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Barack, l’afroamericano che rimise in piedi gli Usa, un libro di MASSIMO TEODORI

L’ultimo anno alla presidenza, mentre il secondo mandato volge al termine, non è mai una passeggiata per l’anatra zoppa della Casa Bianca, adombrata dalla corsa delle primarie e anticipatamente congedata dalla campagna presidenziale. Eppure, il primo afroamericano a metter piede nello Studio Ovale ha dimostrato che anche quella manciata di mesi che lo separa dall’inevitabile fine dell’avventura alla presidenza degli Stati Uniti d’America può presentare – anche solo a titolo iconografico – delle istantanee capaci, per la loro portata storica, di segnare tante piccole crepe nel vecchio mito muscolare americano, disvelando ai suoi concittadini prim’ancora che al mondo intero un nuovo volto di Washington.

Il disgelo con Cuba e la visita a L’Avana, dove un presidente statunitense mancava dai tempi di Calvin Coolidge; il fermo negoziato con l’Iran che ha portato a una distensione con Teheran e al progressivo stop alle sanzioni internazionali nei confronti del regime degli ayatollah – tra l’altro nella speranza di ingaggiare la potenza sciita nella coalizione anti-Daesh – sono due degli scatti più rappresentativi che immortalano il leader democratico a suo agio nello scenario globale, alfiere di una nuova visione degli affari internazionali e della via diplomatica alla risoluzione delle crisi più incancrenite.

Insomma – è lecito chiedersi, mentre istrionici showman e calibrate ex di tutto polarizzano le primarie e ipotecano la Casa Bianca -, e se Barack Hussein Obama fosse stato davvero un buon presidente? Se stesse davvero lasciando gli Stati Uniti meglio di come li aveva ereditati?

La difesa che non t’aspetti – ed è piuttosto serrata – arriva da Massimo Teodori, professore di Storia e istituzioni degli Stati Uniti e fra i massimi esperti italiani dei fatti d’Oltreatlantico, che, mentre Obama si appresta a lasciare lo Studio Ovale, ha dato alle stampe per Marsilio “Obama il Grande”, volume di agevole lettura che traccia un primo bilancio dell’operato del presidente, rispondendo a interrogativi essenziali per inquadrare il doppio mandato del democratico, fra politica estera e interna, cambiamenti sociali nel variegato tessuto statunitense, nuova grandeur americana che mostra il palmo della diplomazia contro il bicipite dell’interventismo, fermamente rifiutando i boots on the ground, gli stivali americani su suolo straniero che segnarono e decretarono la sfortuna del neoconservatorismo ideologico di Bush jr.

Il primo giudizio tratteggiato da Teodori, come il titolo lascia intuire anche all’occhio più distratto, salva Obama dalle critiche di neo-isolazionismo mosse da più parti alla risacca di Washington entro i suoi confini, perché “la conduzione discreta della sua politica estera ha avuto il merito di arginare l’ostilità verso l’America che aveva condizionato la stessa efficacia dei precedenti interventi militari. L’effetto visibile è che negli ultimi anni non si bruciano più nelle piazze dei tre continenti le bandiere a stelle e strisce come simbolo criminale; ma semmai s’invoca una maggiore presenza degli Stati Uniti come l’unica potenza in grado di far pesare la forza di cui dispone”. Spiega infatti l’autore che “Obama ha cercato di imboccare una nuova strada senza ripetere gli errori della vecchia. Il futuro dirà se ha indicato all’Occidente la direzione per restare fedele a quei valori di liberà e democrazia che lo hanno guidato nelle migliori stagioni del passato”.

Il percorso tracciato da Teodori nell’offrire un ritratto del 44esimo presidente degli States prende le mosse dalla percezione di Washington all’esterno, dopo la controversa stagione che seguì l’11 settembre 2001 (“Nel 2008 un acre antiamericanismo pervadeva il mondo intero; adesso sembra che gran parte di quella carica astiosa sia scomparsa anche nelle nazioni più tradizionalmente ostili”). E lì in qualche modo torna, nel tinteggiare la nuova politica militare sotto Obama: occorre “usare la forza solo quando i nostri interessi fondamentali lo richiedono, il nostro popolo è minacciato, i nostri mezzi di sostentamento a rischio e la sicurezza dei nostri alleati in pericolo”, diceva, due anni fa, in un discorso all’accademia militare di West Point, il presidente che ha firmato il decreto di chiusura di Guantanamo. Luci e ombre di un’agenda estera: Obama ha di recente concesso una lunga intervista a The Atlantic per scandagliare le sue politiche internazionali, e a Fox News ha ammesso che lo sbaglio più grande del suo doppio mandato è legato a una scarsa pianificazione della transizione post-Gheddafi in Libia, dove il Califfato ha trovato terreno fertile.

Ma la rupture di Obama non va di scena solo sul palcoscenico globale; anzi. Lo stesso presidente confida, sempre a Fox, d’essere fiero di aver salvato l’economia a stelle e strisce dalla morsa della recessione, e lo storico italiano ne inquadra – accanto alla singolare elezione, in rimonta sulla stra-favorita e arcinota Hillary Clinton, e alle speranze di cambiamento di cui s’era fatto credibile portavoce – anche la capacità di costruire attorno a sé una composita coalizione di minoranze che sono la cartina al tornasole della varietà sociale degli States, e tributa al leader afroamericano i meriti di aver “promosso il progresso dei settori poveri della popolazione, ridotto la disoccupazione” e dato una spinta ai consumi. L’impronta conservatrice di un presidente – il suo predecessore – radicato nella Bible Belt è stata smontata con riguardo alle armi, in un paese continuamente venato da stragi evitabili, e ai diritti civili: su quest’ultimo fronte, attenzione al sovraffollamento delle carceri, attenuazione della lotta senza quartiere alla droga, entusiastica accoglienza della pronuncia con cui la Corte Suprema estendeva all’intero territorio federale il matrimonio omosessuale.

Cambiamento climatico e tutela dell’ambiente sono stati i temi con più passione al centro dell’azione nell’ultimo scorcio della presidenza, e anche quelli attorno ai quali, prim’ancora che il commercio, si è incardinato un serrato dialogo con la Cina, coinvolgendo l’India e di fatto preparando la strada per la COP21 di Parigi.

Insomma, Massimo Teodori lo dice chiaramente: il leader uscente degli Stati Uniti “sarà riconosciuto come un presidente dai molti meriti”. E il suo “non è un giudizio sentimentale come lo sono state molte delle speranze manifestate all’elezione del presidente che beneficiava di un’immagine glamour e alla moda” (soprattutto in Europa e in alcuni palazzi di Oslo…); l’ex parlamentare radicale rivendica l’uso degli strumenti di analisi dello storico che “mette in relazione le scelte politiche con le forze, le circostanze e i protagonisti che hanno agito sulla scena nazionale e internazionale”.

A chiusura del volume, una guida di rapida consultazione con le indispensabili informazioni sul funzionamento della macchina delle presidenziali 2016 già in pieno moto: dalla stagione delle primarie ai caucus, passando per le due convention di Cleveland e Filadelfia, sino all’elezione dell’8 novembre.

Massimo Teodori, Obama il grande, Marsilio, 2016, 110 pp., 10€.

Gabriele Rosana è giornalista pubblicista, assistente alla comunicazione dello IAI.