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Un’altra Ungheria, a cura di Massimo Congiu

Un’altra Ungheria, a cura di Massimo Congiu, Bonomo editore, 2018, pag. 145, euro 15.

Congiu - UngheriaVista dal resto d’Europa, l’Ungheria appare come un sistema sempre più autoritario e chiuso in se stesso. Ma i sostenitori di Viktor Orbán e del suo partito Fidesz non sono l’unica voce all’interno del Paese: esiste un’altra Ungheria, quella che in questi giorni è in piazza a protestare contro le recenti leggi sugli straordinari, contro il trasloco forzato della Central European University, contro l’istituzione di tribunali controllati dal governo. Ed è quest’altra Ungheria che Massimo Congiu, direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, ha deciso di raccontare attraverso una serie di interviste a scrittori, accademici, politici di opposizione e membri della società civile.

Il ritratto che ne emerge è quello di un Paese progressivamente meno libero, caduto nella trappola della “democrazia illiberale” di Orbán e abbandonatosi al populismo del ‘prima gli ungheresi’ quasi per inerzia, davanti agli occhi impotenti di un’opposizione priva di risorse. Un’Ungheria economicamente in declino, con un governo che critica aspramente l’Unione europea pur vedendo i fondi ricevuti da Bruxelles come un diritto inalienabile. Un panorama desolante, che lascia poco spazio alla speranza di un futuro liberale e democratico.

Ogni intervista di Congiu evidenzia una causa del declino democratico in Ungheria, una delle tante sfaccettature di questa democrazia illiberale. Per la scrittrice Zsófia Bán, il governo ha sapientemente sfruttato traumi storici come la sconfitta nella Prima Guerra Mondiale per alimentare il conservatorismo degli ungheresi. Il risultato è che ora i magiari si vedono soli a lottare contro il resto del mondo. Per sconfiggere questo tipo di mentalità, sostiene Bán, è necessario che gli intellettuali escano dalla propria bolla per diffondere una cultura democratica mettendo da parte l’elitarismo, un sentimento condiviso anche da Lajos Parti Nagy, scrittore e drammaturgo, che ha assistito impotente al nascere di quella che definisce “autocrazia eurocompatibile”.

La filosofa Agnes Heller già da tempo lanciava, inascoltata, avvertimenti riguardo al conflitto tra il centro e la periferia dell’Unione europea, causato dal risentimento che i Paesi dell’Est covano verso l’Ovest più sviluppato; un sentimento culminato con la crisi dei migranti nel 2015 e l’affermarsi di movimenti nazionalisti e populisti. La sociologa Zsuzsa Ferge, invece, sottolinea come Orbán abbia sfruttato l’individualismo della popolazione per incitarla all’odio e creare una frattura tra i ‘veri’ ungheresi – ovvero i sostenitori di Fidesz – e tutti gli altri, dai liberali ai rom, sempre meno integrati nella società.

Tra i giornalisti, Julia Vasarhelyi denuncia la scarsa diversificazione del sistema mediatico ungherese e l’egemonia governativa sui media, ma anche la passività di una popolazione che considera l’informarsi non come un dovere, ma come una scocciatura, senza volersi prendere la responsabilità di essere cittadini consapevoli. Peter Magyar parla del ruolo di Internet e dei social media: da un lato aiutano a contrastare la propaganda governativa, dall’altro non consentono un dialogo genuino, perché ognuno si chiude nella propria bolla, circondato da chi la pensa come lui. Inoltre, aggiunge la sociologa Maria Vasarhelyi, l’Ungheria manca di una solida tradizione democratica, per via del suo passato autoritario: la gente è abituata alle menzogne dell’informazione governativa e questo la porta ad abituarsi facilmente anche alle fake news.

In una società sempre meno democratica, l’ironia e l’insensatezza diventano potenti armi per affermare la propria libertà. Così la pensa Gergely Kovacs, fondatore del Partito del Cane a Due Code, i cui membri adottano il metodo della ‘guerriglia urbana’, decorando marciapiedi e riempendo clandestinamente buche per rendere le città più vivibili. Il partito è anche dotato di un blog che pubblica notizie assurde, una parodia sia dei giornali di governo, sia delle fake news dei social media. Momentum, invece, è un movimento con ambizioni politiche vere e proprie: sconfiggere Orbán attraverso un “progressismo di centro” che renda il clima politico meno estremista e più aperto al dialogo. Entrambi i partiti, però, osserva Congiu, hanno un sostegno molto basso, dall’1 al 3 percento.

Gabor Gyulai, presidente del Comitato Helsinki Ungherese, sostiene che il suo Paese deve imparare a difendere i valori democratici, un ruolo che spetta alle Ong in mancanza di una stampa libera. Non a caso, il governo cerca di bollarle come mercenarie di Soros e nemiche dell’Ungheria. Infine, per il sindacalista Laszlo Kordas il governo fomenta l’odio verso le Ong e i migranti – che ormai da tempo non costituiscono un’emergenza nel Paese – per sviare l’attenzione dai problemi reali: la disoccupazione in aumento e l’arresto della crescita economica.

I membri dell’altra Ungheria hanno punti di vista diversi, ma concordano su una cosa: Orbán è riuscito a porre sotto il suo controllo la vita pubblica del Paese, e l’Unione europea ha la responsabilità morale di intervenire per arginare l’ondata illiberale che, partita da Budapest, rischia di investire tutto il continente.

 

Eleonora Febbe