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Americani ed europei alla guerra

Jason Davidson, America’s allies and war: Kosovo, Afghanistan and Iraq, Palgrave Macmillan, New York, 2011.

Rari sono stati gli studi, negli ultimi decenni, sulle alleanze militari tra Stati nazionali, mentre buona fortuna e letteratura hanno trovato quelli sulla cooperazione nella sicurezza tra organizzazioni internazionali, regionali e sub-regionali. Il tema è spinoso, per ragioni varie, che hanno a che fare principalmente con l’interesse nazionale degli Stati coinvolti.

La Guerra Fredda si è tuttavia portata con sé questa “costrizione imposta” e allo stesso tempo ha svelato alcune entangling alliances, per usare la celebre espressione di George Washington, rimaste a lungo nascoste. Il libro di Davidson, professore di Scienze Politiche alla University of Mary Washington, cerca quindi di fare luce sulle distanze ed i ravvicinamenti che si sono registrati nell’ultima metà di secolo tra gli Stati Uniti, da un lato, e Francia, Gran Bretagna e Italia dall’altro.

Alleanza, prestigio e popolarità
L’analisi si concentra, innanzi tutto, sulle implicazioni più “pratiche” dell’alleanza, ovvero il contributo fornito dagli alleati agli interventi militari internazionali in cui gli Stati Uniti si sono sentiti più sfidati ed in pericolo. I casi studio sono anche quelli più conosciuti: Vietnam, Libano, Guerra del Golfo, Somalia, Kosovo, Afghanistan e Iraq; ma, paradossalmente, questi sono anche i casi su cui permane ancora un aperto dibattito, cui Davidson intende dare un contributo non secondario. La sistematicità del libro emerge, tra l’altro, nella dichiarazione di intenti iniziale: migliorare l’“impatto transatlantico” degli interventi militari, cercando di razionalizzare le strategie di intervento congiunte tra americani ed europei.

L’approccio neorealista, che l’autore privilegia e a cui dedica il capitolo sulla metodologia di ricerca, si basa su tre concetti fondamentali: alleanza, prestigio e comportamento del corpo elettorale. Queste, a suo avviso, sono infatti le chiavi per capire i comportamenti di francesi, britannici e italiani nelle occasioni in cui sono stati invitati ad affiancare gli Stati Uniti in un conflitto militare. A queste chiavi vengono affiancati i concetti di identità, adesione alle norme internazionali e, infine, altri effetti di interazione, che si rifanno alla teoria dell’alleanza della scuola di Alexander Wendt.

Della stessa politica estera italiana il libro offre una interessante, anche se non completamente nuova, lettura: oltre alla classica impostazione atlantica che è ben riassunta dalle famose parole di Fanfani di fine anni ’60 (“oggi, come ieri, la stella polare della politica estera italiana è la più completa ed effettiva solidarietà atlantica”), le scelte dell’Italia risultano influenzate anche da variabili come l’importanza della collocazione internazionale del paese, il riconoscimento da parte degli alleati e, ovviamente, anche ragioni politiche interne.

Davidson sviluppa, tra l’altro, un’approfondita analisi dei meccanismi decisionali della politica estera italiana, e le interviste svolte (ad esempio con l’ex primo ministro durante la Guerra in Kosovo, Massimo D’Alema,), oltre alle numerose testimonianze di prima mano o raccolte dai giornali, ne consegnano una versione documentata e rigorosa. A titolo esplicativo, Davidson cita addirittura il vice-presidente della commissione affari esteri del Senato, Gian Giacomo Migone, e la sua definizione di “presenzialismo” data parlando dell’intervento italiano in Somalia nel 1992.

Debolezza dell’Ue
L’Unione europea esce con le ossa rotte da un approccio transatlantico che si concentra più sulle alleanze storiche e sull’evoluzione delle politiche estere nazionali che su una vera (o forse solo ipotetica?) politica estera comune. Eppure, è significativo notare come proprio in concomitanza con l’intervento in Kosovo si possano rinvenire i prodromi di una nascente politica di difesa comune. E Javier Solana, prima Segretario generale della Nato e poi Alto rappresentante dell’Unione per la Politica estera e di sicurezza comune (Pesc), non viene citato nemmeno una volta.

La divisione rumsfeldiana in Vecchia e Nuova Europa al tempo della guerra in Iraq proietta una situazione particolare nell’apporto dato dalle grandi potenze alla superpotenza (o “iperpotenza”, secondo Hubert Védrine). Mai come in quella occasione infatti, si è notato come l’opinione pubblica ed il rispetto delle norme vigenti in un regime internazionale fossero rilevanti, e questo è rappresentato molto bene da Davidson, che abbozza un’esaustiva ricostruzione degli eventi.

Come contributo allo sviluppo di una partnership più strutturata, il volume ha una notevole utilità: rimane difficile stabilire un futuro chiaro per le relazioni transatlantiche, specialmente in un’epoca di “sconfitta dello Stato”, di crisi finanziaria globale, di fine dell’egemonia americana. Gli anni a venire consentiranno di verificare l’efficacia delle tesi esposte da Davidson: le premesse, per ora, sono chiaramente individuate.

Dario Sabbioni è tirocinante presso l’Istituto Affari Internazionali.