La svolta verde si fa attendere, ma verrà

4 Lug 2019 - Dal blog Finestra sull'Europa di Studenti FiSE

Se l’onda (anzi, l’ondina) verde dei partiti ambientalisti s’è abbattuta sul voto europeo di fine maggio, i suoi effetti non sono ancora arrivati nella sala dei bottoni del Consiglio europeo. La prima stoccata dei sovranisti-euroscettici del Gruppo di Visegrad dopo le elezioni europee non si è fatta aspettare, e ha riguardato proprio l’ambiente. Mentre erano in corso i negoziati per le nomine delle più alte cariche Ue, nel Consiglio europeo del 20 giugno tre Paesi del gruppo hanno segnato un punto. Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, cui si è aggiunta l’Estonia, hanno votato contro un documento programmatico per l’azzeramento delle emissioni di anidride carbonica entro il 2050 nel nostro continente.

L’accordo era stato promosso con forza da Germania e Francia per due ragioni principali, una pragmatica e una più simbolica, di prestigio internazionale. La prima era dimostrare di avere fatto i compiti a casa per potere portare questo risultato al Summit dell’Onu sul clima in programma del 21-23 settembre, voluto dal segretario generale Antonio Guteress per dare seguito all’accordo di Parigi. La seconda era potersi accreditare, come Unione europea, come capofila mondiale verde, in un momento in cui gli Usa si sono sfilati e la Cina appare titubante.

In Francia e Germania, e nei Paesi dell’Europa del centro-nord, i partiti verdi hanno avuto un exploit oltre le aspettative. Sintomo chiaro di una cresciuta attenzione su temi come la lotta al cambiamento climatico e ai gas serra, simboleggiata la scorsa primavera anche dagli scioperi dei Fridays for Future. Nei Paesi dell’Europa centro-orientale come Repubblica Ceca e Polonia invece la grande dipendenza dai combustibili fossili ostacola una posizione progressista sulla questione.

I 28 non sono riusciti a raggiungere l’unanimità ma, a parte i quattro dissidenti, la stragrande maggioranza è compatta sul sì a un accordo. Il bicchiere può allora dirsi mezzo pieno o mezzo vuoto? Guardando all’oggi sicuramente la bocciatura è una sconfitta per chi vuole accelerare il processo di transizione alle energie rinnovabili. Il domani, però, è più ‘verde’ di quanto le ultime settimane potrebbero far pensare. Come hanno fatto sapere fonti diplomatiche riportate dal Guardian: non è una questione di se succederà, ma solo di quando.

A tal proposito il primo luglio è iniziato il semestre di presidenza del Consiglio dell’Unione della Finlandia, uno Stato che mette la tutela dell’ambiente ai primi posti dell’agenda. Helsinki ha in programma per i prossimi sei mesi un piano per compensare le emissioni prodotte dal traffico aereo finanziando progetti per ridurre i gas serra. L’altro obiettivo del neo-eletto primo ministro finlandese Antti Rinne è superare la resistenza dei paesi che bloccano l’accordo.

Probabilmente alla fine saranno i soldi dell’Europa a sbloccare la situazione. La Polonia non si oppone per principio, è solamente impaurita dai costi della transizione energetica. Nulla che cospicui fondi per aiutare questo passaggio non possano risolvere.

Tommaso Meo