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Come rimettere in piedi il gigante americano

Nel 2008 la Casa Bianca avrà un nuovo inquilino e gli americani concordano che tra le sue priorità vi sarà quella di porre rimedio alla crisi di immagine e di influenza che gli Stati Uniti hanno sofferto negli ultimi anni a causa della risposta controversa che l’amministrazione Bush ha dato alla sfida dell’Islam radicale e del terrorismo internazionale. Mentre i candidati alla presidenza riscaldano i motori per le primarie, ogni esperto ed analista sventola la ricetta che, a suo parere, curerà i mali dell’America. Il libro di Dennis Ross va letto precisamente in quest’ottica: come un tentativo autorevole ed ambizioso di rimettere in piedi il gigante americano dopo le varie cadute in politica estera dell’amministrazione Bush.

Statecraft, ovvero, le mille e più risorse di uno Stato
L’originalità dell’analisi di Ross è l’enfasi stessa posta sul concetto di statecraft, in italiano “arte dello Stato”. Direttore del Policy Planning del Dipartimento di Stato durante la presidenza di Bush padre, inviato per il Medio Oriente sotto Clinton, e capo negoziatore in entrambe le Amministrazioni, Ross può ragionare con una certa autorevolezza di diplomazia e politica estera. La diagnosi della malattia che affligge l’America non lascia, a suo parere, spazio a dubbi: l’amministrazione Bush ha fallito perché non ha saputo padroneggiare l’arte dello Stato. Più precisamente, la responsabilità di Bush sta nell’aver ceduto al messaggio suadente dei neoconservatori, secondo il quale l’uso della forza può quasi sempre ottenere, a volte persino con maggior rapidità ed efficacia, ciò che non si è saputo disbrigare per via diplomatica o istituzionale. Questa fede nello strumento militare come forza positiva e di trasformazione e non solo come “means of last resort” ha indotto, secondo Ross, a declassare l’uso della diplomazia e della negoziazione a favore di un’interpretazione riduttiva e marcatamente militarista delle fonti della potenza americana.

Se una buona strategia si misura dal modo in cui i fini sono correlati ai mezzi, il successo dell’arte dello Stato, secondo Ross, si valuta in base all’impiego che si fa delle molteplici risorse di cui uno Stato moderno dispone. Ross ci tiene a sottolineare che la globalizzazione di per sé non esautora gli Stati, ma li sottopone semmai a sfide più complesse e multiformi. Il fatto che gli Stati non detengano più il monopolio della politica internazionale ma debbano confrontarsi di necessità con altri soggetti, dalle organizzazioni internazionali ad “attori non statali” come le stessi reti terroristiche, comporta che i Governi siano pronti a giocare su più tavoli allo stesso tempo e a padroneggiare le diverse regole del gioco. Per questo motivo, Ross non ritiene che il peccato originale dell’amministrazione Bush sia stata la “tentazione unilaterale”, come è opinione comune. Egli è pronto anzi ad ammettere che in taluni casi la via unilaterale è la strada maestra per difendere l’interesse nazionale. Nessuna amministrazione americana, inclusa quelle di Clinton, ha mai rinunciato pregiudizialmente a questa opzione. Ciò che è semmai mancato a Bush è, secondo Ross, la capacità di valutare caso per caso i pro e i contro dell’opzione unilaterale rispetto a quella multilaterale, proprio per il fascino esercitato dalla scorciatoia della soluzione militare.

L’agenda “neo-liberale” del prossimo presidente
L’elemento di forza dell’analisi di Ross è, dunque, l’appello rivolto al futuro leader degli Stati Uniti ad apprezzare le molteplici forme ed espressioni di cui la potenza americana è capace, ma sarebbe sbagliato concludere che l’obiettivo di questo moderno Machiavelli si limiti a questo. Statecraft è infatti tanto un trattato sull’arte dello stato quanto anche un manifesto politico. La parte conclusiva del libro è difatti intitolata senza equivoci: “un’agenda neo-liberale per la politica estera americana”. Per quanto coraggiosa ed ambiziosa, questa parte del contributo di Ross è forse quella meno originale e più debole.

A fronte dell’impaccio in cui sembra trovarsi la politica estera americana di questi tempi, è infatti divenuto piuttosto comune tra i commentatori liberal – si veda, ad esempio, il libro di Philip Gordon recensito di recente per questa rivista – cercare una via d’uscita attraverso una duplice operazione: l’esaltazione della politica di “contenimento” che gli Stati Uniti perseguirono nei confronti dell’Unione Sovietica e la condanna della partisanship, o faziosità politica. In realtà le due cose sono viste come strettamente collegate e la motivazione è la seguente: la Guerra Fredda è celebrata come un’era di proficua collaborazione tra le diverse anime politiche dell’America che, proprio grazie a un leale approccio bipartisan, portò a una strategia politica e militare, il contenimento, capace di bilanciare con successo realismo ed impulsi idealistici da sempre esistenti in seno alla società americana, così come mezzi e fini.

La lezione tratta è dunque quella di superare anche nella situazione odierna i troppi particolarismi che dividono i due grandi partiti americani in nome di un approccio bipartisan e pragmatico alla politica estera degli Stati Uniti. È indicativo a questo riguardo che per agenda “neo-liberal”, Ross non intenda necessariamente “democratica”, ma semplicemente “moderna”, e che egli guardi apertamente al “realismo wilsoniano” dell’ex-neocon Francis Fukuyama come niente di meno che la “cornice” intellettuale entro cui inscrivere la nuova politica estera del paese. In altre parole, Ross vede nel “neo-liberalismo” – una categoria peraltro molto in voga nel dibattito americano recente – non tanto uno strumento nelle mani dei democratici per prendersi una rivincita su Bush e il neoconservatorismo, ma una proposta per andare “oltre”. Di qui la disponibilità a ragionare senza pregiudizi di unilateralismo e di fini “trasformativi” della politica estera americana – un concetto molto caro ai neocons.

Questo invito rivolto da Ross e da altri neo-liberal ad apprezzare lo specifico contributo che le diverse famiglie politiche americane possono offrire alla formulazione della politica estera degli Stati Uniti sarebbe certo da salutare come nobile e generoso se non fosse tuttavia basato su una visione un po’ semplicistica e confusa dei termini della questione. Il problema sta proprio nella prospettiva storica.

Contrariamente a quanto è ora conveniente sostenere, la Guerra Fredda non fu né un’era di idilliaca cooperazione partitica, né una fase di stemperamento ideologico. Il contenimento fu una strategia intrisa di ideologia fin dal suo concepimento e fu oggetto di interpretazioni pratiche anche molto diverse, se non contrastanti, durante le varie fasi della Guerra Fredda a seconda non solo delle mosse dell’avversario sovietico, ma anche della personalità e colorazione politica del governo del momento. La bipartisanship fu piena solo nell’immediato dopoguerra e resse come principio generale non tanto in nome del pragmatismo, ma semmai per la radicalità della minaccia ideologica e geopolitica incarnata dall’Unione Sovietica e la convergenza che essa favorì tra componenti anche molto distanti del pensiero politico americano e occidentale. La fine della Guerra Fredda, da parte sua, ha portato sì ad una generale attenuazione del ruolo delle ideologie in politica ma, assieme a spazi per nuove sintesi, ha aperto anche nuove possibilità di conflitto, come dimostrato appunto dall’irrigidimento degli orientamenti politici ed ideali dei due maggiori partiti americani nelle elezioni degli ultimi anni.

Il problema che gli Stati Uniti si trovano oggi di fronte è esattamente quello di ridefinire la propria “ideologia” di politica estera alla luce delle profonde trasformazioni che il sistema internazionale ha vissuto negli ultimi decenni e a confrontarsi con una pluralità di sfide alla propria sicurezza, la più “assoluta” delle quali – quella dell’Islam radicale – ha, diversamente da quella sovietica, creato per il momento molta tensione e divisione tra le varie componenti della società americana e tra gli Stati Uniti ed i suoi alleati internazionali. Insomma, per rilanciare l’American statecraft la strada più promettente sembra essere quella non tanto di una “fuga in avanti” dai partiti e dalle ideologie in nome di un moderno pragmatismo che, in forma pura almeno, forse nemmeno esiste, ma di un confronto ampio e profondo proprio su quell’“ideological standpoint of departure for foreign policy” che, a dire il vero, Ross pone come base per una comprensione piena dell’arte dello Stato, ma che non viene poi adeguatamente dibattuta e sviluppata nel libro.

La discussione pare invece ridursi ad una questione di bilanciamento di idealismo e realismo, di mezzi e fini, e di strategie ed obiettivi da prendere in prestito da questa o quella fase storica o amministrazione – il libro contiene una serie nutrita di studi di caso –, e che però finisce per trascurare che per rimettere in cammino il gigante americano non bastano dei piedi che non si pestino l’uno con l’altro, ma anche una grande visione che ne guidi il passo.

Emiliano Alessandri è ricercatore presso la Paul H. Nitze School (SAIS) della Johns Hopkins University a Washington D.C.

Dennis Ross, Statecraft and how to restore America’s standing in the world, New York, Farrar, Straus and Giroux, 2007. Pag. (xii) 370. ISBN 978-0-374-29928-6.