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“Egemonia vulnerabile. La Germania e la sindrome di Bismarck”, un libro di Gian Enrico Rusconi

Le regole sono state stravolte, è arrivato qualche nuovo giocatore mentre qualcun altro ha abbandonato, eppure nella partita tra le potenze europee iniziata nella seconda metà del XIX c’è un qualcosa che sembra riproporsi nonostante i lustri ed i decenni. Un interrogativo che periodicamente tocca quel paese divenuto – nel bene e nel male – il protagonista dei principali avvenimenti europei degli ultimi 150 anni: la Germania. Fino a che punto la classe politica tedesca è stata in grado di rivelarsi volenterosa e pronta ad assumere (in modo pacifico) un ruolo guida del continente, realizzando così quella sua innata tendenza all’egemonia? Una risposta all’ormai secolare quesito prova a darla Gian Enrico Rusconi nel suo ultimo saggio Egemonia vulnerabile. La Germania e la sindrome di Bismarck, pubblicato da il Mulino.

La tesi dell’autore, gran conoscitore della storia e della società tedesche, è racchiusa nel titolo. Secondo Rusconi, sin dai tempi della riunificazione dell’impero tedesco sostenuta dall’azione diplomatica e militare prussiana (1871), la Germania ha cercato di esercitare un’egemonia “equilibratrice” nei confronti degli altri paesi europei. Un’egemonia dimostratasi tuttavia troppo debole nella volontà e nella realizzazione, a causa di fattori esterni ed interni. Una vera e propria vulnerabilità di potere ed intenti ben rappresentata, secondo l’autore, dall’esperienza politica del cancelliere Otto von Bismarck. Questi, difatti, non ambì solamente a conquistare un posto tra le potenze europee attraverso il processo di riunificazione, ma cercò al contempo – queste le sue parole – di “convincere il mondo che un’egemonia tedesca in Europa agisce in modo più vantaggioso ed imparziale […] che non l’egemonia francese, russa o inglese”. Un progetto, o per meglio dire un’aspirazione, che il cancelliere prussiano inseguì per tutta la sua vita politica, adoperandosi per la costruzione di un sistema di alleanze politico-diplomatiche che fosse sostenuto da costanti opere di mediazione e calibrati ricorsi alla forza militare.

Il lascito di Bismarck – in parte incompiuto – si rivela però difficile da mantenere e tramandare, sia per l’assenza di un erede degno di tale impresa, sia per le contraddizioni (figlie di un realismo politico “rivoluzionario”, come lo definì Henry Kissinger) mostrate dal cancelliere sul fronte domestico. Nella puntuale ricostruzione e analisi storica proposta da Rusconi affiora così il ritratto di una Germania condannata – dalla geografia e dalla sua potenza economica – a confrontarsi, volente o nolente, con la sua predisposizione egemonica. Se in forma acuta e patologica la sindrome di Bismarck può aver condotto la Germania a dare sfogo al proprio potere egemonico attraverso la guerra, dopo la sconfitta subita nel secondo conflitto mondiale i sintomi si sono temporaneamente affievoliti, per poi ripresentarsi, in un parallelismo non casuale, con la (seconda) riunificazione post-’89. Una Germania unita e rinvestita del titolo di “potenza di centro” è tornata oggi a confrontarsi con le altre potenze europee quali Francia, Regno Unito e Russia (i nomi sono sempre gli stessi), e con le nuove sfide poste dal processo d’integrazione europea. Molto è cambiato rispetto ai tempi del Kaiser Guglielmo I, a partire dalla fonte del potere egemonico tedesco (prima militare e geopolitico ora soprattutto geo-economico), ma la sindrome di Bismarck è ancora lì, pronta a tormentare i governanti di Berlino e a insospettire quelli di tutte le altre capitali.

Il tempismo con il quale il saggio di Gian Enrico Rusconi arriva nelle librerie è notevole. In un passaggio storico cruciale come quello che sta vivendo un’Unione europea (Ue) assediata da crisi economiche, esterne (migrazioni e terrorismo) ed esistenziali (Brexit), sono in tanti ad aver rivolto lo sguardo alla Germania in cerca di una leadership politica che risolvesse il gravoso stallo. Nei momenti di incertezza, ripassare la lezione della storia non è mai un esercizio inutile, e a tal fine il saggio di Rusconi offre una dettagliata ricostruzione dei connotati egemonici dell’azione bismarckiana, arricchiti da un’ampia collezione, commentata, dei giudizi riservati al cancelliere da studiosi e politici, in prevalenza suoi connazionali. In un lento avvicinamento agli eventi del presente, la seconda parte del volume traccia con puntualità l’evoluzione del potere egemonico tedesco a partire dalla riunificazione sostenuta da Helmut Khol, arrivando infine a valutare l’odierno ruolo assunto dalla Germania di Angela Merkel in alcuni casi studio (Ucraina e rifugiati).

Sebbene Rusconi avverta più volte dell’impossibilità di un parallelismo storico puro tra l’Europa dell’800 e quella dei primi anni 2000, la prevedibile applicazione nel presente di modelli e dinamiche politiche passate a cui è portato il lettore rischia di risultare fuorviante da un punto di vista interpretativo. In un’Europa unita in cui le relazioni tra gli Stati sono altamente istituzionalizzate, le decisioni spesso vincolate a decisioni prese all’unanimità, e la varietà delle alleanze ridotta (si pensi alla funzione svolta dalla Russia nel sistema bismarckiano), la vulnerabilità dell’egemonia tedesca soffre in primis di una maggiore complessità che ne riduce il campo d’azione. Si tratta di un problema strutturale a cui va sommata una diffusa riluttanza all’intraprendenza mostrata dalla recente classe politica tedesca (a tal riguardo, le ambiguità mostrate dalla cancelliera Merkel le permettono ancora il beneficio del dubbio).

Ciononostante, la sindrome di Bismarck non è ancora scomparsa, e per l’Ue potrebbe essere una fortuna. Senza un centro forte capace di canalizzare al meglio il suo potere egemonico al servizio di interessi comuni (e non più esclusivamente nazionali), il futuro del continente europeo si prospetta cupo. Altri seri pretendenti alla guida dell’Europa non sembrano e non possono esserci. Il cambiamento che in tanti chiedono all’Ue non può che passare perciò attraverso la Germania, che lei lo voglia o meno. Le conclusioni di Rusconi sono mai come in questi giorni perfettamente condivisibili: “Se nei problemi sul tappeto fallisce l’Unione europea, fallisce innanzitutto la Germania”.

Gian Enrico Rusconi, Egemonia vulnerabile. La Germania e la sindrome di Bismarck, il Mulino, 2016, 176 pp., 14 euro.