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A che punto è la guerra al terrorismo?

L’Amministrazione Bush ha lanciato la sua guerra al terrore spiegandoci che era necessario sposare la tesi della “guerra preventiva” in quanto i terroristi non potevano essere “dissuasi” né “contenuti” (la dissuasione e il contenimento erano rimasti sino ad allora i pilastri della dottrina strategica americana). La ricetta non ha funzionato nella pratica e, come c’era da aspettarsi, non regge neanche sul piano teorico. Per quel che riguarda il contenimento rinviamo al bel libro di Ian Shapiro (Containment; Rebuilding a Strategy against Global Terror, Princeton 2007), dove tra l’altro si osserva che è possibile “contenere” anche chi non potrebbe apparentemente essere “dissuaso”, visto che i due termini non sono equivalenti. Per quel che riguarda la dissuasione invece, e in genere l’aggiornamento necessario della strategia occidentale, è utile leggere il saggio di John Robb, anche se è del tutto lecito, e forse opportuno, dissentire da alcune delle sue conclusioni.

Il nuovo terrorismo internazionale ha dalla sua parte la bassa visibilità, gli stretti legami con la criminalità organizzata, la natura multiforme, il costo relativamente basso degli attacchi (che, quando hanno successo possono provocare danni infinitamente più costosi), lo sfruttamento delle nuove tecnologie, in particolare quelle informatiche, e la relativa indeterminatezza degli obiettivi. Cerca dei santuari, ma non vuole necessariamente conquistare e controllare un territorio: può contentarsi della creazione di ampie aree di instabilità, di Stati falliti, di ingovernabilità, per continuare a sopravvivere e moltiplicarsi.

Tutto ciò lo rende particolarmente difficile da affrontare, in particolare con le strategie militari tradizionali. Come ha osservato recentemente Pierre Hassner (su Le Monde del 3 ottobre 2007), “il problema fondamentale dell’uso della forza è quello della fragilità della sua legittimità. Le diverse dimensioni dell’azione militare si pregiudicano l’un l’altra: search and destroy da un lato e win the hearts and minds dall’altro possono essere ambedue necessari, ma è difficile perseguirli allo stesso tempo, negli stessi luoghi e a opera degli stessi soldati”. Osserva Robb che particolarmente errati sono stati il tentativo di centralizzare al massimo le decisioni operative, riducendo così la circolazione delle informazioni e delle risorse là dove esse sono effettivamente necessarie, e la guerra preventiva (con il suo corollario di mutamenti di regime e ricostruzione di Stati) perché i suoi costi si rivelano troppo alti rispetto agli obiettivi ottenibili. Il problema maggiore è il contrasto tra l’accentuato nazionalismo che questi processi richiedono e favoriscono e la necessità di un nuovo governo della globalizzazione: non si possono perseguire ambedue questi obiettivi allo stesso tempo.

Il saggio di Robb è ricchissimo di utilissime osservazioni e analisi che sarebbe difficile riassumere in poche righe. Dove appare meno convincente è nella sua idea che lo Stato moderno, per vincere questa guerra, debba sostanzialmente delegare alle forze del mercato e della privatizzazione anche la gestione della sicurezza, malgrado le inevitabili conseguenze sociali e politiche che ciò comporterebbe. Certamente uno “stato di mercato” (Robb desume questo termine dal ponderoso volume di Philip Bobbit, The Shield of Achilles; War, Peace and the Course of History, London 2002) si adatta più facilmente alle nuove caratteristiche della globalizzazione, ma la nostra società ha anche costruito imponenti strutture socio-economiche e politiche che non possono essere ignorate senza pagare il prezzo di una conflittualità talmente alta da vanificare l’obiettivo ricercato, quello di una maggiore sicurezza. Bisognerà quindi lavorare ancora di immaginazione per concepire le caratteristiche di uno Stato “post-moderno”, che sappia essere flessibile e decentralizzato, ma che nello stesso tempo sappia anche assicurare la sopravvivenza del consenso politico e del sistema democratico. Molti ritengono che questa sia la sfida di fronte all’Unione Europea. Il saggio di Robb è un’utile base per comprendere cosa deve realmente affrontare.

John Robb, Brave New War, the Next Stage of Terrorism and the End of Globalization, John Wiley’s & Sons Ltd., Hoboken (New Jersey), 2007 p. XVI+208