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‘Epicrisi. Le parole non si frustano’, di Ashraf Fayadh

‘Epicrisi. Le parole non si frustano’, di Ashraf Fayadh, traduzione di Sana Darghmouni, Di Felice Edizioni.

A febbraio 2019 è uscita la seconda raccolta poetica del poeta palestinese Ashraf Fayadh, con il titolo originale “sīra maraiyya”. Il libro è stato pubblicato dalla casa editrice tunisina Diyar Edition di Hadi Danial, grazie agli sforzi compiuti da alcuni amici dell’artista che hanno raccolto una serie di testi inediti e altri scritti durante gli anni di prigionia. La raccolta, composta di 136 pagine e dedicata dal poeta alla sua “ulcera che lo accompagna fin dalla nascita”, comprende un totale di 26 poesie.

Epicrisi - FayadhA settembre, è uscita la traduzione italiana della raccolta, a cura della traduttrice Sana Darghmouni, con il titolo di Epicrisi. Il libro italiano, che comprende due prefazioni scritte dai professori Paolo Branca e Massimo Campanini e una postfazione della traduttrice, è stato pubblicato dalla casa editrice Di Felice Edizioni di Valeria di Felice, che ha subito mostrato un grande interesse al caso del poeta Ahraf Fayadh, attualmente in carcere in Arabia Saudita con reato di apostasia.

Epicrisi, raccolta poetica figlia del carcere e della sua esperienza, rappresenta un piccolo faro dal quale il poeta si affaccia sul mondo esterno e alza la sua voce senza lamentarsi, ma con dignità e forte sarcasmo. Conosciuto ormai ai suoi lettori, smaschera l’oscurità e l’ingiustizia del mondo fuori, celebra i valori universali della vita e dell’amore, fa i conti con se stesso, con il suo corpo e con i propri errori, ricorda eventi del passato, scopre i segreti di un’infanzia difficile. Tutto in un delicato gioco tra lo spazio interno e quello esterno.

Attraverso questi 26 testi, il poeta descrive una serie di esperienze diverse che si alternano tra di loro all’interno della psiche umana e che toccano le sue sfere più sensibili e sacre. Con grande padronanza linguistica, Fayadh dimostra di avere anche una profonda conoscenza dell’animo umano e, dalla sua posizione non comoda e quindi con distacco forzato, riesce a vederlo bene, a descriverlo e quindi a smascherarlo con più libertà. Scrive sull’amore, sulla patria, sull’essere umano in tutte le sue contraddizioni e complessità e descrive il modo in cui l’uomo interagisce con le esperienze e le situazioni in cui si trova.

Nonostante la stanchezza, la depressione, le frustate subite e la difficoltà di scrivere, con queste poesie, l’artista sembra dichiarare a testa alta che la parola è vita. E come scrive Branca nella sua prefazione al libro: “Le lettere di molti condannati alla pena capitale ci hanno commosso e inorgoglito per il coraggio e la determinazione di tanti eroi. Nel caso di un artista, come Fayadh, le cose sembrano meno lineari: non c’è una causa a cui sacrificarsi, non un ideale per il quale immolarsi, semplicemente e immensamente di più c’è da imbattersi nella caparbia manifestazione dell’essere, indomito di fronte al nulla della segregazione, della solitudine, della perdita d’ogni senso o speranza, come il malato che rifiuta di coincidere con la propria patologia (…) insomma, come un uomo che continua nonostante tutto a vivere”.