo, a questa riflessione ne deve seguire un’altra immediatamente successiva, che non può non riguardare la reale efficacia dei meccanismi di equilibrio e di controllo internazionale che si sono approntati negli ultimi decenni, per verificarne l’appropriatezza rispetto a possibili nuove manifestazioni di follia genocidaria. Ma questa, purtroppo, è una analisi che non induce all’ottimismo poiché, malgrado gli sforzi profusi, appaiono manifeste la debolezza e l’insufficienza di leggi e istituzioni internazionali che possano contrastare con rapidità ed efficacia le azioni degli Hitler, Milosevic, Saddam Hussein e Pol Pot dei nostri giorni.

Rober Gellately e Ben Kiernan (a cura di), Il secolo del genocidio, Longanesi, Milano 2006, pagg. 509, euro 24,00

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