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La differenziazione integrata, di Marco Brunazzo

La differenziazione integrata. L’Unione europea e le sue prospettive future, di Marco Brunazzo, Mondadori Università, Milano, 2017, pagg 198, euro 16.50

Da molte parti si tende a scommettere che il 2018 sarà l’anno del ripresa del processo di integrazione europea. Lo slancio, per ora solo verbale, impresso da Macron al tema europeo e il prevedibile avvio di una nuova grande coalizione in Germania nel nome dell’Europa sembrano elementi credibili di una volontà di ripensamento dell’Ue. Ma in quale direzione avverrà la ripresa e con quali metodi e strumenti istituzionali è ancora un mistero. La previsione più gettonata è quella di un percorso verso un ulteriore esperimento di integrazione differenziata.

La differenziazione integrata, di Marco BrunazzoNe parliamo da anni, anzi questa espressione è stata sempre presente nella storia dell’integrazione europea, fino dal 1957 con il varo dei Trattati di Roma, allorquando proprio l’Italia chiese ed ottenne delle deroghe transitorie all’applicazione del Trattato CEE. Da allora di flessibilità, deroghe e differenziazioni è lastricato il terreno del processo di integrazione.

Per cercare di fare chiarezza in questo campo denso di concetti e definizioni è apparso da poche settimane un preziosissimo volumetto di Marco Brunazzo, “La differenziazione integrata. L’Unione europea e le sue prospettive future”. Brunazzo, che è professore di Scienza politica all’Università di Trento, si è addentrato con coraggio in questo dedalo di diverse forme di integrazione – 32 e forse più secondo i calcoli di Alexander Stubb, oggi primo ministro finlandese, ma a suo tempo studioso di integrazione europea-.

In modo un po’ provocatorio, Marco Brunazzo rovescia i termini e parla nel titolo di “differenziazione integrata” (invece del classico “integrazione differenziata”): in effetti oggi il grado di differenziazione all’interno dell’Ue (e anche nei confronti dei suoi vicini) è talmente variegato da spingere l’autore a chiedersi se non sia il caso di incamminarsi sulla strada di un’integrazione delle differenze.

Ma a parte queste sottigliezze, è abbastanza evidente constatare oggi che questa nostra Unione fatica non poco a stare assieme. La Brexit, le divisioni fra paesi del gruppo di Visegrad e Mediterranei in tema di immigrazione, le continue reticenze di Germania e paesi del Nord Europa sulle richieste di allentamento, o quanto meno revisione dei criteri di convergenza macroeconomica, sono solo alcuni dei campanelli d’allarme che rischiano di bloccare ancora di più il progresso verso un’integrazione sempre più stretta.

La strada dell’integrazione differenziata in questa babele di interessi nazionali e linguaggi diversi sembra l’unica via d’uscita: permettere ad alcuni Paesi di procedere con ulteriori cessioni di sovranità in alcuni settori chiave e lasciare aperta la porta agli incerti di seguire quando si sentiranno pronti.

Sembrerebbe una proposta di buon senso, ma in realtà le condizioni politiche per procedere in questa direzione sono estremamente complesse. Ne è esempio uno dei più recenti tentativi di integrazione per gruppi di Paesi, la cosiddetta cooperazione strutturata permanente (Pesco) nel campo della difesa: dopo anni di lavoro per avviare quanto previsto dal Trattato di Lisbona, la Pesco, che doveva limitarsi ai Paesi davvero in grado di agire nel campo militare (Protocollo n. 10 del Trattato), ha finito con l’imbarcare ben 25 paesi su un totale di 27, in barba ai criteri di reale convergenza militare.

A parte questa delusione, giustamente Brunazzo sottolinea che la differenziazione in mancanza di meglio ha salvato il processo di integrazione: ha cioè permesso di procedere in alcune politiche, quella della moneta fra tutte, che altrimenti non avrebbero mai visto la luce.

Ma per il futuro? Governare questa complessità di differenziazioni diventa sempre più faticoso e inefficace sia dal punto di vista politico che istituzionale. Finché non apparirà all’orizzonte un gruppo di paesi di avanguardia, che si assumano il compito e la responsabilità di trascinare tutti gli altri e le diverse differenziazioni verso un traguardo di piena integrazione, sarà improbabile uscire dall’attuale precarietà.

Ma, conclude Brunazzo con una nota di pessimismo, sarà ben difficile che l’integrazione differenziata segua un piano precostituito: se essa fino ad oggi ha rappresentato il modo di evitare la paralisi di un processo che fatica, e ha sempre faticato, a trovare un disegno istituzionale sufficientemente solido e credibile volto a superare gli ostacoli verso livelli superiori di integrazione, sarà ancora più complicato nei prossimi mesi trovare lo slancio sufficiente per operare un salto qualitativo verso un’Unione politica europea.

Il rischio della frammentazione è davvero molto grande ed è davanti agli occhi di tutti. Ma procedere per i prossimi anni così, a forza di differenziazioni occasionali, non farà altro che peggiorare lo stato dell’Unione. Occorre il coraggio di una leadership europea visionaria per uscire dall’ambiguità. Ma dove la si trova?

Recensione a cura di Gianni Bonvicini