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Alfabeto arabo-persiano, quando le parole raccontano un mondo

Alfabeto arabo-persiano. Quando le parole raccontano un mondo, di Giuseppe Cassini e Wasim Dahmash, Egea, 2018, pag. 276, euro 28.

Le due parole che aprono ‘L’ alfabeto arabo-persiano’, piccolo compendio di parole arabe e persiane, opera di Giuseppe Cassini e Wasim Dahmash, sono famiglia e comunità, ahl (أهل) e umma (أمّة).

Alfabeto arabo-persianoEntrambe iniziano con la prima lettera dell’ alfabeto arabo, l’alif, che equivalendo al numero 1 rappresenta l’unicità di Dio, ed entrambe ricorrono più volte nel Corano per indicare, la prima, le genti del Libro (ahl al-kitàb), come anche la famiglia del Profeta (ahl al-bayt), venerata dai musulmani, e, la seconda, la comunità islamica nel suo insieme.

Frantz Fanon, scrittore francese nativo della Martinica e severo critico dell’imperialismo, scrisse nel suo ‘Pelle nera, maschere bianche’, pubblicato nel 1952, che “parlare una lingua equivale ad accettare un mondo, una cultura”. E non c’è niente di più vero per gli autori di questo lavoro.

Come ricorda Dahmash, che insegna lingua, dialettologia e letteratura araba alla Sapienza di Roma e all’Università di Cagliari, nel corso dei secoli “l’ignoranza dell’ alfabeto arabo ha giocato brutti scherzi”. Come quando, al tempo di Luigi XVI, il giorno di Corpus Domini, uscì da Notre Dame una maestosa processione guidata dall’arcivescovo di Parigi, che reggeva un ostensorio riccamente ornato sotto un baldacchino su cui sventolava uno stendardo rosso con la shahàda, la dichiarazione di fede islamica (“Non c’è altro dio che Allah e Maometto è il suo profeta”).

Ma non è facile rispondere alla domanda se “la complessità dell’alfabeto e della lingua araba rappresenti una chiave di lettura per i mondi arabo e persiano”. Per gran parte dei musulmani l’arabo, essendo la lingua del Corano, è sacro. E questa sacralità è il motivo principale per cui oggi l’arabo classico è “una lingua malata di rigidità”, incomprensibile all’80% dei musulmani – in particolare a quelli che non vivono nella regione del Mena -. “Ma la vittoria dei dialetti significherebbe la disgregazione della koinè che unisce a migliaia di chilometri il Maghreb al Mashreq, la Siria al Sudan” e quindi, di conseguenza, la disgregazione della umma, la comunità dei fedeli.

Questo Alfabeto arabo-persiano, con il suo piccolo compendio delle parole chiave – in tutto sono circa una sessantina – delle due culture islamiche principali, si pone quindi come argine a questa eventualità, cercando di “restituire ai tre milioni di musulmani residenti in Italia una lingua non confiscata dal potere religioso”. Allo stesso tempo, si fa interprete di una cultura che ha rivaleggiato con l’Occidente fin dal tempo dei Sasanidi, contribuendo a definire l’identità europea dalla formazione della Res Publica Christiana all’assedio di Vienna.

“Furono le conquiste degli arabi a spingere i popoli sulle sponde settentrionali del Mediterraneo a riconoscersi come abitanti di un continente a sé stante”, scrivono infatti gli autori, ma in un momento storico in cui il Mediterraneo non funge più da barriera tra le due civiltà “sarebbe un segnale di buon senso se gli europei raddrizzassero la loro visione dell’Islam ruotando la bussola di 180 gradi e imparando almeno l’abc”.

Ciascuna lettera è introdotta da alcune notazioni di carattere linguistico, ogni parola è seguito da un breve testo che ne spiega l’etimologia e il significato per i musulmani. L’ambasciatore Cassini, che ha ricoperto incarichi diplomatici in Belgio, Algeria, Cuba, Somalia, Onu e Libano, s’è ritagliato alcuni spazi tutti per sé: nel libro ricorrono riquadri in calce alle descrizioni delle parole dove Cassini racconta aneddoti dei suoi anni passati in Medio Oriente e tocca vari aspetti della cultura araba e persiana.

Segnalazione a cura di Francesca Capitelli