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Come combattere la globalizzazione culturale: il contributo di Francois Jullien

Nel ricco comparto dei testi universitari proposti dall’editore Laterza, abbiamo scelto di segnalare “L’Universale e il Comune” del sinologo francese Francois Jullien, adottato, non a caso, in diversi atenei italiani per gli studi di filosofia morale. Seppur le concettualizzazioni teoriche risultino ostiche e faticose da assimilare a causa di un approccio tipicamente accademico, il lavoro di Jullien, infatti, ci è assai utile per provare a contrapporsi al processo di uniformismo, innescato dalla odierna globalizzazione, che sta ormai invadendo ogni settore della nostra vita pubblica e privata, non più solamente l’ambito della produzione e dell’economia.

Dopo aver esaminato a lungo i concetti di “universale”, “uniforme” (l’opposto dell’universale) e di “comune” (che si realizza concretamente nella “comunità”), Jullien prova a spiegare cosa si deve intendere, dal suo punto di vista, per dialogo culturale, smarcandosi da qualsiasi interpretazione superficiale, approssimativa, stereotipata, buonista, se non patetica che generalmente vengono adottate a livello mediatico.

Per Jullien, infatti, non ha senso parlare di “integrazione”, “interculturalità”, “complementarità”, “scambio”, “prestito”, “intersecazione”, “meticciato”…tutti concetti vuoti e vacui che, in buona sostanza, non vogliono dire nulla e non indicano strade e strumenti validi d’approccio alla diversità ed allo sconosciuto.

Semmai, come illustra nella seconda parte del libro, bisogna cominciare a ragionare in termini di quelli che lui codifica come “scarti culturali”: appurato, infatti, che nelle diverse culture non esistono dei concetti corrispondenti universalmente nemmeno per rappresentazioni fondamentali come l’ “essere”, l’ “avere” o la “verità”, è inutile cercare delle equivalenze analogiche, semmai bisogna trovarne di funzionali che diano la possibilità di comprendere l’ “altro” e rendersi intelligibili reciprocamente.

Per Jullien, in buona sostanza, il punto in comune con l’ “altro” per potervi dialogare è la possibilità di comprensione a partire proprio dalle differenze. Lo scarto, più che la differenze o la somiglianza che sono immobili a sé stesse, indica una tensione, fra le parti, all’esplorazione in direzione, quindi, non di una verità assoluta (impossibile da raggiungere) ma di una nuova “presa” su un argomento, problema e materia. Non esistono “culture sbagliate” e “culture giuste”, bisogna rinunciare a ragionare in termini di vero-falso, bensì, almeno per Jullien, secondo la capacità di una cultura di “avere presa” su una certa questione.

In tutti i capitoli del libro, Jullien richiama le differenze della cultura cinese che, nelle vesti di affermato sinologo, studia da molti anni e per cui prova una non celata ammirazione (tanto da avervi dedicato già diversi libri). L’appiattimento ed omologazione culturale impostici dalla spinta globalizzatrice possono essere contrastati proprio dal desiderio e l’esigenza di esplorare le altre culture, gli altri punti di vista.

Nella cultura cinese, da Confucio in poi, anche un termine che consideriamo così scontato come “cosa” non assume un significato corrispondente al nostro: “cosa”, come tanti altri concetti fondamentali, si dovrebbe tradurre correttamente nella polarità fra “est-ovest”. E così anche le nostre (di europei o occidentali) rappresentazioni fondamentali come “essere”, “avere”, “tempo” qui non assumono caratteri definitori, ma sono interpretati nell’ottica del divenire, del processo dinamico.

In definitiva, abbandonando il mito kantiano dell’ “Uomo”, per Jullien il dialogo fra culture non può intendersi in nessun’altra maniera che come l’infinito dispiegamento dell’umano che si riflette e si realizza attraverso l’esplorazione di tutte le culture del mondo.

François Jullien, L’universale e il comune. Il dialogo tra culture, 2010, Collana: Sagittari Laterza, 18,00 Euro