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CLAUDIA DE MARTINO – I mizrahim in Israele

14 maggio 1948: David Ben Gurion, l’allora Presidente dell’Agenzia ebraica, dichiara la nascita dello stato di Israele. 15 maggio 1948: lo stato di Israele entra in essere.

Nell’immaginario collettivo la fondazione dello stato israelita è stata la garanzia al popolo ebreo della fine della Seconda Guerra Mondiale, dell’Olocausto e del terrore nazista. È stata l’espiazione dei peccati di cui l’Occidente si era macchiato nei loro confronti.

Pochi sono al corrente del fatto che la pianificazione di uno stato israeliano, che restituisse agli ebrei la loro Terra Promessa, era iniziata molto tempo prima. Ma pur ammettendo il fondamento sionista, d’impronta europea, come idea alla base della fondazione del Paese, ancora pochi a questo punto sono consci del fatto che il Paese sia l’esito, in realtà, di una di una serie di migrazioni di ebrei dei Paesi islamici, ovvero provenienti da tutta la regione mediorientale verso Israele.

Di questa persa, ma fondamentale, verità storica parla Claudia De Martino, nel suo nuovo libro “I mizrahim in Israele. La storia degli ebrei dei paesi Islamici (1948-1977)”. Non il solito conflitto Israele-Palestina a essere oggetto d’esame, ma le migrazioni di massa degli ebrei sefarditi verso lo Stato di Israele e il loro conseguente assorbimento, la conservazione di un’identità plurima, le difficoltà e i cambiamenti profondi che l’integrazione degli ebrei arabi ha introdotto nella società israeliana.

Claudia De Martino pone inoltre l’accento sulla religione, unico elemento considerato comune tra i vari gruppi immigranti nella regione. Ma chi sono i mizrahim a cui si fa riferimento nel titolo? Sono comunità di ebrei orientali provenienti dai Paesi mediorientali, sbarcati in Israele durante la diaspora del 1949-52 e spesso identificati come “fascisti”.

L’autrice però, ci tiene a sottolineare quanto sia scorretto sostenere che i mizrahim non credano nella democrazia e nei suoi principi, ma a un’accezione diversa di essa “maggiormente fedele alla volontà popolare, ai costumi e alle credenze della maggioranza: una democrazia di ‘stampo mediorientale’, più affine ad altri modelli espressi dalla regione”.

La De Martino descrive inoltre le caratteristiche delle varie comunità della diaspora che approdano nella nuova Patria e che costituiscono il motivo per cui, secondo l’autrice, Israele può essere considerato solo in parte uno stato occidentale.

Storico, singolare, ambizioso: il libro, riassumendo, è un’analisi storico-sociale dello stato di Israele, che dipinge in maniera magistrale le dinamiche istauratisi all’interno della società israelita tra il 1948, anno della fondazione dello Stato, e il 1977, anno della prima alternanza elettorale.

È proprio in quest’ultimo anno infatti che Israele diventa un Paese a maggioranza relativa orientale, un paese costituito per la maggior parte da arabi provenienti dalla Grande ‘Aliyah, la diaspora avvenuta tra il 1949 e il 1952. Dopo quasi trent’anni con il Mapai-Labour a gestire le redini dello Stato, Israele passa sotto la guida dell’Herut-Likud, soprattutto a causa del cambiamento demografico avvenuto nel Paese.

Il 1977 marca quindi il passaggio di potere dalla sinistra alla destra nazionalista di Begin, definita in ebraico “mahapach”, ovvero “rivoluzione”, in quanto la vittoria di quest’ultimo sancisce anche la vittoria del mondo arabo su quello europeo, con la conseguente nascita del cosiddetto”Secondo Israele”.

L’autrice decide di chiudere il sipario della sua indagine storica proprio qui, nel 1977. Questo forse l’unico piccolo tallone d’Achille della sua ricerca, che perde un pizzico di attualità, pur rimanendo, di fatto, attuale.

Infatti, da allora molto è accaduto e molto ancora dovrà ancora accadere in un Paese ancora giovane ma ricco di storia. Poco più di mezzo secolo di vita per Israele, uno stato dalle mille contraddizioni, ma anche dai grandi risultati.

Il libro di Claudia De Martino può essere una tessera in più nel puzzle steso sul tavolo degli storici, ricercatori o solamente degli interessati, in grado di offrire Israele sotto una veste diversa da quella usuale, quella del conflitto con la Palestina. È però in grado di fornirci informazioni più che mai utili per comprendere appieno tutte le cause e dinamiche dietro al conflitto tra Israele e Palestina.

Accende, infatti, nella mente del lettore una luce, forse confermando un’idea già presente su Israele, ovvero che l’idea di creare una nazione di ebrei europei in un’area di arabi musulmani (e di alcuni cristiani) ha prodotto nuove guerre, conflitti e terrorismo con i Paesi arabi circostanti e lo sradicamento collettivo di comunità ebraiche per secoli parte di quelle culture e civiltà.

I mizrahim in Israele. La storia degli ebrei dei paesi islamici (1948-77), Carocci editore, 216 pagine, €23,00.

Giulia Francesca Primo è stagista per la comunicazione dello IAI.