L’Ue cerca parate a fake news

1 Mag 2018 - Dal blog Finestra sull'Europa di Studenti FiSE

Oggi giorno il termine fake news, talvolta abusato, è onnipresente su media e social. Che cosa è una fake news? “Bugie deliberatamente costruite diffuse nelle forme tipiche dell’informazione per ingannare il lettore”: è la definizione data da Margaret Sullivan sul Washington Post nell’articolo “It’s time to retire the tainted term fake news”; ed è effettivamente calzante.

Esistono diversi tipi di fake news, da quella satirica a quella costruita ad hoc per danneggiare un avversario, spesso politico (guardiamo le presidenziali Usa 2016). In Italia ne è un esempio quanto accaduto all’ex presidente della Camera Laura Boldrini.

Questo fenomeno si è allargato a macchia d’olio. É possibile contrastarlo? A questo problema l’Europa ha provato a dare una soluzione. Nel gennaio 2018, la Commissione europea ha costituito un gruppo di 39 esperti, per elaborare un rapporto on fake news and online disinformation.

Sono stati cinque i ‘pilastri’ individuati con cui gli Stati dovrebbero gestire le criticità della disinformazione, in linea con la Sullivan. Le raccomandazioni puntano su trasparenza dell’informazione, promozione della media e information literacy fra i cittadini, sviluppo di strumenti che responsabilizzino utenti e giornalisti, salvaguardia del pluralismo dei mezzi di comunicazione europei e monitoraggio della disinformazione in Europa.

Il rapporto esprime una posizione piuttosto ‘ottimistica’ su una realtà quanto meno insidiosa. Così dice il professore di Sociologia Marco Bruno dell’Università La Sapienza: “Fake news è ormai un termine ombrello, generico e controverso. La lettura del rapporto rivela un’impostazione quasi illuministica, in linea con la policy inglese dominante. L’idea di formulare indicazioni che responsabilizzino le piattaforme risulta un approccio positivistico, poichè anche regolamentando per gli utenti non formati non va tutto a posto per osmosi”.

La capacità dei lettori di distinguere fatti e opinioni o il differente concetto di privacy Paese per Paese non sono problemi risolti e costituiscono delle criticità del dibattito attuale tra Ue, Usa e Gran Bretagna per il caso Zuckerberg.

Come scandito nel Decalogo sulle fake news 2017 del Digital Transformation Institute, scritto da Stefano Epifani, Alberto Marinelli e Giovanni Boccia Aritieri, “nell’era della post-verità serve cultura, educazione e consapevolezza negli utenti attraverso sistema scolastico, dibattito pubblico e senso civico”. Per ora, il Parlamento europeo ha convocato il padre di Facebook e, in attesa del regolamento generale sulla protezione dei dati dell’Unione europea, che entrerà in vigore il 25 maggio, Facebook promette nuova norme sulla privacy. E l’Ue? In che modo darà seguito al rapporto?

Fabiana Battisti, Stefano Cota