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L’Egitto tra rivoluzione e controrivoluzione, G. Del Panta

L’Egitto tra rivoluzione e controrivoluzione, Gianni Del Panta, Il Mulino, Bologna, pp. 284, euro 22.

A quasi dieci anni dalle fatidiche giornate che segnarono la caduta di Hosni Mubarak, l’interesse per la rivoluzione egiziana sembra non placarsi. Nonostante questo, molte pubblicazioni tendono a indagare singoli aspetti della vicenda generale, oppure la condotta di alcuni specifici attori. Il testo in questione si distanzia da questi precedenti studi, ponendosi invece l’obiettivo di analizzare l’intera parabola rivoluzionaria e controrivoluzionaria vissuta dal Paese.

A tale scopo, il libro rinuncia a fornire una singola e perentoria risposta ai molti interrogativi sollevati da quegli straordinari eventi individuando, al contrario, tre grandi quesiti che meritano di essere presi in considerazione separatamente. Il primo riguarda la genesi del processo rivoluzionario. Il secondo si incentra invece sulle modalità del suo svolgimento. Il terzo e ultimo investe l’esito finale della rivoluzione stessa.

Prima di entrare nel vivo della ricostruzione di quanto accaduto, il testo spende il primo capitolo a dibattere la letteratura esistente e il concetto di rivoluzione. Questa è vista come una fase durante la quale l’improvviso ingresso delle masse sulla scena politica determina la disarticolazione delle strutture attraverso le quali il potere è esercitato, aprendo spazi potenziali per una radicale trasformazione dell’esistente. Questa finestra di opportunità non dura però in eterno, chiudendosi – qualunque sia l’esito del processo – quando l’autorità politica non può più essere seriamente sfidata. Partendo da questa prospettiva, il libro evidenzia come l’Egitto abbia vissuto una situazione rivoluzionaria tra i celeberrimi 18 giorni che hanno portato alle forzate dimissioni di Mubarak e il colpo di Stato del tre luglio 2013. L’intervento militare guidato da Abdel Fattah al-Sisi ha quindi posto fine alla fase rivoluzionaria.

Il tentativo di delimitare la fase rivoluzionaria a due anni e mezzo circa non significa però che la sollevazione del gennaio-febbraio 2011 sia cominciata in piazza Tahrir. Al contrario, questa è stata anticipata da un lungo decennio di accumulazione di energie rivoluzionarie durante il quale una molteplicità di movimenti di protesta hanno creato le condizioni potenziali per lo scoppio rivoluzionario. Quest’ondata di scontento si è principalmente, per quanto in maniera non esclusiva, coagulata attorno a un vitale movimento democratico e a una lunga serie di scioperi operai. Come spesso ricordato, i secondi hanno interessato soprattutto le fabbriche tessili statali del Delta del Nilo, caratterizzate da una fortissima concentrazione di manodopera e sotto la costante minaccia di essere privatizzate dopo la svolta neoliberista da parte del regime ad inizio anni Novanta. Il movimento democratico, viceversa, è stato il portato della convergenza larga in termini ideologici tra forze di opposizione che si erano strenuamente avversate nel recente passato. L’esordio del movimento – rimasto strettamente urbano e guidato dalle classi medie istruite per l’intero decennio – deve essere fatto risalire alle proteste in reazione allo scoppio della seconda Intifada palestinese del 2000, per poi ricevere una nuova spinta dopo l’intervento a guida statunitense in Iraq nel 2003. L’anno seguente, con il lancio di Kifaya, il movimento democratico è virato con forza verso tematiche di politica interna, dando vita a partire dal 2008 al ‘Movimento sei aprile’. Per quanto le mobilitazioni operaie e il movimento democratico si siano certamente sviluppati lungo binari paralleli, nel corso degli anni duemila hanno creato quella “cultura della protesta” che ha reso possibile lo scoppio rivoluzionario del 25 gennaio 2011.

La terza parte del libro analizza nello specifico i diciotto giorni che hanno decretato la sconfitta di Mubarak alla soglia dei trent’anni di potere. Il motore della rivolta è stata, inizialmente, l’implicita convergenza tra le classi medie – presenti soprattutto nelle piazze occupate delle principali città del Paese – e il sottoproletariato urbano, che agendo nei quartieri periferici ha sprigionato una fortissima violenza politica, soprattutto nei confronti delle forze di polizia. L’allargamento della convergenza rivoluzionaria, fino al punto di coinvolgere la (quasi) totalità delle forze sociali e politiche, è poi avvenuto in due fasi. Il primo passaggio riguarda la decisione di numerose forze politiche, sulla scia dell’impeto delle proteste dei giorni precedenti, di scendere in piazza a fianco degli oppositori a partire dal 28 gennaio. Il secondo momento cruciale è stato invece l’ingresso del movimento dei lavoratori come soggetto collettivo nel fuoco delle proteste dopo la riapertura di uffici e fabbriche il 6 febbraio. Temendo che una repressione su vasta scala di fronte ad una così vasta mobilitazione potesse determinare la rottura della propria disciplina interna, le forze armate decidevano di abbandonare l’anziano dittatore per salvare se stesse e il sistema nel suo complesso, attraverso un colpo di Stato ‘difensivo’.

L’ultima parte del testo analizza le ragioni della sconfitta della rivoluzione, ovvero l’incapacità del movimento rivoluzionario di produrre una trasformazione radicale dei rapporti di produzione, delle istituzioni politiche e dell’ideologia che legittima il regime. Al riguardo, la risposta che fornisce il libro ruota attorno alla mancata presa del potere da parte dei rivoluzionari, individuata come un elemento centrale in ogni trasformazione rivoluzionaria. Proprio perché lo Stato, seguendo la classica formulazione weberiana, detiene il monopolio del potere coercitivo, qualsiasi movimento anti-sistema non in grado di conquistare il potere subirà necessariamente la repressione degli organi statuali. In tal senso, ogni processo rivoluzionario ruota attorno alla tematica centrale della conquista del potere. Le ragioni che concorrono a spiegare come mai i rivoluzionari egiziani non siano riusciti in tal senso sono molteplici.

Il libro si concentra su alcune di queste: l’incapacità del movimento rivoluzionario di dar vita a strutture alternative di potere politico, l’assenza di un clima ideologico favorevole a una rottura radicale e la debolezza delle forze partitiche rivoluzionarie. Parimenti, il testo indaga anche il fallimento dell’instaurarsi di un regime democratico, ricostruendo nel dettaglio le vicende che hanno portato alla vittoria della Fratellanza nelle elezioni parlamentari di fine 2011, la conquista della presidenza da parte di Mohamed Morsi nel giugno del 2012 e il colpo di Stato guidato da al-Sisi l’anno successivo. Questo non ha solamente chiuso il ciclo rivoluzionario, facendo sprofondare il Paese sotto la cappa di una repressione senza alcun precedente, ma ha anche rappresentato il pieno successo delle forze armate. Le quali, nel contesto egiziano, non sono solamente un attore istituzionale ma, come recita il sottotitolo del libro, una vera e propria borghesia in armi che controlla vasti settori dell’economia del Paese.