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Il Cigno nero e il Cavaliere bianco, di Roberto Napoletano

Roberto Napoletano, ‘Il Cigno nero e il Cavaliere bianco’,  La nave di Teseo, 2017, pag. 525, euro 20.

Era il 9 novembre del 2011: Silvio Berlusconi era ancora presidente del Consiglio – questione di giorni, pochi; Nicolas Sarkozy era presidente della Francia e non era ancora stato incriminato per corruzione e finanziamenti illeciti; Angela Merkel era solo al secondo dei suoi ora quattro mandati. Quel giorno lo spread s’assesta a 553 punti base, toccando persino quota 575. Il 13 novembre il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano avrebbe dato a Mario Monti l’incarico di formare un nuovo Governo. Sembra (quasi) preistoria, ma Roberto Napoletano, direttore del Sole 24 Ore fino all’agosto scorso, ricorda e ricostruisce tutto con meticolosa precisione, come se il tempo non fosse passato.

napoletano‘Il Cigno nero e il Cavaliere bianco’, la sua ultima fatica editoriale, uscita a dicembre per La nave di Teseo, è scritta interamente al presente. Questo ponderoso ‘romanzo politico’ – com’è già stato definito – di oltre cinquecento pagine ripercorre la crisi economica italiana che raggiunse l’apice nell’autunno del 2011, quando sul Paese si abbatté il “cigno nero”, cioè la tempesta perfetta dei mercati. Fino all’arrivo di Mario Draghi a capo della Banca centrale europea, il ‘cavaliere bianco’ del titolo.

Napoletano passa in rassegna gli ultimi giorni del quarto Governo Berlusconi, l’era Monti, di cui affida il ricordo al suo principale artefice Napolitano, la parentesi di Enrico Letta e, infine, l’ascesa e caduta di Matteo Renzi.

Il volume ricostruisce una vicenda la cui onda lunga arriva sino a noi, dallo “scontro aperto su Bankitalia” alle “macerie del sistema bancario italiano”. Quando la narrazione rischia di perdersi nei tecnicismi economici, l’ex direttore del Sole 24 Ore la risolleva, arricchendola con note di colore studiate e variegate: dagli incontri con politici e analisti di alto calibro, allo scambio di battute con il cameriere del suo albergo milanese, che entra in scena portando tre espresso su un vassoio e che esprime preoccupazione per il proprio lavoro.

Attraverso  testimonianze inedite autorevoli o aneddotiche e nuove prove documentali, Napoletano scrive, anzi riscrive, i passaggi della grande crisi che ha colpito al cuore l’Italia.

Qualcuno ha gridato e ancora grida al complotto: prima tedesco, poi anglosassone, infine francese. Ma come osserva Romano Prodi, in un colloquio con l’autore svoltosi a Bologna: “Io di prove non ne ho mai viste”. Il Professore, ex premier ed ex presidente della Commissione europea, “non crede ai complotti dei quali non ha la prova”, ma constata “solo le nefaste conseguenze delle divisioni interne all’Occidente”.

In quel suo 2011 ‘annus horribilis’, l’Unione è stata tenuta insieme dall’azione di Mario Draghi, “dalla sua capacità politica –scrive Napoletano – di innovare la politica monetaria e di stimolare cambiamenti strutturali nella governance degli Stati come nella vita quotidiana dei cittadini europei”.

Alla fine l’Italia non è diventa una Grecia bis, anche se ha dovuto pagare salato l’errore di Jean-Claude Trichet, predecessore di Draghi, presidente della Bce  fino a quasi tutto il 2011 e ‘cattivo’ designato di questo ‘romanzo’.

“Parlare di imbroglio sullo spread – scrive Napoletano – è francamente troppo, significa ignorare i fatti”. Tuttavia “resta un interrogativo inquietante” sul predecessore di Draghi: “Se ci fosse stata la Francia al posto dei greci, degli italiani e degli spagnoli, la Bce del patriota Trichet sarebbe stata ferma oppure no?”.

Per Napoletano, Trichet è responsabile di essersi girato dall’altra parte davanti alle difficoltà dei cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna): continuò ad alzare i tassi d’interesse, mentre, nel 2007, quando la crisi che portò alla bancarotta di Lehman Brothers investì BNP Paribas, intervenne con un’iniezione di liquidità da 94,8 miliardi di euro.

Se di complotto l’ex direttore del Sole 24 ore non vuole sentir parlare, questo non toglie che una buona parte del suo romanzo politico sia dedicata alla manovra a tenaglia della Francia sull’Italia.

Rispetto ai vicini d’Oltralpe, l’Italia è senza dubbio in posizione d’inferiorità: “Sulla strada dell’Italia, c’è sempre la grandeur francese, fatta di un gioco di squadra a 360 gradi, quasi a testuggine. Poi hanno addirittura deciso di non mettersi solo di traverso, ma di fare in senso inverso la strada italiana e venire a fare shopping in casa nostra non solo di grande distribuzione, magliette e tessuti, ma di telefonia, intelligence, banche e assicurazioni».

A salvarci è arrivato Mario Draghi, eroe senza macchia e senza paura in questo intreccio d’interessi pochi chiari, con una politica monetaria espansiva presentata per la prima volta nel ‘leggendario’ discorso del “whatever it takes” al Global forum della finanza di Londra.

Il peso di quelle parole e la credibilità personale del presidente della Bce sono stati l’atto risolutore che ha salvato l’euro, liberato l’Europa dallo spettro della deflazione e rimesso in carreggiata l’Italia alle prese con la più grande crisi dal dopoguerra.

Segnalazione a cura di Francesca Capitelli