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I ‘consiglieri del principe’: i think tanks negli Stati Uniti

Avvincente lettura non solo per chi voglia approfondire le dinamiche del policy/opinion making negli Usa, ma anche per chiunque operi in realtà similari in altri paesi dell’Occidente: infatti, nonostante la specificità geo-politica dello studio, esso è in parte applicabile – nell’analisi e nelle raccomandazioni – anche ad altre realtà come ad esempio quella italiana. 
Molto interessante, dunque, per i contenuti, il testo difetta di alcuni trascurabili aspetti formali (elenco degli acronimi mancante, non sempre corrette citazioni bibliografiche, qualche incoerenza interna del testo ecc.).

La trattazione è divisa in tre parti: nella prima l’autore espone i risultati di un sondaggio condotto su 23 ‘pensatoi’ americani e l’esperienza maturata in 23 anni di ricerche sul tema; la seconda parte presenta il punto di vista degli interessati con interventi dei top manager di 20 leading think tanks; la terza parte è di appendice documentaria e riporta tra l’altro i profili di 29 think tanks americani così come deducibili dai loro siti web e dalle informazioni da loro stessi fornite.
Nella prima parte l’autore colloca storicamente i think tanks statunitensi e ne fornisce una definizione e classificazione secondo soprattutto il tipo di affiliazione; ne descrive relazioni pubbliche e disseminazione delle informazioni; tenta di analizzarne i canali di influenza sulla politica e l’opinione pubblica; si dilunga sulle fonti di finanziamento e sulle tendenze recenti, per concludere infine con alcune considerazioni e raccomandazioni. 

Interessante apprendere come, nelle ultime decadi, la scarsità di fondi e la moltiplicazione dei think tanks con relativo aumento della competizione, ha portato ad una specializzazione spinta e ad una polarizzazione ideologica degli stessi. In questa battaglia nota come “guerra delle idee” ad avere la meglio sono state, ad oggi, le istituzioni di destra, non solo o non tanto perché hanno avuto accesso a maggiori finanziamenti bensì (anche) perché hanno saputo elaborare alla fine degli anni ’70 una strategia di fund raising a beneficio non solo dei think tank, ma di tutti i settori collegati (università, media, partiti, lobby), creando così un network di istituzioni e individui ad essa favorevole. Quasi negli stessi anni la sinistra liberale disinvestiva dalla ricerca politica. Solo recentemente i progressisti si stanno mobilitando, peraltro scimmiottando la strategia dei conservatori. Ma la sfida per entrambi è studiare nuove strategie che fronteggino le nuove tendenze del ‘mercato’, diversificando le fonti finanziarie e garantendo equilibrio tra finanziamenti a lungo-termine e indipendenza.
Infatti molte cose sono cambiate negli ultimi 10/15 anni e continuano a cambiare: grandi e piccoli donors hanno sempre più la tendenza a finanziare progetti molto mirati e di breve respiro, scoraggiando i think tanks dall’intraprendere studi di lungo termine e innovativi; la crescita del numero dei think tanks e l’esasperata competizione che ne deriva non è stata sin’ora compensata da una seria cooperazione fra gli stessi; la polarizzazione politica dei think tanks (con la quasi sparizione di quelli centristi) sta abbassando il livello qualitativo della ricerca e del dibattito cristallizzandolo in un inevitabile conformismo; la diffusione di Internet e dei media mettono in dubbio l’affidabilità delle informazioni e gli standard qualitativi delle analisi; la specializzazione spinta dei think tanks mina la varietà e l’interdisciplinarietà delle ricerche; la transnazionalizzazione delle issues politiche richiede una capacità di innovazione che limiti budgetari e istituzionali impediscono ai think tanks di avere. Di qui la necessità per i think tanks di cooperare e dotarsi di standard uniformi ed un codice di condotta che ne assicuri l’applicazione, garantendo qualità e indipendenza della ricerca. Una serie di raccomandazioni – 9 – indica alcuni passi concreti per realizzare questo ideale.

Le conclusioni cui giunge lo studio sono in parte replicate dal più recente 2007 Survey of think tanks: a summary report dello stesso autore. Qui l’analisi si estende a tutto il mondo per un totale di 1028 istituzioni disseminate in 134 stati. Il quadro che ne risulta differisce leggermente da quello statunitense, in quanto qui si rileva una tendenza globale al calo nelle nascite di nuove istituzioni. In particolare nell’Europa dell’est e in Africa. In tutto il mondo, tuttavia, quel che emerge è la tendenza ad un cambiamento e diversificazione delle attività e della mission dei think tanks, dovuta probabilmente a cambiamenti socio-politici delle rispettive regioni e alla necessità di mantenere la propria capacità di essere accessibili e persuasivi presso policymaker, stampa, pubblico. Infatti si nota nell’ultimo decennio una tendenza ad una specializzazione sempre più spinta e all’impressionante declino degli studi sull’ambiente, di contro all’emergere della ricerca sulla cooperazione internazionale e lo sviluppo. 
Interessanti e significativi sono anche l’aumento della produzione di policy brief (specialmente Usa, Canada e Europa occidentale) e la tendenza ad una accresciuta capacità (o velleità) di comunicazione e informazione.
Tuttavia le conclusioni dell’autore sono ottimiste: “i think tanks indipendenti continueranno a svolgere un ruolo ‘critico’ nel processo di policy making” [T.d.R.]. Nelle parole dell’autore gli ultimi 10/15 anni, governi e gruppi della società civile hanno fatto assegnamento sui think tanks per idee e suggerimenti e questa tendenza dovrebbe continuare anche in futuro.

Think tanks and policy advice in the United States: academics,advisors and advocates” James G. McGann. – Oxon: routlege, 2007. – xii, 196 p. – (Routledge research in american politics; 1).- ISBN 978-0-415-77228-0