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‘Addio Ataturk’, la Turchia di Marco Guidi

‘Addio Ataturk. Come Erdogan ha cambiato la Turchia’, di Marco Guidi, Il Mulino, 148 pagg.

Non era inusuale incontrare Marco Guidi, giornalista inviato per anni sui fronti mediorientali e balcanici, tra il tintinnio dei cucchiaini di çay nei caffé, tra tavoli dove si giocava a tavla a Ortaköy, quartiere di Istanbul che si affaccia sul Bosforo, tra gli Anni Novanta e Duemila. Non era inusuale sentire la sua voce discutere animatamente di geopolitica e storia dell’impero ottomano, inserendo curiosità e aneddoti, ponendo domande e offrendo spunti di riflessione.

Ataturk Addio - GuidiNel suo ‘Addio Ataturk’, Guidi, che ha iniziato a frequentare la Turchia nel 1969, mette in ordine riflessioni, analisi e prospettive di un Paese in continuo cambiamento.

Un taccuino d’analisi, confermato dall’assenza di bibliografia a cui si sostituiscono dei consigli di lettura al termine del libro, dallo scopo divulgativo e adatto a un lettore che voglia approfondire la storia della Turchia nell’ormai quasi ventennio Akp, inclusi temi delicati e oscuri agli stessi analisti sul campo come il tentativo di colpo di stato del 15 luglio 2016.

Un libro dalle dimensioni tascabili ma coraggioso ed esperto, che va ad integrare, con spunti di approfondimento e dettagli di politica interna spesso ignorati dal pubblico italiano, e a volte anche estero, testi d’analisi di natura più propriamente accademica.

Il testo parte da un dubbio, riassumibile in una frase dello stesso Erdogan, il quale aveva dichiarato, nei primi Anni Duemila, che la democrazia fosse un “araç”, un mezzo, e non un “amaç”, uno scopo. Guidi domanda ai lettori, e si domanda, se l’involuzione autoritaria dell’Akp, sotto la guida del quale il Paese aveva vissuto, nelle prime legislature, un’innegabile apertura in senso democratico in adeguamento ai criteri di Copenaghen, fosse parte di un piano già stabilito dalla sua fondazione.

La risposta a questo dubbio, sostiene Guidi, emerge dalla storia stessa della Turchia ed è da indagare anche attraverso uno sguardo all’Anatolia profonda. A questo proposito, nel secondo capitolo, apre una riflessione che accompagna il lettore, sempre stimolato con curiosità e dettagli, dalle prime guerre balcaniche del 1912 fino agli anni antecedenti la fondazione dell’Akp. Nel descrivere le vicende nazionali legate al passaggio dall’Impero alla Repubblica, e poi dagli anni di Mustafa Kemal a quelli successivi alla sua scomparsa, Guidi non tralascia importanti osservazioni sulla situazione delle campagne, sull’importanza delle tarikat, le confraternite religiose, e del ruolo delle comunità non islamiche residenti in Anatolia.

Analizzando le radici storiche dei movimenti che portarono alla nascita dell’Akp, si dedica poi ad un’analisi delle prime legislature del partito, i primi successi in politica interna ed economica, il lento smantellamento dell’edificio legislativo-istituzionale e del rapporto stato-esercito configurato da Kemal attraverso i maxi processi Ergenekon Balyoz. Un’analisi più breve, nella sezione seguente, è dedicata a Fetullah Gülen, prima imprescindibile alleato e poi nemico dell’attuale presidente della Repubblica, per poi passare ad un’articolata riflessione sulla politica estera dell’Akp, sulla parabola discendente dell’ex ministro degli esteri Davutoglu – una delle figure chiave del primo decennio del partito – e sulle aspirazioni neo-ottomane dell’Akp tanto in politica estera quanto sul piano culturale fino ai giorni d’oggi.

Il tradizionale culto della figura guida della Turchia, un tempo identificata nel padre dei Turchi (Atatürk), si contrappone a quello che Guidi chiama il “sultano”, insieme erede e rivale di Kemal, al cui laicismo e occidentalismo si sostituisce un’identità religioso-sunnita e la nostalgia di un impero durato oltre seicento anni.

Gli ultimi capitoli analizzano le fasce d’opposizione, con un approfondimento sugli alevi e i curdi, e tracciano le prospettive di Guidi per gli anni a venire, su cui preferiamo lasciare in suspence il lettore. In ‘Addio Ataturk’ curiosi ed esperti avranno la possibilità di dare uno sguardo al taccuino di note di uno dei più appassionati osservatori italiani della Turchia dell’ultimo mezzo secolo, ascoltarne la voce ironica e le riflessioni sempre originali come di fronte ad uno di quei caffè sul Bosforo in cui lo si soleva trovare.

Emanuela Pergolizzi